martedì 15 agosto 2017

Il castello di mercoledì 16 agosto




SAN GIMIGNANO (SI) – Rocca di Montestaffoli dei Fiorentini

Dalla Piazza del Duomo, sulla destra della chiesa, attraversando Pazza delle Erbe, si sale verso la rocca, che domina il paese. Il poggio di Montestaffoli (che si dice ospitasse un castello del longobardo Astolfo e poi un convento di Domenicani) era, nell'Alto Medioevo, sede di una rocca posseduta dal vescovo di Volterra, che aveva giurisdizione politica sull'insediamento. Qui era stato istituito un mercato che godeva di una fiorente economia, grazie agli scambi con le città vicine (San Gimignano era infatti all'incrocio tra la via Francigena, sull'asse nord-sud, e la via che congiungeva Pisa con Siena). La zona di Montestaffoli venne lambita dalle due cerchie murarie, finché nel 1353 i fiorentini, ai quali i sangimignanesi avevano offerto la loro città in cambio di protezione dopo l'epidemia e la carestia del 1348 (ma anche per respingere eventuali attacchi che potessero venire da Siena o ribellioni sorte all'interno della stessa città) costruirono l'attuale rocca. Per far posto alla fortificazione, ultimata nel 1358, fu demolito e trasferito un convento dei Domenicani. La Rocca fu eretta a cavallo dell'esistente cinta muraria, usando la stessa pietra. La punta del recinto dotata di torrione bastionato a forma di sperone è l'unica parte della rocca esterna al tracciato murario cittadino, mentre il mastio, ora scomparso, e un'alto torrione sono rivolti verso il centro abitato. Altre due torri quadrate, delle quali una ancora oggi agibile, chiudevano i due lati. La Rocca era una specie di fortezza che ospitava truppe che venivano istruite da un comandante fiorentino e aveva una pianta a forma pentagonale con un perimetro di circa 280 metri, con torrette agli angoli e collegamenti che la univano alle possenti mura cittadine, ed era difesa da un antiporto protetto da una cateratta e da un ponte levatoio. Altri interventi fortificatori furono portati avanti fino al 1470 dotando la cinta muraria di cinque torrioni circolari bastionati costruiti in mattoni rossi e dotati di apparato a sporgere sorretto da beccatelli in pietra. Alla conclusione della guerra con Siena, nel 1555, il duca Cosimo de Medici dette l'ordine di smantellare la Rocca e altre strutture fortificate di San Gimignano, cosa che avvenne nel 1558. Andata in rovina durante gli anni del Granducato di Toscana, venne restaurata solo nel Novecento, ed oggi, sebbene restino solo le mura e siano persi tutti gli ambienti, è un luogo panoramico dove si godono notevoli viste di San Gimignano e della campagna circostante. A seguito del passaggio dell’area dalla proprietà Guicciardini-Strozzi al Comune (1978), il colle di Montestaffoli è stato adibito a parco pubblico. Da alcuni anni viene usata come luogo per rappresentazioni e concerti nella stagione estiva, e recentemente vi sono anche state installate alcune opere d'arte contemporanea. Nel terzo fine settimana del mese di giugno di ogni anno, si svolge il Torneo "La Giostra dei Bastoni" , nell'ambito della festa medievale "Ferie delle Messi". Dall'unica torretta della Rocca rimasta agibile si gode una vista straordinaria sulle torri del centro della città e un magnifico panorama a 360° della Val d’Elsa. Altri link suggeriti: http://www.ecomuseovaldelsa.org/mappa/patrimonio-culturale-materiale/rocca-di-montestaffoli, https://www.youtube.com/watch?v=MyXOHx-bjUE (video di varkki 360 videotours), http://l7.alamy.com/zooms/50a624ec8772442287ea596884ea3f90/a-spectacular-view-to-the-west-to-the-rocca-fortress-to-the-surrounding-bk9cff.jpg (bella foto).



Foto: la prima è della mia collezione, mentre la seconda è presa da http://stelledilatta.blogspot.it/2017/05/san-gimignano-e-le-sue-torri.html

lunedì 14 agosto 2017

Il castello di...Ferragosto 2017




GAZZOLA (PC) – Castello

Il comune di Gazzola sorge in posizione strategica tra la pianura e le prime colline piacentine ed il suo territorio è ricompreso tra il torrente Luretta ed il fiume Trebbia. Già popolato in epoca preistorica fu sede di numerosi insediamenti romani e il 18 dicembre 218 a.C. fu teatro della leggendaria battaglia della Trebbia che vide affrontarsi le legioni di Roma comandate dal console Tiberio Sempronio Longo sconfitte dall’esercito cartaginese guidato da Annibale. La battaglia è passata alla storia grazie all’astuzia dimostrata da Annibale, che riuscì ad indurre i soldati romani a guadare il fiume Trebbia in pieno inverno costringendoli a combattere in condizioni sfavorevoli, bagnati e infreddoliti. Inoltre un distaccamento di truppe scelte dell’esercito punico fu nascosto da Annibale in posizione defilata prima dell’inizio della battaglia, ordinando che attaccasse i nemici alle spalle nel culmine dello scontro. Nel Medioevo, con la dominazione dei franchi molte terre vennero acquisite dai vari monasteri presenti nella città di Piacenza. Dopo l'undicesimo secolo, a causa delle lotte feudali, furono realizzate molte fortezze nella zona: oltre ai principali castelli vennero costruite anche case-torri, tuttora visibili sul territorio nonostante le numerose trasformazioni e modifiche subite. Possesso dei Malaspina nel XII secolo, per iniziativa dei consoli del libero comune di Piacenza, all'inizio del secolo successivo fu liberata: in seguito fu coinvolta nelle guerre tra guelfi e ghibellini, nell'ambito di questi scontri, nel 1255, il podestà di Piacenza Oberto Pallavicini ordinò la distruzione dei castelli della zona. Nel 1302 Gazzola, insieme a Travo e Pigazzano venne concessa a Riccardo Anguissola da parte di Alberto I d’Asburgo. Il castello di Gazzola è documentato per la prima volta nel 1328 come proprietà di Bartolomeo Dolzani. Come molti altri castelli piacentini il maniero vide nel corso dei secoli molteplici passaggi di mano. Tra le famiglie nobiliari che ne entrarono in possesso ricordiamo gli Anguissola (nel XV secolo), i Bonelli, e da ultimi i Mascaretti che vi abitarono dal 1850 sino al 1870 quando l’edificio fu acquistato dal Comune di Gazzola. La rocca si presenta con pianta ad U e due grandi torri quadrate e ruotate in modo inconsueto di 45 gradi, disposte ai vertici del perimetro sul lato opposto alla facciata principale, quello che si apre sulla campagna circostante. Nel cortile interno sono presenti un pozzo barometrico (http://rete.comuni-italiani.it/foto/contest/geo/033022) ed un doppio loggiato. La pianta trecentesca si è conservata, mentre gli ambienti interni e il fronte verso il cortile sono stati, nei secoli, modificati per soddisfare le esigenze delle famiglie proprietarie. Tra gli interni segnaliamo un grande salone impreziosito dal camino sormontato dallo stemma araldico dei Bonelli. Oggi il castello è sede municipale.

