mercoledì 31 agosto 2016

Il castello di mercoledì 31 agosto






VALDIDENTRO (SO) - Torri di Fraele

Il paese in origine si è sviluppato grazie all'economia agricolo-pastorale ed ai commerci che transitavano tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia con l'Impero tedesco. Numerosi sono i reperti storici che testimoniano il passato di questa area geografica: la chiesa di Pedenosso che sorge sulla roccia come segno di fortificazione, la chiesa San Gallo nella frazione Premadio e le Torri di Fraele che segnano il confine tra la Valdidentro e la Val San Giacomo. Esse sono due e sono poste tra il Monte delle Scale (2521 m s.l.m.) ad est e la Cima Plator ( 2910 m s.l.m.) ad ovest. Le antiche Torri di Fraele (1930 m.) erano uno dei punti di forza del sistema di fortificazioni che doveva proteggere l’allora Contado dalle frequenti invasioni. Erano a quel tempo il più avanzato avamposto delle difese bormine ed erano costantemente presidiate da guardie che si occupavano anche della sicurezza dei viandanti che attraversavano la Via Imperiale d’Alemagna. Dalla loro vetta venivano infatti lanciati i segnali di fumo nel caso fossero stati avvistati dei possibili pericoli. Le torri, a pianta quadrata, vennero costruite nel 1391, nel pieno del periodo visconteo anche se è legittimo ritenere che possano essere state ricostruite più volte nel corso dei secoli sovrapponendosi alle opere che già anticamente proteggevano il valico. Nel 1481 vennero fortificate e rinforzate ad opera del Duca di Milano ma vennero successivamente distrutte dai grigioni nel 1513 in occasione della loro invasione di Bormio. Rimangono ora visibili solo i ruderi di quelle Torri che erano le sentinelle a protezione del Passo di Fraele (o Passo delle Scale). Tale nome deriva dalle traversine di legno che, utilizzate come gradini, venivano appoggiate sullo scosceso roccione sottostante le torri per facilitare il passaggio e, in caso di necessità, rimosse facilmente al fine di renderlo non più percorribile. La torre occidentale, altra tredici metri, è la più ben conservata; i muri alla base sono spessi più di un metro e sono costituti da pietre ben squadrate sugli spigoli e meno regolari sui fronti. Nei muri sono visibili delle piccole aperture che ne consentivano l'illuminazione, l'accesso era consentito da un'apertura al primo piano, mentre ora avviene attraverso un'apertura ricavata al piano terra che immette in un locale con camino. I piani superiori sono raggiungibili attraverso una scalinata in legno di recente costruzione. La seconda torre, ad oriente, presenta anch'essa una pianta quadrata e muri spessi, appare tuttavia mancante in molte delle sue parti. Entrambe le torri, grazie ai contributi della Legge Valtellina, sono state recentemente ristrutturate e sono raggiungibili da Premadio (5,5 Km. da Bormio) risalendo i versanti del Monte della Scale e addentrandosi tra i boschi del Parco Nazionale dello Stelvio. Si narra che durante il dominio degli Sforza, forte dei privilegi acquisiti, l’allora podestà Cisermundo, si permise di oltraggiare l’ambasciatore inviato dalle Tre Leghe Grigione per reclamare diritti sul Contado bormiese. Le Torri di Fraele furono il teatro dello scontro decisivo tra le truppe bormine e quelle degli invasori. Un esercito proveniente da Coira (Lega Caddea, o della Casa di Dio) e dalla lega delle Dieci Diritture, in tutto sei o settemila fanti, con 400 cavalli ed una schiera di donne al seguito, scendendo dalla Valdidentro, si presentò, il 27 febbraio, alle porte di Bormio. Al loro comando Giovanni Loher, Ermanno Capaul e Nicola Buol. A quel tempo da circa un secolo e mezzo la Valtellina era sottoposta alla signoria dei Duchi di Milano, i Visconti prima, gli Sforza dalla metà del Quattrocento. Narra, però, la leggenda che la presa di Bormio non fu per i Grigioni questione facile. Strenua fu la difesa dei Bormini ma non sufficiente ad impedire l’ingresso in paese dei Grigioni. In un misto di storia e leggenda la cruenta battaglia provocò un gran numero di caduti, tanto da far guadagnare al dirupo sottostante l’appellativo di “Burrone dei morti”.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Valdidentro, http://www.bormio3.it/cancano-valle-fraele/torri-di-fraele.php, http://www.paesidivaltellina.it/valfraele/index.htm#fraele, http://www.waltellina.com/valtellina_valchiavenna/dalla_storia/torri_di_fraele/torri_di_fraele.html

