giovedì 31 agosto 2017

Il castello di giovedì 31 agosto




PANICALE (PG) - Castello di Mongiovino

Castello di vetta in una splendida posizione panoramica, fu costruito dal Comune di Perugia nel 1312, forse su un precedente impianto romano, su richiesta degli abitanti di San Martino dei Cerreti, villa non più esistente ma che doveva trovarsi nei pressi del santuario della Madonna di Mongiovino. L’anno seguente, di ritorno da una ambasciata a Siena, il podestà di Perugia passò per Mongiovino e constatò “che il luogo era di molta importanza, et che qualunque volta vi fosse in piede il castello, la città n’haverebbe grandissima commodità” (Pollini 1664), trovandosi ad essere un passaggio obbligato per tutti coloro che avessero varcato i confini del contado venendo dalle terre di Chiusi o del lago. Per popolare il castello, i magistrati perugini comandarono a tutti gli abitanti della sottostante valle del Nestore che vi dovessero costruire case e che vi andassero ad abitare, promettendo in cambio esenzioni fiscali per un biennio e minacciando sanzioni ai trasgressori. Nel 1388 il castellano ricevette in consegna da Perugia due balestre a staffa. Nel 1394 fu, ricostruito un tratto delle mura in seguito ad alcuni crolli. L’episodio più eclatante della storia di Mongiovino fu un fatto d’arme accaduto nel 1643, quando le truppe papaline capitanate da Vincenzo della Marra si scontrarono contro l’esercito fiorentino di Ferdinando II de’ Medici, comandate dal fratello Mattias, e subirono ingenti perdite. Pare che tutti i morti della battaglia furono sepolti all’interno del santuario di Mongiovino. Il castello ha conservato parte della cinta muraria, un mastio a pianta poligonale, un torrione, resti di torri, la Porta di Ponente e quella di accesso agli orti. La residenza del castellano è stata trasformata in struttura ricettiva (vedere http://www.castellodimongiovino.com/). Il castello gode di una meravigliosa panoramica sulla bellissima valle del Nestore, ma spazia la vista su una larga fetta dell’Umbria e della Toscana.
Link suggeriti: http://www.fortezze.it/mongiovino_it.html, http://panicaledintorni.altervista.org/page3_mongiovino.htm, https://www.youtube.com/watch?v=_HH-2JWy71g (video di Video Hotels)

Fonti: http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-mongiovino-panicale-pg/

Foto: la prima è presa da https://www.booking.com/hotel/it/castello-di-mongiovino.it.html, la seconda è del mio amico Claudio Vagaggini, scattata di recente

mercoledì 30 agosto 2017

Il castello di mercoledì 30 agosto






ARADEO (LE) - Palazzo Baronale "Tre Masserie"

Il centro di origine greco-bizantina, ebbe origine nel IX secolo. Successivamente fu soggetto al dominio romano. Dopo il dominio di Tancredi di Lecce il normanno, Aradeo fu concessa in feudo alla famiglia Montefusco, dalla quale passò dapprima agli Orsini del Balzo e in seguito sotto il controllo del monastero di Santa Caterina d'Alessandria di Galatina. Impropriamente chiamato castello, il palazzo baronale "Tre Masserie" presenta un'imponente mole con una facciata sobria; interessante l'adiacente oratorio che esibisce un elegante prospetto. Costruito su una precedente struttura risale al XVI secolo e fu ampliato in quello successivo. Versa in uno stato di conservazione discreto, è in parte visitabile e spesso usato per manifestazioni culturali soprattutto nel cortile. E' stato, per oltre un decennio, sede dell'Associazione Teatrale KOREJA. Altri link suggeriti: http://iluoghidelcuore.it/luoghi/aradeo/palazzo-baronale-tre-masserie/5613.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Aradeo, http://www.visitsalento.com/detail/id/1902/palazzo-baronale-tre-masserie-, https://www.youareinitaly.com/item/palazzo-baronale-4/,

Foto: la prima è presa da http://www.expopuglia.it/turismo/visita-la-puglia/foggia-e-provincia/lecce-e-provincia/aradeo-palazzo-baronale-tre-masserie-lecce-172, la seconda è di Alessandro Manta su https://www.mondimedievali.net/Castelli/Puglia/lecce/aradetremas01.jpg

martedì 29 agosto 2017

Il castello di martedì 29 agosto






SALASCO (VC) - Castello

La documentazione riguardante Salasco e il suo castello è piuttosto scarsa, data la non particolare importanza che il borgo ebbe nella storia del Vercellese. I signori di Salasco, nella seconda metà del XIII secolo, sono presenti nella vita politica del Comune di Vercelli, al quale sono sottomessi. Tra la seconda metà del XIII e l'inizio del XIV secolo risultano signori di Salasco i Margaria alias de Riciis, antica famiglia vercellese di parte guelfa. Anche il monastero di Muleggio possedeva terre nella zona di Salasco, concesse in affitto agli abitanti del luogo (Avonto 1980, pp. 184-185). Nel corso dei lunghi conflitti tra guelfi e ghibellini fra XIII e XIV secolo il luogo fu coinvolto e danneggiato a causa dell'appartenenza alla parte guelfa dei suoi signori. Nel 1335 Salasco, come molte altre località del Vercellese, passò sotto il dominio di Azzone Visconti, cui i Margaria si sottomisero per evitare danni ai loro possedimenti. La pace, seguita al dominio visconteo, si interruppe nel 1355 a causa della guerra tra i signori di Milano e la lega anti viscontea guidata dal marchese di Monferrato. I disordini si aggravarono dopo la morte di Gian Galeazzo Visconti nel 1402, quando le truppe della lega invasero il Vercellese per impadronirsi dei territori soggetti ai signori di Milano. Nel 1404 i Margaria, nel timore di perdere i propri possedimenti, fecero atto di dedizione ad Amedeo VIII di Savoia (Avonto 1980, p. 186). Nel 1427 si ebbe il definitivo passaggio di Vercelli e del suo distretto, e quindi anche di Salasco, ai Savoia. Del castello di Salasco non si hanno notizie fino alla metà del XV secolo e si presume che, fin dalle origini, non dovesse trattarsi di una costruzione realizzata a scopi militari e difensivi, ma destinata a riparo e conservazione dei prodotti agricoli (Avonto 1980, p. 187). L'attuale costruzione si presenta in buono stato di conservazione ed è stata riadattata a casa di campagna sulla base dell'antica fortificazione (Ordano 1985, p. 225). L'edificio ha pianta quadrilatera sormontata da murature in laterizio, con quattro torri cilindriche agli angoli, di cui quella situata a sud est ricostruita (Avonto 1980, p. 187). La modifica piú rilevante è costituita dallo spostamento dell'ingresso che originariamente era posto a nord, mentre attualmente si trova a est (Conti 1977, p. 183). Il castello è oggi adibito ad azienda agricola. Altri link suggeriti: http://www.preboggion.it/CastelloIT_di_VC-Salasco.htm