 



Foto: entrambe di Solaxart 2013 su http://www.preboggion.it/Castello_di_Gazzola.htm



domenica 13 agosto 2017

Il castello di lunedì 14 agosto





GAZZOLA (PC) – Castello Landi di Rivalta Trebbia

Posto su una ripida scarpata (ripa alta) prospiciente la riva del fiume Trebbia, ha una posizione di poco elevata ma che consente un'ampia panoramica sul greto, che in questo punto è molto ampio, e la campagna circostante. Il castello di Rivalta e quello di Statto coi castelli di Montechiaro e di Rivergaro, che sono sull'altra sponda, sono collocati alle pendici dei primi rilievi, dove il fiume, a sud incassato tra i monti, comincia a scorrere nella pianura; controllavano l'accesso alla val Trebbia del caminus Genue, un tempo importante via di comunicazione con il Genovesato e quindi il mare. La prima testimonianza scritta sul castello è un atto di acquisto risalente al 1025. Nel 1048 l'imperatore Enrico II lo donò al monastero di San Savino di Piacenza. Nel XII secolo era sotto giurisdizione dei Malaspina-Cybo, che dominavano i territori dalla Lunigiana fino alla valle Staffora e nel 1255 Oberto Pallavicino, podestà di Piacenza, ordinò la distruzione di questo e degli altri presidi dei Malaspina. Nel primo decennio del XIV secolo i Ripalta lo cedettero a Obizzo Landi e da allora fino a oggi, tranne brevi interruzioni, rimase possesso della famiglia Landi. Tra il XV e il XVIII secolo i Landi trasformarono il castello in una sontuosa residenza. Molti gli eventi bellici che coinvolsero l’edificio: nel 1636 l'assedio da parte di 6000 soldati spagnoli guidati dal generale Gil De Has; nel 1746 il saccheggio da parte dei soldati tedeschi del generale Berenklau; nel 1799 di quelli francesi del generale MacDonald. Il borgo di Rivalta è un complesso fortificato composto, oltre che da edifici destinati a botteghe e abitazioni, da:
Parte antica - è composta dal dongione d'ingresso, di pianta quadrata alto 36 metri, edificato in mattoni e ciottoli, porta i segni dei colpi di artiglieria subiti nei molti assedi. Dall'ingresso con arco a sesto acuto, dalla torre sud, di forma semicircolare. La cinta muraria comprende un'altra torretta nell'angolo nord-est e un alto terrapieno che difende il complesso lungo il greto del fiume.
Castello - ha planimetria quadrangolare, con un cortile interno circondato da un doppio ordine di logge. In un angolo svetta una torre cilindrica sovrastata da un torrellino di fattura particolare, è l'elemento caratteristico del complesso essendo totalmente dissimile dalle altre torri del piacentino. Nella seconda metà del XV secolo l'architetto Guiniforte Solari di Milano modificò la struttura per adeguarla alle esigenze della nascente artiglieria e trasformò la residenza aggiungendo la torre, il salone d'onore, lungo 25 m., e l'elegante cortile porticato. A rimaneggiamenti settecenteschi appartengono lo scalone e la facciata che porta nel timpano triangolare la scritta Svevo Sanguine Laeta. I saloni sono stati affrescati da Paolo Borroni di Voghera e da Filippo Comerio nel 1780. Al suo interno ospita il Museo permanente del costume militare e il Museo parrocchiale.
Chiesa di San Martino - costruzione quattrocentesca con soffitto a capriate, decorazioni in cotto, ospita tele del pittore seicentesco Ferrante di Bologna.
Parco - di impianto settecentesco, con alberi secolari, circonda il castello isolandolo dalle costruzioni annesse.
Come ogni castello degno di questo nome anche Rivalta ha il suo fantasma, anzi ne ha due. Il più famoso è quello del genero di Obizzo Landi: Pietro Zanardi Landi. Obizzo e la moglie Bianchina avevano tre figli, un maschio e due femmine. Alla morte del grande feudatario, quando l’unico figlio maschio fu assassinato in un’imboscata, il Castello passò alle sorelle ed ai rispettivi mariti, Pietro Zanardi Landi e Galvano Landi, che si contesero a lungo l’eredità, fino all’uccisione di Pietro, e alla vittoria di Galvano. Da allora lo spirito di Pietro avrebbe vagato nel castello, perseguitando gli ospiti e la discendenza di Galvano fino alla fine dell’Ottocento, quando la proprietà venne assegnata all’altro ramo della famiglia, quello degli Zanardi Landi per l’appunto. Finalmente ristabilita la giustizia, Pietro scomparve; nel 1970 tuttavia, quando gli eredi della famiglia Zanardi Landi vollero ospitare un ignaro discendente di Galvano, si manifestò un’ultima volta disturbandone il sonno. Il secondo fantasma è di Giuseppe, cuoco della famiglia nel 1700, che fu ucciso per vendetta dal maggiordomo, a cui aveva insidiato la moglie. La sua fama si deve soprattutto ad una serata negli anni ottanta del ‘900, in cui nel castello fu ospite la principessa Margaret d’Inghilterra (sorella minore della Regina Elisabetta); si sarebbe infatti divertito a spegnere e accendere elettrodomestici, spostare oggetti e quadri, soprattutto nell’ala del castello in cui si trova la vecchia cucina. Ancora oggi quando questa è molto affollata, il cuoco Giuseppe, torna a manifestarsi in maniera buffa e scherzosa. Il castello attualmente fa parte del circuito “Associazione dei Castelli del Ducato di Parma e Piacenza” ed è visitabile da febbraio a novembre nei giorni festivi e in altre date su prenotazione. Sono visitabili il cortile, il salone d'onore, la sala da pranzo, la cucina del rame, le cantine, le prigioni, le camere da letto, la torre, la sala delle armi dedicata alla Battaglia di Lepanto, la galleria, la sala del biliardo, il Museo del Costume Militare, il Museo dell’Arte Sacra. Il borgo ospita abitazioni private, ristoranti e taverne. Il castello è tuttora abitato dai Conti Zanardi Landi. La sontuosa residenza diviene la cornice elegante e suggestiva per lo svolgimento di convegni e meeting. Il Castello di Rivalta è anche l'ambientazione perfetta per banchetti e cerimonie, in un'atmosfera raffinata ed affascinante, con i suoi tre saloni che possono accogliere fino a 250 ospiti. Ecco altri link consigliati: http://www.castellodirivalta.it/ (sito ufficiale del castello), https://www.youtube.com/watch?v=cTMI4x6aGU8 (video – con drone – di Matteo Toffanin), https://www.youtube.com/watch?v=MG_xjiiZSpk (video di Videopressparma).

sabato 12 agosto 2017

Il castello di domenica 13 agosto





SGURGOLA (FR) – Rocca e Torre di Mola Colonna

Il suo nome sembra derivi dall'antico termine italiano "Scolca" (posto di guardia). Il primo nucleo abitato sorse attorno alla rocca posta a guardia della sottostante vallata, nel periodo delle grandi invasioni barbariche. Nel 1253 Sgurgola era in possesso dei Conti di Ceccano; da questi fu venduta ai Torelli che a loro volta, nel 1319, la cedettero ai Caetani. Dalla fine del XV secolo divenne possesso dei Colonna che la tennero fino al 1806, data di abolizione dei feudi. Dalla Piazza dell'Arringo, nel centro storico di Sgurgola, si ammira il panorama della valle ed in questo luogo si riunirono i congiurati che poi oltraggiarono il papa Bonifacio VIII nel 1303 ad Anagni. Non vi sono più rilevanti tracce dell’apparato difensivo, se non qualche torre appena visibile e qualche cortina inglobata negli edifici. La Rocca di Sgurgola, con i suoi ruderi costituiti dalle mura perimetrali in parte oggi restanti, era al tempo un fortilizio dalle caratteristiche di rocche medievali poste a scopo difensivo. L’attuale basamento era un tempo sormontato da un pino a ombrello, la cui sagoma era visibile fin dall’autostrada. I vicoli attorno alla rocca sono molto caratteristici, stretti, tortuosi, spesso con scalinate, e per le loro dimensioni il quartiere è detto “bùcio pellìccio” cioè “buco del setaccio”. La bella torre Balestra domina la collina ricca di vigneti, lecci secolari e cedri. Un'altra torre, massiccia ed imponente, la Mola Colonna, si trova a ridosso del fiume Sacco, posta a guardia del ponte che attraversa il corso d'acqua, nel punto in cui il fiume produce una suggestiva cascata. Fa parte di un piccolo complesso architettonico composto da un casale, da locali adibiti a macina, le cui caratteristiche rientrano in quella che è comunemente chiamata "archeologia industriale", da un ponte di origine romana e da opere di sistemazione idraulica della cascata sul fiume Sacco, anche esse di origine romana. E' un edificio quadrangolare di m. 7 di lato e m. 17,50 di altezza, sviluppato su tre piani di cui uno solo è esistente. Dell’antico uso militare conserva feritoie sormontate da finestrelle quadrate. Coronato all'estremità da merli, l'edificio, forse, doveva avere la funzione di difesa del ponte e controllo del transito. In seguito fu adibita a mulino (da cui il nome), sfruttando la forza motrice delle acque del Sacco. La mola ha subito nel tempo numerosi restauri realizzati tra il 1670 ed il 1900. Per qualche tempo era divenuta una modesta centrale di energia elettrica per l'illuminazione di Sgurgola, Morolo e Supino. Dal 2003 fa parte del patrimonio Comunale e sarà presto ristrutturata e adibita a museo delle Bande Musicali. In questo video, di Andrea Pace, si vede molto bene il basamento della Rocca che è rimasto ai nostri giorni…. https://www.youtube.com/watch?v=a03PHawJA24


Foto: difficile trovarne un’inquadratura valida. Nella prima, presa da http://www.tv2000.it/borghiditalia/2015/08/17/sgurgola-fr-3/, la rocca è sullo sfondo in alto a sinistra, mentre la seconda, presa da http://www.internetting.org/citta/Lepini/paesi/immagini/sgurgola-rocca.jpg, è troppo piccola per apprezzarne i dettagli. Infine, la terza foto, riguardante la torre di Mola Colonna, è di Andrea Gaddini su http://www.andreagaddini.it/MolaColonna.jpg



venerdì 11 agosto 2017

Il castello di sabato 12 agosto





FINALE LIGURE (SV) – Torre saracena (o di Punta Crena) e Castello Del Carretto in frazione Varigotti

Varigotti, come tutta la costa della penisola italiana, subì a lungo la minaccia saracena. È stata sollevata l'ipotesi, priva di reali conferme, che Varigotti fosse stata per un certo tempo una delle basi sulla terraferma dei saraceni del Frassineto. È possibile che, abbandonata dai longobardi, Varicottis potesse aver fornito occasionale riparo ai saraceni, finché non si fermarono stabilmente e si mescolarono alla popolazione locale. A sostegno di questa ipotesi viene citato l'insediamento di Ca' de Mori, una struttura abbarbicata su di un promontorio che possibilmente fu forte arabo, date le tecniche costruttive. I Varigottesi furono tradizionalmente chiamati “saraceni”, un nome che può essere radicato nella permanenza saracena nel luogo. L'eventuale permanenza saracena si sarebbe conclusa con la distruzione del Frassineto. Tutta la costa finalese diventò allora parte prima della marca aleramica e poi dei territori di Bonifacio Del Vasto. Nel 1127, i monaci benedettini dell'abbazia di Lerino si insediarono nella chiesa di San Lorenzo, un cenacolo monastico preesistente, probabilmente risalente al VII sec. Nel 1162 si costituì la marca di Savona, infeudata a [Enrico I Del Carretto]], di cui Varigotti fu parte spesso contesa dal nascente comune di Noli. I monaci di Lerino rimasero fino al 1177, quando la chiesa divenne verosimilmente parrocchiale di Varigotti (non si hanno, infatti, notizie sulla chiesa sino al 1356). Varigotti assunse nuovamente importanza e prosperità grazie all'antico porto che divenne importante base di difesa e di attacco marittimo dei Del Carretto. Intanto, la popolazione cominciò a spostarsi dall'area del porto all'area a ponente del promontorio (dove sorge oggi l'abitato). Qui si formò una “compagna”, una libera associazione di uomini dei villaggi con potere corporativo. Allo stesso tempo, si costituì a ponente una nuova chiesa (Chiesa di San Lorenzo nuova) affiliata alla Pieve finalese, infatti la chiesa di San Lorenzo vecchia sopra il porto era ormai lontana dall'abitato. Dato lo spostamento a ponente della popolazione attuatasi in questo periodo si formano i nuclei abitati di Pino, Giardino, Chièn, Cà dei Mori, la Seva e la Monda e lo sviluppo dell'abitato nella striscia costiera. Nei secoli successivi Finale Ligure si scontrò con la Repubblica di Genova. Dopo una sconfitta di Finale da parte di Genova, il porto di Varigotti venne interrato ad opera dei genovesi nel 1341 (benché questo fatto sia disputato). Nei secoli successivi la sorte di Varigotti seguì quella del Finale e dei suoi scontri con Genova. Nel 1559, dopo un'invasione dei Turchi, si costruì la torre di vedetta in cima a Punta Crena. Nel 1582 Genova, signora di Noli, costruì una torretta tra Punta Crena e Capo Noli per segnare il confine tra i possedimenti. La torretta (detta delle Streghe) rimane oggi e segna tuttora il confine tra i due comuni. Nel 1602 il Finale passò sotto dominio spagnolo, e fu ceduto a Genova nel 1713. La frazione venne costituita libero comune autonomo con il dominio napoleonico e la creazione della Repubblica Ligure. Nel 1927 infine diventò parte integrante del neo costituito comune di Finale Ligure. Sul promontorio di Punta Crena si possono raggiungere con un piacevole sentiero i ruderi dell'antico castello fatto costruire dalla famiglia dei Del Carretto. Con la vittoria sul marchesato di Finale nel 1341, i Genovesi distrussero l'edificio e interrarono il porto di Varigotti. Dalla torre quadrangolare di vedetta, posta sul culmine del promontorio, si può ammirare un panorama mozzafiato. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=CnyoL3rmJZA (video di roberto nicolick), https://www.youtube.com/watch?v=F_EUyPDTQdM (video di liguriainside).