Fonti: http://www.archeovercelli.it/fortifaf.html#anchor38665

Foto: entrambe di Solaxart 2016 su http://www.preboggion.it/CastelloIT_di_VC-Salasco.htm

lunedì 28 agosto 2017

Il castello di lunedì 28 agosto





PIEGARO (PG) - Castello in frazione Greppolischieto

Il piccolo castello, che si erge agli estremi confini meridionali del territorio piegarese, a 657 metri di altezza, fra boschi di querce, elci e castagni, è una terrazza naturale sulle bellezze della vallata e un fortino medievale. Ristrutturato in tempi recenti da Anna Fendi, nota stilista romana, è attualmente adibito a residenza privata e stabilmente vi risiedono solo tre famiglie. L’impressione, pertanto, di irrealtà, di un mondo a sé, quasi fuori dal tempo, che si riceve osservandolo da una certa distanza, si ingigantisce allorché ci si addentra fra le mura, le brevi vie, la minuscola piazza con l’antico pozzo, dove il silenzio è padrone. Sconosciuta è la sua origine, ma il primo insediamento si potrebbe addirittura far risalire agli scampati alla distruzione della vicina Città di Fallera, antichissimo tipo di costruzione collettiva, sulla cima di un’altura, di epoca quasi sicuramente preistorica o protostorica, circondata da una possente cerchia di mura, di cui restano soltanto ammassi di pietre (castelliere). Fra l’XI e il XII secolo Greppolischieto fu aspramente conteso da Orvieto e Marsciano, ma finì poi sotto l’orbita perugina. Nel censimento del 1282 fu classificato villa e la sua consistenza demografica era di 24 fuochi. Si trova poi menzionato in un diploma di Ludovico il Bavaro, del 1328, nel quale si stabiliscono in maniera definitiva i confini delle terre appartenenti ai conti di Marsciano. Nello stesso periodo ebbe inizio la costruzione delle mura, autorizzata dai magistrati perugini nell’intento di rafforzare gli estremi limiti del contado. Il loro sviluppo era di 150 metri circa. Così Greppolischieto da villa divenne castrum e come tale si trova nominato in tutti i documenti e atti pubblici successivi al 1380. Nel 1392, durante il periodo più critico della lotta fra Beccherini (nobili) e Raspanti (popolari), terminata con la vittoria di questi ultimi e l’ascesa al potere di Biordo Michelotti, Greppolischieto fu occupato dai fuorusciti, ma poco tempo dopo fu riconquistato dalla città. Nel 1398 il Consiglio generale di Perugia stanziò 30 fiorini per riparare le mura del castello, parzialmente danneggiate dagli eventi bellici. Nel 1410, per far fronte alle ingenti spese provocate dalle continue guerre, dalla restaurazione e rafforzamento dei vari castelli, dal mantenimento delle truppe ecc., il comune di Perugia emise una nuova tassa, al pagamento della quale furono sottoposti tutti gli abitanti della città e del contado, “in ragione delle loro possibilità e del numero delle bocche“. Poiché gli abitanti di Greppolischieto furono tassati insieme a quelli di Gaiche (e da tale data lo furono sempre), gli iscritti al pagamento furono complessivamente 442. Nel 1440, a causa della carestia che colpì in modo più o meno grave l’intero territorio perugino, il Consiglio dei Priori fece alla comunità di Greppolischieto un’elargizione di 30 corbe di grano, ma, persistendo lo stato d’indigenza della popolazione, nel 1446 questa fu esonerata per due anni dal risarcimento dei debiti contratti col comune. Nel 1455 il castello fu nuovamente esentato dal pagamento delle tasse, onde provvedere alla riparazione delle mura. Nel 1470 non solo fu adottato lo stesso provvedimento ma, per ovviare al progressivo spopolamento cui andava incontro la località, il governo centrale stabilì che gli abitanti e tutti coloro che vi avessero preso stabile dimora fossero esentati per cinque anni da ogni dazio e gabella. Nel 1475 fu stabilito di rinforzare le mura del castello e il comune contribuì al compimento dell’opera con un’assegnazione straordinaria di 15 fiorini. Malgrado tali ed altre agevolazioni adottate dai magistrati perugini nei confronti della comunità di Greppolischieto, la sua consistenza demografica andò continuamente calando: nel 1656 era scesa infatti a soli 87 individui e tre secoli dopo (1960) si era azzerata. Nel 1817, in seguito alla già citata ristrutturazione dello Stato pontificio, cessò l’autonomia della comunità, che fu aggregata al comune di Piegaro. Dell’antico insediamento rimangono le mura, ben conservate, interrotte da una sola porta a sesto acuto, orientata verso nord-est, e alcuni edifici. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=xVWMW-RNie4 (video di Claudio Mortini), http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/167855 (bella foto).

Fonti: http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-greppolischieto-piegaro-pg/, https://www.umbrialibera.it/I/il-castello-di-greppolischieto--tra-i-proprietari-la-stilista-anna-fendi-985

Foto: la prima è del mio amico Claudio Vagaggini, scattata di recente. Le altre due sono prese da http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-greppolischieto-piegaro-pg

domenica 27 agosto 2017

Il castello di domenica 27 agosto




PIEGARO (PG) – Torre in frazione Castiglion Fosco

Il nome del paese deriva da quello di un certo soldato Fuscus o Fuscius, che ricevette in dono il borgo dall'imperatore Ottone II, quale ricompensa per aver partecipato alla sfortunata spedizione contro i saraceni di Abul Kasem a Stilo, in Calabria. I suoi successori costruirono in quel luogo un castello, che da allora venne identificato come Castrum Filiorum Fusci. Nel 1258 i signori Fusci risultavano essere assoggettati a Perugia, che potè nominare un procuratore nel paese. Intorno al 1282 il numero di abitanti era superiore alle 500 unità. Nel 1388 i soldati bretoni dell'antipapa Clemente VII assediarono il paese, ma dovettero desistere di fronte all'inespugnabilità delle mura e lo abbandonarono dopo aver subito ed inflitto numerose perdite. Nel 1428 fu la sede del terzo capitanato di contado perugino, presieduto dal magistrato Carlo di Jacopo Bani, i cui eredi lo abitarono per i successivi 150 anni. Nel 1467 venne ricostruito l'ospedale, e fu assegnato alla confraternita di Santa Maria per le loro opere di carità. A partire dal 1511 venne autorizzata la ricostruzione delle mura, e un tale Aurelio Foschi fu nominato controllore delle rocche e dei castelli del contado perugino. Nel 1540 subì l'assalto dell'esercito del figlio del papa Pier Luigi Farnese, durante la "Guerra del sale" tra Perugia e Paolo III. A causa dei gravi danni inflitti e per via della donazione di una certa somma al papa, il paese venne esonerato dal pagamento delle gabelle; solo alla fine del Seicento, dopo aspre contese e liti giudiziarie, i castiglionesi furono obbligati a riversare le loro imposte nelle casse perugine. Durante la ricostituzione dello Stato Pontificio, nel 1817, assieme ai centri viciniori di Oro e Collebaldo, fu aggregato alla città di Piegaro. Del castello, costruito tra la fine del secolo XI e l’inizio del XII, restano un bel tratto di mura con le caratteristiche torri quadrangolari, un arco e sulla piazza principale la grande cisterna per l’immagazzinamento dell’acqua a fianco della chiesa parrocchiale. La principale attrattiva del paese è la torre, robusta costruzione cilindrica, con base a scarpa, iniziata nel 1462 e terminata nel 1500, come può rilevarsi da una scritta dell’epoca incisa sopra un mattone, al secondo piano, fu fatta erigere da Tommaso di Francesco. Ristrutturata nel 1990, è tra le vestigia meglio conservate. Le malsicure e pericolose scale a pioli sono state sostituite da una scala a chiocciola che dal primo piano, dove c’è un grande orologio a pesi del secolo XIX, dal meccanismo particolarmente interessante, porta alla terrazza (mt. 25), da cui si gode un suggestivo panorama.
Le campane, riportate all’originario numero di tre, sono state elettrificate. Altro link suggerito: http://www.museodelvetropiegaro.it/notizie/castiglion-fosco