Foto: la prima è di Piccolo Lupo su https://www.naturamediterraneo.com/forum/topic.asp?TOPIC_ID=145292, la seconda è di simo83 su http://mapio.net/pic/p-17414482/; infine la terza, relativa ai ruderi del Castello Del Carretto, è di giancamonty 42 su http://www.panoramio.com/photo/120902848

giovedì 10 agosto 2017

Il castello di venerdì 11 agosto





SPELLO (PG) – Rocca Albornoz e Palazzo Baglioni

Spello fu fondata dagli umbri per poi essere denominata Hispellum in epoca romana. Fu dichiarata da Cesare "Splendidissima Colonia Julia". I resti della cinta muraria, molto più ampia in passato di quanto possiamo ammirare oggi, attestano la grandezza che ebbe la città, così come i resti archeologici che la circondano. Devastante per Spello fu la discesa in Italia dei Barbari che la ridussero in una povera borgata. In età longobarda e franca fece parte del ducato di Spoleto, per poi passare al Papato. La cittadina tuttavia, memore della prosperità e della relativa autonomia di cui godeva in epoca romana, non tardò a divenire libero Comune con proprie leggi. Nel 1516 il comune fu infeudato dal Papa alla famiglia perugina dei Baglioni cui appartenne fino al 1648. Nel IV secolo Spello fu sede vescovile e nell'Alto Medioevo – con altre diocesi vicine ora soppresse – fece parte per moltissimo tempo della vastissima diocesi di Spoleto. Attualmente Spello è invece integrata nella diocesi di Foligno. La Rocca - o Cassero - si estendeva sull’odierna Piazza della Repubblica fino a comprendere Via Seminario Vecchio e Via della Liberazione. Poche le parti originarie: il corpo più antico, di forma quadrangolare, venne fatto costruire come fortezza militare nel 1358 da Filippo d’Antella, rettore del Ducato di Spoleto, poiché inserito nel piano di fortificazioni delle Terre della Chiesa voluto da Innocenzo VI e da questi commissionato al cardinale Egidio Albornoz. L'edificio, come risulta nel 1359, insisteva in un area precedentemente occupata anche dalla primitiva sede dell'oratorio dei Raccomandati o Disciplinati di S. Maria della Misericordia. Recenti rinvenimenti documentari hanno permesso di meglio circostanziare le notizie finora possedute sui complessi lavori di ampliamento e di trasformazione dell'edificio, eseguiti e diretti negli anni 1561-1564 dai maestri lombardi Battaglia di Pietro e Filippo di Giacomo, su espresso incarico di Adriano Baglioni, signore di Spello. Infatti, con l’arrivo dei Baglioni, divenne la loro abitazione in città. Adriano fece apportare una serie di modifiche, tra cui il cambiamento dell’aspetto esteriore da fortezza militare a residenza nobiliare e la riduzione in altezza del maschio. Dopo il 1583, quando la città tornò definitivamente allo Stato della Chiesa, il complesso costituito dalla ex rocca baglionesca e dal palazzo adiacente fu ancora trasformato e riadattato per ospitare, tra l'altro, il governatore apostolico, le prigioni e, nel 1620, il seminario S. Felice. Gravemente lesionato dal terremoto del 1832 e nuovamente trasformato nel secolo XIX, specie dopo la partenza del governatore apostolico (1860), negli anni Sessanta-Settanta di questo secolo l'edificio è stato oggetto di ulteriori lavori per essere parzialmente destinato a sede della Scuola Media Statale. Dell'originario sito della rocca ("Palagio de Adriano Baglione") frutto di un ambito progetto voluto da Adriano Baglioni a partire dal 1561, che prevedeva la sistemazione di tutta l'area che oggi corrisponde al lato della Scuola Media "Galileo Ferraris" e all'Ufficio delle Poste e Telecomunicazioni, purtroppo eccezion fatta per la porzione di fabbricato su Via Seminario Vecchio non rimane alcuna traccia. Questa considerazione non significa che ciò che resta è da considerare di poco conto, vuole però segnalare la perdita del bel muro cinquecentesco (ultimo quarto del XVI secolo) che collegava i due estremi del prospetto (la chiesa di San Filippo oggi PP.TT. e il "maschio" della fortificazione oggi sede delle segreterie della scuola). Su Via Seminario Vecchio sono visibili numerosi elementi costruttivi giustapposti nei diversi periodi e fasi costruttive, ma è sulla vista che si prospetta in via della Liberazione che vediamo i più significativi segni di un grande intervento architettonico di natura militare e civile, iniziato nel XIV secolo e terminato nel secolo XVI con membri della famiglia Bagliori. L'interno è totalmente rimaneggiato in particolare da quando l'edificio è stato adibito a plesso scolastico; al piano interrato cui si accede anche da Via Seminario Vecchio si trova una loggia (forse del XV secolo) attraverso la quale si entra nella attuale "palestra piccola", questo vano è particolare per la forma e più che altro per la copertura realizzata in volte a crociera con mattoni a vista poggianti su un grande pilastro-colonna centrale. Su questo piano in una stanza attigua agli spogliatoi c'è un affresco di scuola umbra del secolo XIV. Ciò che merita una visita, oltre al 1° piano sottoterra (ancora in corso di sistemazione), è sicuramente la stanza del Governatore (detta anche dell’Udienza) posta al piano terra (aula degli insegnanti). Il soffitto è realizzato in formelle dipinte con la raffigurazione di motivi geometrico-floreali e il grifo di Perugia. Per tutto il perimetro, poco sotto il livello del solaio, corre una larga fascia affrescata dove figure femminili reggi-trave si intervallano a riquadri di viste fantastiche e non (in alcune di esse è possibile riconoscere anche vedute, un po' idealizzate, di piccoli centri della Valle Umbra Sud). Agli angoli del fascione campeggiano gli stemmi del cardinale Ottavio Santacroce (1576-1583), governatore di Perugia nel 1576, della famiglia Baglioni e della famiglia Mattei-Ubaldini. L'impostazione della Sala, i soggetti rappresentati ed un probabile non lontano periodo di esecuzione avvicinano questo ciclo a quello presente nella "Sala degli Zuccari" nel Palazzo Comunale. Appartengono a questa sala gli stemmi in pietra di Innocenzo X e del governatore Valerio Vitelleschi e l'epigrafe dedicatoria (1649) ora nell'atrio del Palazzo Comunale in piazza della Repubblica.
Foto: le prime due sono cartoline della mia collezione, mentre la terza (relativa al Palazzo Baglioni) è di Audrey22 su https://it.wikipedia.org/wiki/File:Palazzo_baglioni_a_spello_PG.jpg


mercoledì 9 agosto 2017

Vacanze estive



Un caro saluto a tutti gli amici del blog.