Foto: la prima è del mio amico Claudio Vagaggini, realizzata di recente, la seconda è di myself su https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Tower_castiglion_fosco_piegaro_italy.JPG




sabato 26 agosto 2017

Il castello di sabato 26 agosto





PERUGIA – Castello in frazione Fontignano

Le prime notizie storiche parlano di un borgo abitato citato come Hospitalis Eurigani e Spedale de Fontignano, sorto intorno ad un antico luogo che ospitava viandanti e malati. Nel 1158 l'imperatore 
Federico I (Barbarossa), elevò la locale Chiesa di Santa Maria a pievania e la mise sotto la giurisdizione di Perugia insieme all'ospedale. Nel 1281 il borgo era classificato come villa, così come nel 1363, quando Marinello di Adriano, nel descrivere il sistema viario del contado perugino, lo nominò villa Hospitalis Fontignani. Solo nel 1380 assunse la denominazione di castrum. Nel 1361 ospitò alcuni congiurati perugini autori di un complotto aristocratico e sfuggiti all'arresto; questi iniziarono a molestare le ville e i castelli del contado; contro di loro Perugia invitò la Compagnia del Cappelletto che assaltò il villaggio il 17 maggio 1363. Il castello fu depredato nel 1387 dai Michelotti, fuorisuciti da Perugia e da Guglielmo di Carlo Fiumi di Assisi, e incendiato nel 1388 da Bernardo I della Sala, Guido da Siena e Averardo Tedesco. Nel 1402 vi si accamparono truppe fiorentine, papali e di Braccio Fortebraccio da Montone mentre, nel 1503, fu la volta di Cesare Borgia che era diretto verso Perugia. La comunità di Fontignano, appartenente al contado di Porta Santa Susanna, contava circa 250 abitanti, saliti a 380 nel 1501. La struttura dell'ospedale è tuttora integra, sebbene in attesa di ristrutturazione e nuova destinazione d'uso. Del castello di Fontignano oggi si possono ancora osservare il mastio, parte della cinta muraria e due torri, una a base quadrata, l'altra a base circolare. Fu fortificato in età medievale sulla vetta di una dolce e sinuosa collina umbra (a 500 metri s.l.m.) ai piedi della quale oggi si sviluppa l'intera frazione del Comune di Perugia. Questo luogo nel 1511 fu scelto da Pietro Vannucci detto “Il Perugino”per viverci e impiantare la sua bottega e da qui si spostava nei dintorni per far fronte alle varie commissioni che gli venivano affidate. Nel febbraio 1523, il pittore venne colto dalla peste mentre stava affrescando l’Adorazione dei pastori nella Chiesa dell’Annunziata e morì proprio qui a Fontignano lo stesso anno. Altri link suggeriti: http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-fontignano-fontignano-pg/, https://thebinutrek.files.wordpress.com/2014/08/fontignano-montali-1.jpg (bella foto d’insieme)
Foto: la prima, recentissima (di ieri) è del mio amico Claudio Vagaggini, le altre due sono prese da http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-fontignano-fontignano-pg/