Da ieri sono iniziate le mie ferie estive....spero di rilassarmi un po' ne ho davvero un gran bisogno.

Il blog non si fermerà ma, fino al 28 agosto, non è garantita la pubblicazione giornaliera di nuovi castelli, vediamo cosa riuscirò a fare...voi comunque, passate qui a dare un'occhiata ;-)

Mi piacerebbe tantissimo andare a visitare qualche fortificazione dalle mie parti, incrociamo le dita.

A presto !
Valentino

Il castello di giovedì 10 agosto




SANT’ARCANGELO (PZ) – Palazzo Baronale della Cavallerizza

E’ un edificio storico che si trova in agro del Comune di Sant’Arcangelo, a tre chilometri dal centro abitato. In un luogo vicino al greto del fiume Agri, si possono ammirare le maestose mura di quello che fu un importante ed originale Palazzo del Medioevo lucano, centro residenziale delle famiglie feudali che lo possedettero e sede di uno degli allevamenti di cavalli più importanti del Sud Italia. Recenti studi hanno evidenziato che la costruzione del Palazzo risale al XIV secolo, certamente ad opera della famiglia Della Marra, giunta da Barletta, che in quel periodo iniziò a manifestarsi come una delle famiglie feudali più importanti della Basilicata giungendo a possedere circa cento feudi. Successivamente l’edificio passò ai Carafa, poi ai Colonna ed infine alla famiglia Scardaccione, attuale proprietaria. L'edificio presentava una forma a C, con all'interno vari saloni affrescati, la sala del trono, ed attiguo alle scuderie vi era la carriera ad archi, coperta, lunga più di 200 metri e larga 8, utilizzata per l'allenamento dei cavalli per il dressaggio guerresco. Il Palazzo della Cavallerizza, in una descrizione di Sant’Arcangelo, che ci perviene da un manoscritto di Mandello di Diano, in una cronaca del XVI secolo viene descritto in questo modo: «...vedesi la terra di S.Archangelo benché fra balze, situata in piano con buone habitationi, e un ordine ben'inteso, si che rassembra più tosto Città, che terra di montagna. .... Il popolo vi è molto numeroso il quale pur della bambagia che raccoglie riceve grande utile, non vi mancando gentilhuomini che agiatamente vivono della rendita loro, dimostrandosi in tutte l'occorrenze cortesi e gentili. Nella parte più bassa del distretto alla ripa del fiume Acri vedesi un suntuoso edificio chiamato il Palazzo, quivi fabricato dai signori Principi di Stigliano, padroni del luogo per stanza e ricetto della razza de lor cavalli, famosa non pur in questa provincia ma in tutto il regno...». La storia della Cavallerizza può essere suddivisa in tre periodi. Il primo periodo (XIV secolo) detto "del Viridario" come Viridarium, cioè dimora inserita nel verde, come dimora di campagna, coincide con la costruzione del Palazzo, avvenuta probabilmente ad opera di Eligio I Della Marra. Eligio Della Marra fu celebre, ai suoi tempi, per ricchezze e magnificenza, ma all'inizio sembra che abbia dovuto molto lottare per venire in possesso dei suoi beni. «Il conte Eligio che visse sotto Re Ferrante il Vecchio (Ferdinando d'Aragona) e i susseguenti Re in sino all'anno 1517 nel quale morì, hebbe per alcun tempo travaglio nel possessio del suo stato occupatogli dal re, perciò che non s'havea voluto lasciar egli condurre à prendere una donna per moglie di nobilissimo sangue, con cui s'havea opinione, che il re havesse havuto non molto onesta pratica, prese per moglie Ciancia Caraciola». Eligio non ebbe figli. Secondo lo storico Scipione Ammirato, dunque, fu per questo atto ammirevole di rispetto verso se stesso che Eligio ebbe contrasto con il Re, non per aver negato il suo contributo di vassallo ad Alfonso il Magnanimo in tempo di guerra. Eligio fu grande e magnifico signore, e molto ricco e potente. Solo in Basilicata possedeva Aliano, Accettura, Stigliano, Gorgoglione, Alianello, Guardia,
Sant’Arcangelo, Roccanova e feudi minori, per i quali pagava ogni anno tributi abbastanza elevati. Con tanti feudi e con le proprietà che aveva ereditato in Napoli dalla madre Polissena della nobile famiglia Sanseverino, Eligio poteva vivere da vero principe e spostarsi a piacere nei vari palazzi dei suoi feudi e dei suoi possedimenti fra la Basilicata e Napoli, la capitale del Regno, ove tutti i nobili avevano palazzi sontuosi. Abitò, certamente, anche a Sant’Arcangelo, ma non tanto, forse, nel centro abitato quanto in un suo palazzo che, a differenza dei castelli e, in genere, delle dimore nobiliari di quel tempo, non sorgeva sopra un'altura, bensì in basso, nella verde pianura dell'Agri, fra orti, uliveti e vigneti e vastissimi boschi di querce. Questo palazzo, doveva essere enorme: un'antica tradizione, come spesso capitava per le dimore feudali, lo diceva fornito di tante stanze quanti sono i giorni dell'anno. La grande «Cavallerizza» che diverrà celebre in tutto il Regno e oltre, soprattutto con i successori di Eligio: Antonio e Luigi Carafa Della Marra. Forse a questo amore di Eligio per i cavalli si riferisce il bell'affresco trovato nel vicino Monastero di Orsoleo sulla lunetta volta a occidente, in un locale a piano terra, nel corpo avanzato a sinistra della facciata della chiesa: l'unico, con il corrispettivo sulla lunetta di fronte, di soggetto non sacro. In questo dipinto si vedono due grandi cavalli monocromi che dominano il bel paesaggio con fiume, a destra del quale si vedono vari edifici fra cui si può, forse, individuare il convento stesso ancora in costruzione.
Il secondo periodo, detto "del Palazzo" che, come si può notare dalla lettura del territorio, vede Palazzo situato più in alto dell'alveo fluviale, così, in seguito alle piene dell'Agri, si creò l'isolotto nel fiume riportato nella cartografia coeva. Quindi la Cavallerizza, famosa il tutto il Regno, fu inserita in varie mappe e carte geografiche dal Cinquecento in poi. Il palazzo della «Cavallerizza», oltre che molto grande, dovette essere anche molto importante e molto noto, infatti si trova segnato, con il nome «Il Palazzo», in varie carte geografiche delineate dalla fine del Cinquecento a tutto il Settecento: si trova così, con la dicitura "il Palazzo", nell'Atlante di Giovanni Antonio Magini (cartografo del Cinquecento), in un'altra del Jansonium del 1647 della Terra di Bari et Basilicata, ed ancora nell'atlante disegnato alla fine del Cinquecento e stampato, postumo, a Bologna dal figlio Fabio nel 1620; in una carta secentesca di Terra di Bari e Basilicata tratta dall'Hondius; in un'altra del Blaeu, stampata ad Amsterdam nel 1635; e, finalmente, in una carta della provincia di Basilicata e Terra di Bari, di Domenico De Rossi, stampata a Roma nel 1714. In tutte queste carte geografiche «il Palazzo» è sempre indicato con precisione tutto circondato dalle acque del fiume, deviato, in quel punto, in modo da formare una vera isoletta di una certa estensione. La posizione di questa "Isola Bella" lucana può far immaginare la bellezza e la suggestione dell'edificio lambito dalla corrente, in mezzo ad un ampio giardino rinascimentale, circondato da orti, vigne e querceti e di canneti di cui una parte sopravvive sino ad oggi, ricchissima di animali di ogni tipo e dei più svariati uccelli.
Terzo periodo - Nel XVI secolo il Palazzo infatti viene arricchito della "carriera" e da un'altra ala, diventando così stazione di una propria razza di equini e delle necessarie strutture necessarie per l'allevamento dei cavalli. I Della Marra scelsero Sant’Arcangelo, come sede della Cavallerizza perché il territorio poteva offrire, sia un clima salubre e mite, che numerosi pascoli e boschi, il territorio pianeggiante, poi si prestava quale ottima pista di allevamento, oltre alla presenza dell'Agri quale fonte inesauribile d'acqua. Gli appartamenti degli scudieri e dei cavallerizzi erano situati sopra le scuderie, ancora visibili, e si affacciavano con cinque finestroni sul galoppatoio, a questi si accedeva attraverso una piccola scalinata laterale ancora visibile. Durante il possesso di sant'Arcangelo da parte della Famiglia Carafa, con il Principe Antonio Carafa di Stigliano, il quale «...facendo professione di tenere gran quantità di cavalli onde non solo la sua stalla ma la sua razza fu giudicata la maggiore di tutte nel regno», portò la Cavallerizza al suo massimo splendore. La Cavallerizza conobbe nuovo splendore con l'avvento della Famiglia Colonna allorquando subentrò Giuliano Colonna (1671 - 1732), insignito del titolo di principe di Galatro, cambiato in principe di Aliano da Carlo VI d'Asburgo-Austria nel 1715 e decorato poi 1716 del titolo di principe di Stigliano, titolo appartenuto Nicola Filippo Maria de Guzman, morto senza lasciare eredi, sposo di Giovanna Van den Heyden, principessa di Stigliano, che nominò Governatore della Cavallerizza il Nob. U.J.D. D.Giovanni Scardaccione, barone di Cellesse e Terlizzi. Da un ritratto equestre di quest'ultimo, il quale aveva ricevuto dal Principe di Stigliano in dono uno Stallone di nome Saittone, è possibile riscontrare le caratteristiche morfologiche della razza dei cavalli napoletana santarcangiolese.
Oggi della Cavallerizza, purtroppo, non rimangono che ruderi e, delle mura perimetrali è rimasto ben poco, pur essendo in corso una progettazione di recupero e di restauro da parte dei proprietari. Anche il galoppatoio è rimasto come era un tempo, ed è forse proprio da questo che il visitatore, godendo di una visuale sgombra dalle enormi querce che si trovano tutt’intorno, può avere uno sguardo di insieme che lo riconducono indietro nel tempo e al vissuto di tanti anni fa. Tuttavia è tuttora possibile scorgere ciò che rimane delle scuderie, della dimora dei principi e della grande scala principale, insieme alla carriera che risulta essere la parte meglio conservata, e solo recentemente, grazie all’intervento privato della Famiglia Scardaccione, attuale proprietaria, sono iniziati progetti di consolidamento e salvaguardia.