giovedì 24 agosto 2017

Il post di venerdì 25 agosto





LUGO (RA) – Rocca Este

È il monumento più caratteristico della città, tale da significarne il passato di centro di grande importanza strategica e commerciale. Esempio di architettura fortificata, fu costruita sopra un precedente fortilizio. Di un nucleo fortificato, attestato all’incrocio di due aree della centuriazione romana (cardo e decumano) si ha notizie a partire dal X secolo. Il complesso fu distrutto dai Faentini nel 1218 e ricostruito a più riprese nei secoli XIII-XIV. Tra le scarse notizie pervenuteci, gli storici pongono in evidenza l’iniziativa del condottiero ghibellino Uguccione della Faggiola negli anni 1298-1300, al cui nome viene tradizionalmente associato il mastio di nord-ovest, l’aspetto attuale del quale, in realtà, sembra dovuto alle sistemazioni quattrocentesche. Il periodo più significativo per lo sviluppo della fortificazione corrisponde comunque alla dominazione estense durante la quale i connotati dell’apparato difensivo vennero modificati e ristrutturati più volte: gli interventi degli Estensi riguardarono soprattutto le bastionature ed il rafforzamento delle torri. Nella seconda metà del Quattrocento, per iniziativa di Ercole I, la piazza d’arme antistante la Rocca fu trasformata in cittadella, provvista di una cinta muraria dotata di torri rotonde e completamente racchiusa da un fossato. Di questa fase rimangono oggi leggibili l’impianto quadrangolare articolato sul cortile interno, alcuni tratti della cortina muraria e la cosiddetta Torre di UguccioneSotto il profilo urbanistico, la fortezza estense fu il fulcro attorno al quale la città ricevette un forte impulso di sviluppo, nel senso dell’occupazione stabile del territorio. Il complesso quattrocentesco, tuttavia, appariva troppo legato alla prassi guerresca medievale e poco funzionale rispetto alla potenza distruttiva delle bombarde e artiglierie moderne, per cui fu interamente ristrutturato. Nel 1568-1570 il duca Alfonso II fece abbattere la cittadella, divenuta superflua ai fini difensivi: parte del materiale di risulta venne probabilmente impiegato per dotare la Rocca di bastioni sui versanti sud, est e ovest, oltre che per ispessire la cortina nord e le basi delle torri. L’area liberata fu poi destinata alla Fiera verso la metà del ‘600. Mediante questo intervento, la Rocca di Lugo venne assumendo un aspetto peculiare a metà fra il tipo quattrocentesco della rocca a pianta quadrangolare e il tipo tardo-cinquecentesco della fortezza bastionata. Dopo la devoluzione del Ducato Estense allo Stato Pontificio (1598), la fortezza ha perso rilevanza strategica ed è stata adibita a sede delle attività del governatore pontificio. Le modifiche alla Rocca sono continuate nei secoli seguenti, con degli ampliamenti e l’inserimento di un palazzo, parzialmente bruciato nel 1775, che divenne sede dei governatori pontifici. Fa eccezione il torrione posto a nord-ovest, il cosiddetto "mastio di Uguccione della Faggiola" (Signore di Lugo nel 1297), che ha invece mantenuto il suo aspetto originale. Nello stesso periodo, si adattarono a prigioni le parti ormai non usate a scopo militare, in particolare la torre circolare di nord-ovest e quella quadrata di sud-est, mentre i bastioni a sud-ovest furono trasformati per dar luogo al Giardino Pensile che ancora oggi ammiriamo, e a cui si accede dal cortile interno. Esso occupa un’area di circa 1000 mq ad una quota di circa 7 mt. rispetto al piano delle attuali piazze del centro storico; la composizione arborea comprende specie con foglie aghiformi, squamiformi e latifoglie, naturalmente con caratteristiche sia sempreverdi che caduche; il giardino non presenta particolari disegni architettonici. Nell'Ottocento l'edificio venne leggermente amplificato con la costruzione di nuove sale di rappresentanza. In una di esse è conservato un ritratto di Gioacchino Rossini, che fu consigliere comunale per alcuni anni. La Rocca fu sede del governatore pontificio fino al 1859; poi fu incamerata dal Regno d'Italia. Verso il 1860 la Rocca divenne sede dell’Amministrazione Comunale (lo è tuttora). In precedenza erano stati progressivamente trasferiti in essa gli uffici e servizi che nei secoli precedenti si trovavano nell’antico palazzo del comune, demolito a fine ‘800, ubicato nell’area ora occupata dalla Banca di Romagna. Infine, ricordiamo che verso gli anni ’30 dell’800 era stato costruito il loggiato e soprastanti piani sul lato est della Rocca per ricavare uffici, in particolare quelli giudiziari e postali. Negli anni successivi al Duemila è stato restaurato tutto il piano nobile. Una curiosità: sulle pareti esterne della Rocca crescono una rara e particolare varietà di piante di capperi (Capparis Spinosa). Nell'Ottocento, grazie alla raccolta affidata a privati e alla rivendita, rientravano fra le entrate del bilancio comunale. Attualmente i capperi vengono raccolti da incaricati del Comune, conservati in salamoia e offerti in dono agli ospiti e alle delegazioni ufficiali in visita alla città. L'aspetto attuale della fortezza è tuttora quello del tempo degli Este, alla metà del Cinquecento. Il monumento si presenta attualmente costituito dall’intreccio di due componenti: una parte emergente, corrispondente alle sovrapposizioni di epoca moderna, e una parte seminascosta, che rappresenta il residuo dell’antico organismo fortificato. Il fossato che cingeva il complesso è stato colmato a più riprese tra il XVIII e il XIX secolo. Il portone che chiude l’accesso è stato realizzato con il legno dell’antico ponte levatoio, e l’antica lamiera che lo ricopre riporta ancora segni di colpi di fucile, risalenti probabilmente al periodo di dominazione francese iniziato nel 1796 (i lughesi avevano opposto una dura resistenza e la città venne saccheggiata dopo la sconfitta dei rivoltosi). Da notare sopra l’ingresso lo stemma recentemente restaurato della prima Repubblica Italiana istituita da Napoleone nel 1802. Al centro del cortile si trova una pregevole vera da pozzo con le insegne di Borso d’Este, e pertanto databile al XV secolo. Nel vasto locale al piano terra sul lato nord della Rocca, già sala delle artiglierie nel XV-XVI sec., a fine’800 furono collocate le Pescherie, dopo il rovinoso crollo dell’edificio in stile neogotico che in precedenza ospitava il commercio del pesce, costruito nel 1846 a ridosso della antica cortina muraria ad ovest. Attualmente ospita mostre di arti figurative e mostre documentarie. Sui muri esterni della Rocca sono da notare le numerose lapidi, testimonianza di avvenimenti storici significativi e spesso tragici: due in onore di Garibaldi a nord, sotto l'antico balcone, una riguardante la fine del potere temporale pontificio (1859) sul bastione sud/ovest, una lapide in ricordo delle famiglie ebraiche lughesi deportate, una dedicata ad alcuni patrioti lughesi del Risorgimento, una in onore di Giuseppe Compagnoni “inventore del tricolore”, una a ricordo della Liberazione dal nazifascismo vicino all’ingresso; infine una lapide ricorda il rogo decretato dall’Inquisizione per l’eretico luterano Relencini nel 1581. Altre lapidi dedicate alla Resistenza e alle vittime civili della guerra di liberazione sono nel cortile interno, mentre lungo le pareti dello scalone d’onore sono collocate le lapidi dedicate a patrioti risorgimentali e ai caduti lughesi nella grande guerra. Di particolare interesse e importanza è inoltre il Salone Estense, nell’area nord della Rocca. L’edificio ospita interessanti sale di rappresentanza: Sala d'attesa, Sala Giunta, Saletta Rossini, Studio del Sindaco, Antisala Consigliare, Sala Consigliare e Salone Estense. Tutte le sale sono visitabili previo appuntamento telefonico. Altri link consigliati: http://prolocolugo.racine.ra.it/rocca-estense-storia.htm, https://www.youtube.com/watch?v=l__o51c3LjU (video di fesremiliaromagna), http://1.bp.blogspot.com/-_1LCXnXuyKU/UMpKBWsCUCI/AAAAAAAAi88/OQWB6cq6af4/s1600/lugo+aereo.JPG (foto aerea).


Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è di Clara D su https://www.tripadvisor.it, la terza è presa da http://www.bollettinosystema.it/article/bassa-romagna-fiera-buona-la/



Il castello di giovedì 24 agosto




GAVORRANO (GR) – Castello in frazione Ravi

La località sorse durante l'alto Medioevo, quasi certamente durante l'VIII secolo, come possedimento dei vescovi di Roselle, il primo nome era Ravi di Maremma. Intorno all'anno Mille fu ceduta ai monaci dell'abbazia di Sestinga. Soltanto nel corso del XIII secolo divenne un dominio temporaneo della famiglia Aldobrandeschi; nella seconda metà di questo secolo, infatti, il centro passò nelle mani dei Pannocchieschi. Nel XV secolo la località di Ravi entrò a far parte della Repubblica di Siena, sotto la cui giurisdizione rimase fino a metà XVI secolo, quando l'intero territorio fu unito al Granducato di Toscana. Il castello di Ravi, ricordato già in un documento del 784, era una fortificazione che dominava il borgo. Si presenta oggi come inglobato in strutture murarie di edifici posticci, e ne è individuabile il perimetro di forma circolare. Tra i vari edifici addossati alla struttura ne è riconoscibile uno in pietra con base a scarpa che sporge da sud-est, forse l'antico cassero. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=LjQlIpXv5Zo (video di Maremma), https://www.youtube.com/watch?v=FeYyeb2PR44 (video aereo di Paola Vince)



mercoledì 23 agosto 2017

Il castello di mercoledì 23 agosto




DURAZZANO (BN) – Castello

Di Durazzano si fa menzione la prima volta nel XIV secolo, sotto forma di Oraczanum, nel Giustizierato di Terra di Lavoro e nella Contea di Caserta, di cui seguì le sorti feudali. Sotto gli Angioini venne poi infeudato dai Sus, quindi dal chirurgo Pasquale De Parma poi passò successivamente ai Ciciniello, ai Della Ratta, ai Caracciolo, agli Spinelli, ai D’Aquino, ai Carafa, ai Tomacelli e ai Loffredo. Nel 1749 divenuta terra regia, non fu più infeudata. Anche in questo paese, nel 1647, si ebbe una ripercussione della rivoluzione di Napoli di Masaniello con lo scuotere del gioco feudale e l'uccisione dell’Erario del Barone. Ma gli uccisori caddero nelle mani delle soldatesche vicereali e furono impiccati. Nel 1809 fu capoluogo di circondario nel Distretto di Nola e nel 1816 fu Comune del circondario di Sant’Agata de’ Goti. Una gita a Durazzano è l’occasione per visitare il centro storico e l’antico castello che si presenta nella sua maestosità allo sguardo del turista. La sua costruzione pare risalga al XII secolo. Secondo altri invece il Castello sorse nei bollori del feudalesimo e fu costruito da Carlo III di Durazzo, Re di Napoli, detto il Piccolo, nel secolo XIV, quando, dopo aver tolto il Regno di Napoli alla regina Giovanna I d’Angiò, nel 1831, e che fece imprigionare e deportare nel castello di Muro Lucano, ove morì, se ne dicharò erede. Da questo fatto Alessandro Dumas figlio, trasse il suo romanzo sulla Regina Giovanna, dove è anche descritto, nei suoi particolari il castello di Durazzano. Il castello è a forma quadrangolare. Misura circa quaranta metri per lato, ad ogni angolo del quale si eleva una torre a forma circolare della medesima altezza delle mura delle cortine. Sulle torri si possono ancora rilevare tracce dell’originale merlatura che ne decorava la sommità. La severa mole è circondata da ampio e profondo fossato dove, un tempo, circolava l’acqua che dalla sorgente "Condotti", site alle pendici del monte Burrano, giungeva al castello e serviva sia per uso degli abitanti, sia per alimentare il fossato. Ciò rendeva più difficile l’assalto al castello. I quattro lati e le quattro torri erano munite di saettiere a doppia apertura in modo che dall’interno era possibile esercitare l’offesa in tutte le direzioni. La facciata principale, ora deturpata da orribili finestre, è rivolta a Nord e dominava un tempo l’abitato che allora si estendeva ai piedi del monte Longano. Si accedeva al castello mediante un ponte levatoio, ora sostituito con quello in muratura, che attraversava il fossato. Sul portone della porta d’ingresso si conserva ancora lo stemma, probabilmente di casa Durazzo, scolpito su un marmo a forma di succo e raffigurante un leone poggiato sulle zampe posteriori, mentre quelle superiori e la coda sono in atteggiamento di sfida. Sulla testa è posta una corona ducale e sul davanti una sbarra orizzontale e tre verticali a forma di "E" capovolta. All’altezza delle zampe anteriori del leone c’è una mezzaluna. Attraverso il portico si perviene al cortile interno che è rettangolare. Sotto le torri vi sono ampi sotterranei che furono adibiti un tempo a prigione e a depositi, ed ora sono completamente interrati. Il pianterreno era adibito a scuderia ed alloggi per il presidio. Il primo piano aveva molte sale decorate da artistiche pitture ed affreschi, e un maestoso salone nel lato occidentale dell’edificio, ora ridotto a più vani adibiti ad usi svariati. Sicché nessuna traccia rimane delle ricche opere d’arte che conteneva, all’infuori di qualche frammento logoro e scolorito. Il grande riceveva luce da quattro balconi, forse originali, che si notano tuttora nel lato orientale. Il cortile interno si presenta costituito da una bella loggia forse di epoca catalana. Il castello appartenne a vari Principi e nel 1268 ospitò Re Carlo d’Angiò, il quale vi soggiornò più volte durante le lotte con la casa Sveva. Nel 1409, da Ladislao d’Angiò di Durazzo, Re di Napoli, il castello fu venduto a Giovanni Cicinello, dal quale passò a Baldassarre Della Ratta, conte di Caserta e di Alessano, il quale arricchì il castello di molte opere d’arte e fece costruire l’acquedotto della contrada Condotti. Nel 1429 il feudo venne attribuito a Giovanni Della Ratta, fratello di Baldassarre, al quale nel 1449 Re Alfonso concesse altri privilegi. Nel 1481 Re Ferdinando d’Aragona concesse il feudo ad Antonio Della Ratta, mentre nel 1494 Re Alfonso confermò tale concessione. Il periodo di signoria di Antonio Della Ratta fu caratterizzato da aspre lotte sostenute con il fudatario del vicino tenimento di Sant’Agata de’Goti, tanto che in una di quelle cruenti zuffe, lo stesso Antonio fu preso dagli armigeri dell’altro feudatario e fu rinchiuso quale ostaggio, nel castello di Sant’Agata de’Goti. Ma più tardi il figlio di Antonio, Giovan Cola, ottenuto dalla Regina Giovanna, della quale era suo intimo amico, un buon nerbo di armati e con un audace colpo di mano si impossessò del Castello di Sant’Agata de’Goti e liberò il padre. Fu in quest’epoca che la Regina Giovanna soggiornò spesso nel castello di Durazzano. Nel 1523 Giovan Cola Della Ratta vendette il suo feudo col castello a Lucrezia Caracciolo per 6.500 ducati d’oro. Dopo qualche anno subentrò nel possesso Giovanni Caracciolo, principe di Melfi, duca d’Ascoli, marchese di Atella e conte di Forenza, il quale a seguito di nuova vendita lo cedette nel 1539 a Giovanni di Bologna. Il castello appartenne poi agli Spinelli e nel 1555 a Francesco d’Aquino, al quale successe Girolamo Carafa. Nel 1562, dopo una breve signoria di Federico Tomacelli, il feudo e il castello di Durazzano venivano riscattati da Beatrice Della Ratta che versò 15.000 ducati d’oro. A Beatrice successe il figlio Antonio Loffredo che nel 1616 ottenne il regio assenso per cedere il feudo a Diana Loffredo, sua sorella, la quale a sua volta lo vendeva a suo marito Antonio Gargano. Dopo il dominio feudale di quest’ultimo, il feudo di Durazzano, attraverso un altro periodo di alterne vicende, divenne nel 1749, Terra Regia ed il castello venne adibito a sede di Governatore. L’antico ed austero maniero ebbe tanti feudatari; ospitò principi, re e regine, fu dall’erario venduto a privati, i quali inconsci della sua importanza storica ed archeologica eseguirono sul monumento una sistematica deturpazione. Due incendi ed il terremoto del Volture del 1930 completarono la distruzione dell’edificio, per cui un lato fu molto danneggiato, mentre l’esterno si conserva ancora nelle sue linee originarie, richiamando sempre con la sua severa e possente mole, l’ammirazione del visitatore. Altro link suggerito: https://it.scribd.com/document/295607154/Durazzano-Il-castello (da pag. 183).



Foto: la prima è di Danilo Schiavo su Google Maps, la seconda è presa da http://web.tiscalinet.it/prolocodurazzano/storia.htm