Il castello di mercoledì 9 agosto




PONTI SUL MINCIO (MN) – Castello Della Scala

Le notizie storiche relative al Castello di Ponti sul Mincio, ricavabili unicamente da studi di carattere generale, in mancanza di indagini monografiche e di ricerche d’archivio, sono poco certe. Fu edificato in posizione strategica sulle colline che dominano il Mincio probabilmente dopo la presa del potere a Verona da parte di Mastino I della Scala intorno al 1260. Divenne un importante maniero per il sistema difensivo scaligero che comprendeva anche gli edifici di Sirmione, Peschiera del Garda, Monzambano e Valeggio sul Mincio. L’impianto del castello corrisponde in modo elementare al tipo del castello scaligero ossia del castello-recinto, che si conforma alle condizioni naturali del sito in cui sorge. La sua forma è infatti quella di un semplice recinto murario intervallato da torri che si adattano alla sommità di un piccolo colle ed alle sue curve di livello, assumendone la forma planimetrica “a fuso”. La cinta muraria è in ciottoli di fiume, con merli a capanna, e con camminamenti di sponda sporgenti su mensole di mattoni, purtroppo oggi in gran parte crollati. Lungo la cinta muraria in posizioni tra loro quasi equidistanti si collocano le torri di difesa. Una torre scudata occupa la punta nord e due torri a “C” aperte verso l’interno si trovano sui lati, in posizione mediana e simmetrica; mentre a sud del castello, simmetricamente rispetto all’asse longitudinale si trovano due torri chiuse a pianta quadrata di cui una, la  più bassa, è oggi adibita a torre dell’orologio e l’altra, la più elevata, il mastio, posta accanto all’antica porta di ingresso dal borgo, che fungeva da controllo del fiume. Tale porta è custodita da un rivellino a camera che un ponte levatoio collegava un tempo con la strada sopraelevata proveniente dal borgo; strada che oggi risulta invasa dalla vegetazione ed inglobata nel giardino della canonica. Il complesso fortificato faceva probabilmente parte del Serraglio difensivo scaligero che comprendeva quattro castelli: Valeggio sul Mincio, Gherla, Villafranca e Nogarole Rocca e impediva le incursioni milanesi e mantovane nel territorio veronese. Decaduta la sua funzione difensiva sin dal XVIII secolo, dapprima venne edificato il serbatoio dell’acquedotto (oggi demolito) e l’interno della cinta, venne utilizzato come ortaglia e coltivato sino a tempi recenti. La fortificazione ha subito delle opere di consolidamento nei primi anni del Novecento e negli anni settanta. Oggi, dopo accurati restauri, il complesso appare sgombro dalla vegetazione infestante e rappresenta il biglietto di ingresso a Ponti per chiunque giunga in paese. Possiamo visitare dall’alto questo splendido fortilizio, grazie al video, con drone, di Manrico41: https://www.youtube.com/watch?v=ZTmu2-mqD1s. Altri link suggeriti: http://www.parcodelmincio.it/pun_dettaglio.php?id_pun=1491, http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/MN360-01625/, http://www.archilovers.com/projects/154645/restauro-castello-di-ponti-sul-mincio.html.