lunedì 21 agosto 2017

Il castello di martedì 22 agosto




MILAZZO (ME) - Castello di Federico II

La fortezza, e tutta l'area compresa nell'ampio recinto delle mura spagnole (città murata e borgo antico), oggi di proprietà comunale, costituisce la più estesa cittadella fortificata esistente in Sicilia con una superficie di 7 ettari e oltre 12.000 mq occupati da edifici. La fortificazione sorge sulla sommità meridionale della penisola di capo Milazzo e sovrasta il Borgo antico del paese. L'insieme dei manufatti e dei sistemi difensivi costituiscono propriamente la "Cittadella Fortificata", altrimenti nota come Città Murata, i cui principali nuclei abitativi che la compongono sono posti a ridosso delle scoscese pareti nord-occidentali del rilievo. I manufatti in ordine cronologico seguono uno sviluppo piramidale e concentrico verso il basso, al vertice è posta la parte più antica e via via verso il basso e degradanti verso l'esterno a levante, le varie sovrapposizioni identificabili negli stili delle architetture tipiche delle varie dominazioni. La Necropoli e le aree che costituiscono l'agglomerato o i castrum sono ubicati nelle zone pianeggianti della Cittadella. Nella parte settentrionale dell'area del castello è presente una necropoli del neolitico, età di Thapsos. Il commercio della pomice e dei derivati dell'ossidiana d'origine vulcanica utilizzati come schegge, punte di frecce e di lance, lame, congiuntamente all'amena posizione, la fertilità dei territori favorì l'insediamento delle prime comunità in epoca preistorica grazie agli scambi con le Isole Eolie a settentrione, con la popolosa area dello Stretto di Messina a levante e con le località del Golfo di Patti a ponente. Allo stato attuale, a parte i ritrovamenti di primitivi insediamenti dovuti alle campagne archeologiche di scavi, ai rinvenimenti occasionali stimati alla Cultura dell'Ausonio I e II e all'Età del bronzo medio in zona Sottocastello, i monumentali manufatti difensivi - abitativi visibili e più antichi sono riconducibili alla dominazione araba. Tali vestigia altomedievali presenti nell'area sommitale della rocca pertanto non precludono o escludono l'esistenza anteriore o l'inclusione o la sovrapposizione di preesistenti fortilizi, torri d'avvistamento o luoghi di culto pagani risalenti a epoche più remote. In epoca classica la città era formata dalla zona portuale, dall'acropoli dell'antica subcolonia Mylai presso la Rocca adibita a emporion, il phrourion e da numerosi villaggi satelliti. Diodoro Siculo nelle sue cronache narrò l'assedio e la conquista degli ateniesi. Sotto Dionisio I tiranno di Siracusa, la rocca fu conquistata dai messinesi. Agatocle con la sua flotta, scacciò gli occupanti e s'insediò appropriandosene. Gerone II assalì Mylai, costrinse i difensori del castello alla resa, imprigionò 1500 occupanti, mosse contro i mamertini comandati da Cione, sconfiggendoli nella Battaglia del Longano. Le prime notizie storiche documentate risalgono però all'età imperiale che narrano della città definita Oppidum Mylae quale attivo porto sul mar Tirreno, le cui acque furono teatro dell'epica Battaglia di Milazzo del 260 a. C. e la Battaglia di Nauloco del 36 a. C. condotta per dissidi interni tra Augusto col fedele Marco Vipsanio Agrippa contro Sesto Pompeo Magno Pio. Dall'evento deriva il motto civico Aquila mari imposita – Sexto Pompeo superato. Al castrum sulla rocca si contrappongono gli insediamenti urbani ubicati a valle nella zona portuale. I fasti dell'età imperiale all'interno della Città Murata sono supportati da limitati reperti emersi dalle campagne di scavi presso la zona archeologica, ciò dimostra in breve sintesi come la dominazione araba ha "depauperato" il patrimonio storico artistico preesistente. In epoca bizantina è riconfermata la centralità del castrum presso la Rocca come fulcro politico amministrativo. Del VII secolo è la primitiva Cattedrale ai piedi della Rocca fortificata, nell'area corrispondente all'odierno quartiere di San Papino. Con l'avvento degli arabi ogni tipo di manufatto esistente fu distrutto e conseguentemente rimodulato secondo i canoni dell'Architettura araba. Tra gli anni 836 e 837 un primo tentativo di conquista fu effettuato dall'armata di al-Fadl ibn Yaʿqūb sostituito a settembre da un nuovo governatore, il principe aghlabide Abū l-Aghlab Ibrāhīm b. ʿAbd Allāh b. al-Aghlab, cugino dell'emiro Ziyādat Allāh. La flotta musulmana, condotta da al-Fadl ibn Yaʿqūb, devastò le Isole Eolie, espugnò diverse fortezze sulla costa settentrionale della Sicilia, tra cui la vicina fortificazione di Tyndaris, come riferì Michele Amari. Nel 843, le truppe del condottiero Fadhl Ibn Giàfar rasero al suolo il castrum bizantino e le costruzioni sommitali innalzando il primo nucleo del castello. Il mastio o maschio o donjon normanno realizzato su una costruzione araba, della quale non si hanno documentazioni provate, fu successivamente ampliato dai normanno-svevi. Il torrione a pianta quadrangolare comunemente denominato mastio è d'epoca araba o comunque realizzato, sviluppato e ingrandito da maestranze mediorientali in periodi immediatamente successivi. È caratterizzato dalla presenza di torrioni sul fronte di ponente, quello centrale dall'aspetto massiccio e imponente è denominato Torrione Saraceno, quello all'estremità meridionale Torrione del Parafulmine. Una caratteristica accomuna le parti di costruzione di matrice bizantino - araba, peculiarità affine a cube e metochi del circondario: l'utilizzo di conci di pietra lavica. Nella fattispecie l'impiego della lava, oltre allo scopo puramente decorativo, assolve anche funzioni strutturali, dimostrazione ne sono gli irrobustimenti dei pilastri angolari dei torrioni arabi, gli spigoli angolari delle scarpe o piedi o rastremazioni degli stessi, le cornici delle feritoie e delle finestre, le decorazioni e i contorni delle grandi monofore, i lastroni della pavimentazione, i conci inseriti nelle alte muraglie interne, le palle dei cannoni o per le catapulte, le pedate delle rampe di scale, le arcate delle volte a botte, le nervature degli splendidi archi ogivali del tetto della Sala, la cappa del camino, le cordonature degli archi, i riquadri degli stemmi, i portali interni. Il viaggiatore arabo Muhammad al-Idrisi documentò la grande fortificazione nel 1150. L'ingresso del primitivo nucleo del castello costituito da un portale ogivale di chiara fattura sveva del XIII secolo, è inserito nell'addizione muraria aragonese, formata da una serie di torrioni tondi del XIV secolo. Le torri presentano una decorazione circolare costituita da tarsie laviche, inoltre sono presenti sagome stilizzate di tre tori che sovrastano la decorazione superiore del portale. L'architetto di Federico II di Svevia, Riccardo da Lentini, "praepositus aedificiorum", ovvero supervisore delle fabbriche regie, come si evince dalla corrispondenza datata 1239, diresse i lavori. Tra le dimore predilette del sovrano quando in Sicilia voleva essere lontano dalla convulsa vita di corte palermitana nel Palazzo dei Normanni. Durante il regno federiciano venne avviato un censimento dei castelli e con il decreto "Statutum de reparatione castrorum" (1231 - 1240), fu prevista la loro ristrutturazione e manutenzione a carico dei cittadini. Il castello fu inserito nel “Castra exempta” redatto per volontà dell'Imperatore Federico II con la collaborazione di Pier della Vigna stilato nel 1239. In esso non compaiono i palazzi e le residenze di caccia e svago, le "domus solaciorum", di pertinenza comunque regia e soprattutto alcuni siti molto noti, spesso sotto il controllo della Curia, che all'epoca non erano ancora stati costruiti o ultimati. In tarda epoca sveva il maniero fu occupato da Corradino di Svevia. Il corpo principale della costruzione superiore, al quale si accedeva mediante una scala a gradoni incassata fra il primitivo Torrione Saraceno e le Segrete, era costituito da una serie di ampi vani delimitati a meridione dal Torrione del Parafulmine, l'ambiente principale è denominato "Sala del Parlamento". In epoca aragonese il castello fu dimora prediletta di Federico II d’Aragona, meglio noto come Federico III di Sicilia o di Trinacria, e del fratello Giacomo II. Sul finire del 1295 all'interno della grandiosa sala si riunì una sessione itinerante del Parlamento siciliano dopo i moti dei Vespri siciliani