martedì 8 agosto 2017

Il castello di martedì 8 agosto




MONTE GRIMANO TERME (PU) – Torre civica

E’ situato sull’alta valle del Conca, a 536 s.l.m. e conta 1173 abitanti. Il centro storico ha un impianto urbanistico dalla forma a spirale, di origine tipicamente medioevale. Prima dell’anno mille fu uno dei castelli del Montefeltro dati in feudo da Ottone I a Ulderico di Carpegna nel 962. A metà del secoli XIV il cardinale Albornoz lo conquistò alla Chiesa e nel 1358 divenne una delle cinque podesterie della Romandiola feltresca assieme a S.Leo, Macerata Feltria, Monte Cerignone e Pennabilli. Nel 1390 fu ceduto ai Montefeltro da Bonifacio IX. Nel 1446 le truppe di Sigismondo Malatesta, Duca di Rimini, devastarono il Palazzo medioevale. Dell’originale struttura rimane oggi la torre civica del “‘400” che domina la valle del Conca. Riconquistato dalla potente famiglia dei Montefeltro e dei Della Rovere, Montegrimano passò a far parte con il Ducato di Urbino, allo Stato Pontificio. Il nucleo storico di Monte Grimano si è formato intorno all'antica torre che sorgeva proprio al centro delle mura fortificate. Ricostruita certamente nel secolo XV in stile romanico, fu più volte consolidata ma in parte manomessa. Già nel 1600 era stata incappucciata con una strana cupola, a giudicare dal disegno del Mingucci. La cupola è stata poi ricostruita nel sec. XIX come appare attualmente. Oggi è proprio questa particolarità a far riconoscere l'agglomerato di Monte Grimano rispetto a tanti altri simili sulle colline del Montefeltro. Nel 1700 fu aggiunto un orologio che esiste tuttora, smontato e depositato nello scantinato del Comune, mezzo arrugginito dopo essere stato restaurato una ventina d'anni fa. All'esterno della torre c'è ancora il quadrante le cui sfere ora sono mosse da un apparato elettronico. Rimane così fissato per sempre il sistema dei rintocchi per le ore e la varie suonate secondo le circostanze. La campanella più piccola è riservata all' ingresso dei bambini a scuola e i suoi tintinnati rintocchi risuonano tutti i giorni di scuola alle 7.45. I recenti lavori di restauro e consolidamento hanno restituito dignità ed eleganza alla torre e resa più agevole la salita fino alla cella delle tre antiche campane dei secoli XVII e XVIII. La Torre civica è tutto ciò che resta del Castello o meglio, del palazzo fortificato fatto costruire dai Montefeltro nel secolo XIV, oltre i vani sotterranei ora tutti incorporati nelle case, sono di questa proprietà comunale mentre la vicina Chiesa parrocchiale utilizza un suo campanile a vela: solo per particolari circostanze ( festa del patrono, Natale, Pasqua e soprattutto quando muore un cittadino) le antiche campane risalenti – come s'è detto - al 1600 e al 1700 fanno udire la loro voce nell'alta valle del Conca. La Torre è alta mt. 18 e ha forma di parallelepipedo con i lati di m. 5,90 e 5,60. Poggia su fondamenti ad arcate, visibili nella parte alta da una porticina sulla destra dell'ingresso principale. Questo vano altro non è che la parte superiore della antica cisterna che, come in ogni castello che si rispetti, esisteva anche a Monte Grimano e si estendeva sotto la piazza. Ora in gran parte è stata interrata, ma nel 1800 fungeva ancora da pozzo, la cui apertura si trovava dove attualmente è collocato un modesto busto di Garibaldi. La Torre si trova quasi al centro della piazzetta, isolata dalle case. Questa ulteriore caratteristica che la fa distinguere rispetto alle altre del Montefeltro (e di quelle del resto dell'Italia) è dovuta al fatto che nel corso del 1800 il Comune ha deciso di demolire un modesto fabbricato che le era addossato e che serviva come magazzino del Comune stesso, e un altro acquistato proprio perché fatiscente. La Torre era stata intonacata nei secoli passati perché è costruita in pietra alberese, di origine locale, piuttosto friabile. La base era stata orribilmente incementata, ora tutto l'intonaco è stato asportato e il restauro ha sostituito le parti logorate o mal riparate con pezzi di mattone. È sparita la camicia di cemento alla base, e il monumento rivelare la sua immagine originale che, pure se un po' tozza, è senz'altro elegante come una signora attempata.




lunedì 7 agosto 2017

Il castello di lunedì 7 agosto





ATENA LUCANA (SA) - Castello

Le dominazioni barbariche e le incursioni saracene del IX-X secolo d.C. distrussero la città, costringendo gli abitanti ad arroccarsi sul colle e fondare la civitas medievalis con mura e torri e porte d'accesso. Nell'Alto Medioevo dopo il susseguirsi delle dominazioni longobarde e normanne, troviamo infeudata in Atena nel 1282 la famiglia Sanseverino, con Tommaso I, conte di Marsico fino al 1306. Durante la dominazione dei Sanseverino fu potenziato il sistema difensivo della città: Roberto Sanseverino fece edificare sulla sommità del castello un'altissima torre cilindrica da cui era possibile, secondo la credenza, intravedere il mare. Inoltre Roberto, nominato da papa Innocenzo VIII capitano delle truppe pontificie, faceva girare una girandola infuocata sulla sommità della torre di Atena quando riportava delle vittorie sul nemico, ad imitazione della girandola di Castel Sant'Angelo in Roma. Atena restò sotto i Sanseverino fino al 1507, quando Ferrante Sanseverino fu privato dei suoi beni e possedimenti che furono messi all'asta e acquistati dal principe di Stigliano per 25.000 ducati. Nel 1576 presero possesso della terra di Atena i Caracciolo, marchesi di Brienza, che ottennero nel 1639 il titolo di principe sobra la tierra de Atina. I Caracciolo restarono principi di Atena fino all'abolizione della feudalità e l'ultima esponente, la principessa Giulia Caracciolo donò al nipote Luigi Barraco il palazzo costruito dal suo avo Giambattista nel XVI secolo. La costruzione del Castello di Atena Lucana risale all' XI secolo e si deve alla famiglia dei principi Sanseverino. L'esistenza del maniero era documentata su pergamene risalenti agli anni 1100, 1141 e 1231 in cui si annoverano i vari feudatari tra i quali i Raone ed i Sanseverino. Nel corso del '600, la struttura appariva già diroccata e nel 1620 vennero eseguiti dei lavori che portarono all'ampliamento del palazzo feudale. Secondo le ricostruzioni storiche, la distruzione sia del castello che della torre fu dovuta ai continui attacchi e agli eventi sismici che colpirono la zona, come il terribile terremoto del 1561. Oggi, dell'antica struttura, rimangono dei ruderi, costituiti soprattutto da muri e da alcuni terrazzamenti, posti al di sopra del centro urbano. L'area del castello è di proprietà privata ed è stata parzialmente recuperata ed è utilizzata per accogliere eventi culturali ed artistici. Altro link suggerito: http://ilcilento.altervista.org/sanseverino/sanseverino/index6.html



Foto: la prima è presa da http://www.cilentontheroad.it/it/borgo/41/atena%20lucana, la seconda è presa da http://www.italia2tv.it/wp-content/uploads/2015/02/atena-lucana.jpg. Infine, la terza foto riguarda un’antica torre di avvistamento di Atena, che oggi dà il nome ad un importante albergo del paese (presa da https://it.tripadvisor.ch).

domenica 6 agosto 2017

Il castello di domenica 6 agosto




CAMPOBASSO – Castello Monforte

Monumento nazionale e simbolo della città di Campobasso, il castello prende il nome dal conte Nicola II Monforte, dei Monforte-Gambatesa, che lo restaurò in seguito al terremoto del 1456 nel 1458. Fu allora probabilmente che fece abbattere le case ancora esistenti sulla sommità del colle, lasciando soltanto le chiese e spostando l’abitato più in basso rendendo, di fatto, la parte alta una cittadella militare ben difesa. Per altri autori il castello è di origine normanna, costruito in pietra in sostituzione di una torre lignea longobarda. Domina la città a circa 790 m s.l.m., quasi cento in più dell'altezza media del comune. L'area circostante è occupata dal parco della Via Matris, un percorso naturalistico che snodandosi lungo il pendio della collina ripercorre le tappe della Via Crucis. Un'antica pergamena risalente al 1375 conferma l'esistenza di un castello nella città già in tale data, ed è la testimonianza più antica al riguardo. Il castello è inciso su una moneta d'argento da cinque euro coniata dalla Zecca dello Stato nel 2012 per la serie "Italia delle Arti" dedicata alla città di Campobasso. L'edificio si presenta come un massiccio quadrilatero con ingresso principale, ora non più utilizzato, rivolto a oriente verso la città sottostante, che era staccato dal suolo da un fossato artificiale secco sul quale anticamente scendeva il ponte levatoio; con la caduta e la messa al bando del conte Nicola l’ingresso fu murato. Ad oggi l’unico ingresso praticabile è il vecchio ingresso secondario, aperto sul piazzale posto di fronte alla Chiesa della Madonna. Più che a stabile dimora del feudatario e della sua corte dovette essere costruito e poi restaurato a scopo militare poiché esso si collegava a mura di circumvallazione lungo cui correvano i piccoli fortilizi ed altre opere unite fra loro a formare un solo corpo a sistema di difesa formato da una doppia fila di mura poste ad una distanza di 4 metri l’una dall’altra e costituita da una parte superiore “apportico” entro il cui spazio si snodava il cammino di ronda e una parte inferiore “supportico” destinata agli spostamenti dei soldati. In seguito, in pieno periodo aragonese, fu aumentato il numero delle porte inserite nell’ ultima cinta muraria che raggiunsero il numero di sei. Una o due torri erano situate ai lati delle porte per una migliore sorveglianza. L’ ultima cinta muraria si snodava lungo le attuali strade Via Marconi, Via Orefici e Viale del Castello, ricollegandosi alla parte alta della città e del castello. Il maniero si erge a scarpata con dei torrioni circolari posti agli spigoli. Le finestre, poche e quadrate, a distanze uguali, sono piccole tanto che si confondono con le feritoie. Svetta in alto una grande torre rettangolare che attualmente ospita la Stazione meteorologica di Campobasso dell'Aeronautica Militare, questa essendo posta a 808 m s.l.m. è una delle più alte d'Italia. Alla sommità delle mura vi è una lunga sequenza di merli guelfi. Al di sopra dell'attuale ingresso, prospiciente un ampio piazzale, vi è lo stemma dei Monforte composto da una croce contornata da quattro rose. L’interno del castello, molto scabro, essenzialmente scoperto, presenta un grande spazio vuoto lungo i cui muri sono visibili le divisioni in piani e le tracce delle scale, è poi presente una sala coperta adibita dal 1937 a sacrario per i caduti in guerra e dove sono visibili pregevoli lavori in ferro battuto. Da una rampa di scale, in cui sono visibili suggestive feritoie, si accede al terrazzo dal quale si ammira un panorama ampio e suggestivo: si vedono i resti delle mura osco-sannite, la struttura a ventaglio del borgo antico, la città di Campobasso e i tanti paesini intorno. Lo sguardo spazia dalle valli dei fiumi Biferno, Trigno e Fortore, ai monti dell'Abruzzo, con la splendida Majella, dalle verdi montagne dell'Alto Molise fino alle gialle colline della Puglia e perfino il mare Adriatico, distante circa 60 km. Interessanti sono i sotterranei del castello, che coprono un'area pari a quella in superficie. La destinazione dell'area dei sotterranei è sconosciuta, ma si è ipotizzato che possa essere stata un deposito di cisterne, o galera, o ancora un rifugio durante le battaglie. Attualmente ospita delle riserve d'acqua che servono l'acquedotto civico. È stata sicuramente una prigione, invece, il locale posto nelle segrete, alle quali si può accedere passando per una torretta (da vari rogiti sappiamo che il castello fin dal 1573 venne utilizzato come carcere). Per alcuni secoli uno dei locali delle segrete è stato considerato la stanza delle torture. Una popolare credenza dice che da qui parta un passaggio segreto, oggi murato, che scendendo lungo il fianco della collina portasse fin fuori il borgo, a porta Sant'Antonio Abate. Un'altra credenza afferma che passando per una porticina posta sul lato nord del castello si potesse accedere ad un altro sottopassaggio, che collegava l'edificio ad una collina, chiamata tutt'oggi di San Giovannello, posta fuori dal centro cittadino. Questo sottopassaggio doveva servire come via segreta per una eventuale fuga dal nemico. Nel XVII secolo, il castello restò disabitato e sempre più diruto, poi nel XIX secolo venne usato come camposanto provvisorio. Nel 1858 in una valutazione dei beni dei Demanisti, il Castello venne valutato 64 ducati e dopo lunghe trattative venne acquistato dal comune il 10 ottobre 1861 per 460 ducati. Altri link suggeriti: http://www.girandoilmondo.it/itinerari-di-viaggio/europa/italia/molise/castel-monforte-il-castello-simbolo-di-campobasso, https://www.youtube.com/watch?v=ejo4d3JLtUI (video di ABRUZZO CHANNEL), https://www.youtube.com/watch?v=RjE29Sgfi0A (video, con drone, di Marco Fusaro), https://www.youtube.com/watch?v=6xJa7Mx9Lsc (video di lupettozonzolante)


Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da http://www.moliseweb.it/info.php?id=3802&titolo=Castello-Monforte:-ecco-gli-orari-di-apertura-