presieduta da Federico II d’Aragona. Nella fattispecie l'"Assise del Real Parlamento di Sicilia" fu dettata da motivi bellici derivanti dalla congiura ordita da Giacomo II d’Aragona nei confronti del fratello monarca, tema del contendere la cessione dell'isola agli Angioini (guidati da Carlo II d’Angiò) per alto tradimento. La sala presenta una serie di poderosi archi di stile orientale, monofore, maestosi portali, particolare è la presenza di un monumentale camino. Il tentativo d'assalto angioino venne arginato. La vicenda è legata alla Sala sede dell'"Assise del Real Parlamento di Sicilia". Sotto il mandato di Alfonso il Magnanimo fu aggiunta la cinta muraria formata da cinque robuste torri cilindriche che sormontano ciclopiche scarpe troncoconiche raccordate da muraglioni merlati con lo scopo di prevenire futuri attacchi. Le due torri semiaccostate poste a settentrione incorniciano la primitiva porta sveva sormontata dalle insegne della Corona d’Aragona. Lo stemma, un rombo marmoreo, raffigura l'aquila di San Giovanni che regge lo scudo della Spagna unificata con gli emblemi araldici degli antichi regni di Castiglia, Aragona, Leon, Navarra e Granada. Analogo stemma incorniciato da un rilievo lavico è inserito sul portale d'ingresso alla Piazza d'Armi. Un sesto torrione è posto in posizione più arretrata, esso definisce un percorso obbligato strategicamente controllato. Nel 1630 il Torrione meridionale fu denominato Torrione della Cisterna in quanto, pur mantenendo elementi di carattere difensivo, venne trasformato in serbatoio d'acqua. Il nucleo abitativo collocato nella parte pianeggiante della rocca venne difeso dall'imponente Cinta muraria spagnola a partire dal 1523. I torrioni con base troncoconica a scarpa furono aggiunti durante la dominazione spagnola dell'Imperatore Carlo V, opera del viceré Ettore Pignatelli e del successore Lorenzo Suarez de Figueroa. Dell'importanza del castello nel XVI secolo ne sono testimonianza i vari e importanti architetti succeduti alla direzione dei vari cantieri: Antonio Ferramolino (progettista del Bastione delle Isole, baluardo della difesa nord della Cittadella), Orazio del Nobile, Camillo Camilliani, Tiburzio Spannocchi e Pietro Novelli (probabile progettista nella prima metà del 1600 sia del Rivellino della Fonderia – così chiamato perché ospitava la fonderia dove avveniva la fusione per munizioni di armi da fuoco di ogni calibro, sia del Rivellino di San Giovanni - avamposto difensivo a pianta pentagonale che era collegato alla cittadella tramite un ponte di legno). La grande opera difensiva o fortificazione alla moderna consta di baluardi o bastioni: poligonali (triangolari a vanga) o ad asso di picche (con orecchioni), batterie, cortine: muri rettilinei, contrafforti, gallerie, garitte di vedetta, merlature, polveriere e santabarbara, ponte levatoio, rivellini di mezzaluna e di controguardia. Le continue scorrerie e incursioni barbaresche fecero, nel 1571, di Milazzo e Messina porti base per la raccolta delle navi dell'armata cristiana nella Battaglia navale di Lepanto. Tra il 1674 e il 1676, con Rivolta antispagnola di Messina, il Castello fu importante piazza d'armi e quartier generale del viceré Don Geronimo Pimentel, Marchese di Bajona, che attese la resa della città ribelle con Gregorio Carafa, l'ausilio militare dell'Ordine Gerosolimitano e del nipote di quest'ultimo Carlo Maria Carafa (1651-1695), IV Principe della Roccella. Nel 1713, il castello fu base per le armate austro - piemontesi contro gli attacchi spagnoli capitanati dal Viceré Jean François de Bette III Marchese di Lede. Dal 1718 al 1720, nella "guerra di successione" il presidio del castello, composto di truppe inglesi, tedesche e olandesi, resistette valorosamente all'assedio da parte spagnola: la Battaglia di Milazzo e quella di Francavilla vanno inserite nel contesto dei conflitti contro la Quadruplice alleanza combattuti dal regno di Spagna contro Inghilterra, Francia, Austria e Paesi Bassi per il predominio sul mar Mediterraneo. Dal 1805 al 1815, divenne piazzaforte inglese nel corso delle guerre napoleoniche, e ospitò flotta e truppe a difesa di Ferdinando di Borbone. A questo periodo risale il rinvenimento della gabbia metallica coi resti dell'irlandese Andrew Leonard durante gli scavi effettuati nel 1928. Nel 1820 l'armata napoletana comandata dal Generale Florestano Pepe inviata in Sicilia per sedare i moti separatisti mosse dalla cittadella di Milazzo a Palermo. Durante i moti risorgimentali della Rivoluzione siciliana del 1848 Milazzo fu al centro degli avvenimenti legati all'assedio e all'eroica difesa di Messina, ma cadde, occupata dal generale borbonico Carlo Filangieri il 9 settembre. Il 20 luglio 1860 la città di Milazzo rappresentò l'ultimo baluardo borbonico prima della conquista di Messina e la definitiva cacciata dalla Sicilia dei Borbone di Napoli. La popolazione ormai stremata ma, rinvigorita dai successi delle imprese Garibaldine, appoggiata dal concreto aiuto delle popolazioni del comprensorio, dopo lo scoppio insurrezionale della vicina Barcellona Pozzo di Gotto e le due Battaglie di Corriolo, affrontò la Battaglia di Milazzo per la conquista della Cittadella fortificata. I moti in provincia avevano richiamato il rinforzo delle truppe borboniche capitanate dal colonnello Ferdinando Beneventano del Bosco a sostegno della sparuta guarnigione di stanza nella fortificazione di Milazzo. La pirocorvetta Tukory, moderna unità della marina borbonica, consegnata alla flotta Sarda dal corrotto capitano Amilcare Aguissola, "invitato" e "convinto" al tradimento dall'ammiraglio Carlo Pellion di Persano, cannoneggiò incessantemente il fronte delle forze borboniche, impedendo ogni tentativo di contrattacco e costringendole al temporaneo ritiro e alla successiva resa nella Cittadella fortificata. I segni dei numerosi colpi di cannone sono ancora oggi riscontrabili, infatti, nella parete esterna destra della Chiesa di San Francesco di Paola dove è visibile, incastonata in prossimità del portale d'ingresso, una palla di cannone. Il 21 luglio, in seguito alla convenzione voluta dal ministro della guerra napoletano Giuseppe Salvatore Pianell, il maresciallo Tommaso de Clary e il generale Giacomo Medici, fu firmato il piano per l'evacuazione delle truppe borboniche dalla Sicilia, il 25 luglio i reparti guidati dai colonnelli Pironti e del Bosco s'imbarcano per Napoli, lasciando Milazzo e il suo Castello nelle mani di Giuseppe Garibaldi. Solo la cittadella di Messina resistette ancora diversi mesi. Con l'avvento del Regno d’Italia la città perse la sua importanza strategico - militare e il Castello nel 1880 fu declassato da piazzaforte reale a carcere giudiziario. Le segrete e le dipendenze ubicate nelle immediate adiacenze della piazza d'armi interna del primitivo nucleo fortificato, vennero adattate a spartane celle per la reclusione dei detenuti. Già in pieno clima di moti rivoluzionari era stato adibito a bagno penale per essere provvisoriamente destinato a quartiere generale militare. Durante la prima guerra mondiale fu adibito a campo di prigionia per i militari austro-ungarici, mentre nel periodo fascista fu luogo di detenzione per i condannati per reati di natura politica. Dopo il 1970 il carcere venne definitivamente chiuso; per la Cittadella fortificata, il Castello e per il Borgo antico iniziò una lunga decadenza architettonica e strutturale interrotta solo negli ultimi tre lustri col restauro generale di tutte le strutture. Dal 2016 la Cittadella fortificata ospita annualmente, nel periodo estivo, il Mish Mash Festival, una delle più significative rassegne di musica indie, rock ed elettronica della Sicilia. Sono in corso progetti mirati volti a inserire il Castello, la Città Murata e il Borgo Antico tra i siti del patrimonio dell'UNESCO. Di link per trovare informazioni aggiuntive sul castello ve ne sono certamente numerosi, provo a suggerirne alcuni: http://www.milazzo.info/it/castello.html, http://www.icastelli.it/it/sicilia/messina/milazzo/castello-di-milazzo, https://www.youtube.com/watch?v=p72KVT8Mg4o (video con drone di Nunzio Formica), https://www.youtube.com/watch?v=SKegZIU62xk (video con drone di Bella Sicilia), https://www.youtube.com/watch?v=RfP7Q3n0Zg4 (video con drone di Antonello Nicosia), https://www.youtube.com/watch?v=ZwmZ2Bov7wo (lungo video di visita di veliero79).


Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da http://www.fiabpalermociclabile.it/2012/06/01-luglio-2012-il-borgo-antico-di-milazzo-e-la-spiaggia-di-ponente/




domenica 20 agosto 2017

Il castello di lunedì 21 agosto




MAZZANO ROMANO (RM) – Palazzo Anguillara e Castello dell’Agnese

L'antico centro abitato, che appartenne a Teofilatto e Marozia e poi ad Alberico II, fu costruito su una ripida altura che emerge dalla valle del Treja. Uno stretto ripiano congiunge l'altura con le pareti della vallata che si eleva e nasconde l'insediamento. Il 14 gennaio del 945 d.C. il potente principe romano Alberico - padre del futuro papa Giovanni XII – la donò a Benedetto, abate del convento romano dei Santi Andrea e Gregorio al Celio, che rimase proprietario del feudo sino al 1526, quando il paese venne acquistato dalla potente famiglia degli Anguillara. Nel 1599 Flaminio Anguillara vendette Mazzano al Cardinale Lelio Biscia (per estinguere un’ipoteca che gravava su Calcata) e nel 1658 il feudo passò per eredità alla nobile famiglia dei Del Drago, che lo amministrarono fino alla riforma fondiaria dell’Ente Maremma. Oggi si accede al castello, che ha avuto varie fasi d'espansione, da un arco d'ingresso a volta inglobato nel palazzo baronale dei Biscia, sul quale c'è ancora lo stemma, che costituisce una più recente fase di difesa (XVII secolo) insieme a delle casette del '500, una delle quali riporta sugli architravi in peperino del camino e di una finestra l'iscrizione del nome del proprietario: Cristoforo Cenci 1573. All'interno una via ad anello percorre il castello attraverso un'irregolare massa di case tagliate da strade strette e tortuose sulle quali s'impone l'antico palazzo baronale di Everso e Dolce degli Anguillara (XV secolo). Il palazzo è maggiormente conosciuto con la denominazione di “Tocchi”, famiglia che recentemente ne ha posseduto una parte considerevole. Dal momento in cui i Biscia acquistarono Mazzano, eressero una nuova residenza, il palazzo con l’arco ubicato sulla destra di Piazza Umberto I, per cui si deduce che l’abitazione degli Anguillara venne venduta ad altri proprietari, e dal catasto del 1715 si definisce l’antica residenza signorile “Palazzo Vecchio”. La facciata che si erge su Via Roma si presenta imponente, con i suoi complessivi cinque piani dalla strada e le piccole finestre riquadrate. Girando attorno al palazzo lo scorcio più interessante è dato sicuramente dalla facciata interna su Via delle Scuole, con il portale sovrastato dalla loggetta a due piani con pilastrino centrale. Sulla parete della loggia restano le tracce di un affresco decorativo, mentre si scorgono le coperture a voltine a crociera del primo piano e a cassettoni del secondo. Anche in questo caso, come per il castello di Faleria (http://castelliere.blogspot.it/2011/03/il-castello-di-domenica-6-marzo.html), l’interno dell’antica residenza Anguillara non è visitabile. Sempre in territorio mazzanese sono i resti del castello dell’Agnese, un sito medievale a cui si riferiscono alcuni documenti pubblicati nel 1427, che lo descrivono come “tenimentum castri inabitati vocati Agnese”. Il castello era edificato su un basamento roccioso in cui si aprivano numerose grotte comunicanti tra loro. Nel 1668 fu autorizzata da Clemente IX la vendita del castello che, nel 1786 divenne proprietà della famiglia Del Drago. I ruderi del castello sono posti su uno sperone ovoidale a controllo del Treja


Foto: si riferiscono al Palazzo Anguillara, mentre del Castello dell’Agnese non ho trovato nulla in rete…..La prima è presa da http://www.mazzanoromano.info/turismo/luoghi-da-visitare.html, la seconda è presa da http://www.visitlazio.com/en/dettaglio/-/turismo/1192230/mazzano-romano-storia-di-un-crocevia;jsessionid=F11961E24125324FB0D727DA942C8641


sabato 19 agosto 2017

Il castello di domenica 20 agosto





MACERATA FELTRIA (PU) – Torre in frazione Cerignano

Si tratta di una torre poligonale residua di una piccolissima fortificazione qui piantata a guardia della valle. La torre ha subìto recenti interventi di restauro ed oggi si presenta in buono stato di conservazione. A prima vista, non prestando troppa attenzione a questo manufatto, ci si chiede il senso di una torretta posta praticamente in piano, nel fondo di una valle, circondata soltanto da qualche fratta ed un fosso spesso in secca. Qui, nel medioevo, si trovavano importanti percorsi che permettevano a chi proveniva dal vicino castello di Montecerignone (dalla seconda metà del 1300 sede del “Comune di Montefeltro” e, dunque, luogo importante) di tagliare verso Urbino, città comitale. In più, proprio alle spalle di Cerignano, verso est, si trovava l’importante centro di Valle di Teva (ora in comune di Montecerignone). Cerignano sorge dunque in un importante crocevia, come centro nelle mani dei Malatesta di Rimini. La sua torretta, quattrocentesca, che però non doveva essere isolata, ma circondata da mura e, probabilmente, da altre torri simili, somiglia particolarmente a quella presente all’ingresso del castello di Frontino, sempre nel Montefeltro, appena superato il cimitero cittadino. Altri link suggeriti: http://mapio.net/pic/p-33733010/ (bella foto).




Foto: sono state scattate tutte dal mio amico Claudio Vagaggini, proprio in questi giorni