Foto: la prima è di goribau, presa da http://mapio.net/pic/p-12136445/, mentre la seconda è di Maurizio Giove su http://www.panoramio.com/photo/34244398

martedì 30 agosto 2016

Il castello di martedì 30 agosto






MOMBALDONE (AT) - Castello Del Carretto

L'abitato è costituito essenzialmente da due borghi. Il primo, di carattere medioevale, ancora ben conservato, risalente all'epoca romana, ma il cui primo nucleo abitativo si deve probabilmente ai Liguri Stazielli, è sorto a mezza costa sulle pendici del bric Arbarella (673 metri) in antico denominato Mons Baldus; a dominio della Via Aemilia, presso la quale sono stati rinvenuti alcuni anni fa resti di una lapide romana recante un'iscrizione incompleta riferita a un certo Petronio.
L'altro insediamento, di più recente sviluppo urbanistico, è sorto invece intorno alla stazione ferroviaria. Le prime notizie ufficiali del villaggio risalgono all'anno 991, quando gli Aleramici beneficarono il monastero di San Quintino di Spigno con la donazione di alcune terre, fra cui gli otto mansi di Mombaldone. Nel 1209 il giorno lunedì 6 luglio, nel mercato del Duomo in Asti Ottone Del Carretto fu investito del feudo di Mombaldone che restò possedimento dei marchesi Del Carretto di Savona per tutto il Medioevo. Fu poi ceduto al Comune di Asti come possedimento degli Asinari e quindi degli Scarampi. Nel XIV secolo il paese raggiunse il suo maggior sviluppo, allorché i possenti bastioni a sostegno del terrapieno su cui erano edificati il castello e il ricetto vennero fortificati da tre cinte di mura, ancora in buona parte visibili: essi furono riprodotti, nella loro antica estensione, sul Codex Astensis, al documento XLI de Montebaudono. Una particolarità è data dalla presenza di gallerie, stanze e passaggi segreti - oggi in gran parte abbandonati - i cui tracciati si perdono nella leggenda, ma che all'inizio di questo secolo erano ancora percorribili; in particolare risalgono alla fine del Trecento i cunicoli che dal castello passavano sotto il vicino fiume Bormida in direzione dell'abitato di Spigno Monferrato e il passaggio scavato nel tufo che, partendo dalla Portiola (una delle porte che chiudevano il borgo) permetteva di far abbeverare i cavalli al torrente senza essere scorti da eventuali assedianti. I marchesi Del Carretto di Savona, signori di Mombaldone, ottennero molti privilegi dall'imperatore Carlo V, tra cui il titolo di Vicari Imperiali del Sacro Romano Impero, la possibilità di conferire lauree in teologia, filosofia e medicina e di battere moneta. Tanta gloria non fu sufficiente a impedire la rovina del castello a seguito di un tentativo di occupazione spagnola avvenuto l'8 settembre 1637 e sventato dalle truppe di Vittorio Amedeo di Savoia, che affrontarono il nemico in prossimità di Bormida. Dopo un fiero combattimento "gli Spagnoli furono costretti a fare la ritirata, lasciando in potere delle truppe savoine il castello di questa terra, otto cannoni, carriaggi e munizioni" (G. Casalis). La situazione dopo l'assedio precipitò a causa di una serie di contese intestine, carestie e abusi ecclesiastici. Nel 1682 il vescovo Antonio Gozzano si doleva pubblicamente degli abusi favoriti dal reciproco sostegno fra parroci e feudatari locali e del fatto che i chierici portassero armi “e in particolare pistoletti”. Nel 1706 lo stesso Vescovo denunciava: “E’ difficile punire i chierici. La maggior pecora infetta è il parroco di Mombaldone Aleramo Carretto, sospeso e scomunicato, che continua a celebrare”. A risistemare le cose pensarono i Savoia, che acquisirono il feudo al termine della lunga guerra di successione del Monferrato, sedarono le liti e determinarono per Mombaldone l'inizio di un lungo periodo di tranquillità, interrotta solo dalla parentesi bellica dell'invasione napoleonica. Dell'antico sistema difensivo restano la bella porta d'ingresso al ricetto, ad arco acuto, ancora intatta nella sua forma originale, il cosiddetto castello - che oggi è piuttosto un sontuoso palazzo settecentesco ma che ha conservato tratti esterni delle mura originarie - e il mozzicone della torre, posta al centro dell'antico mastio e dalla forma quadrata tipica del sistema di torri di avvistamento sorte sulle terre dei Del Carretto. Essa non fu diroccata dalle ingiurie del tempo, né distrutta dagli assalti dei nemici, ma fu il marchese Aleramo Del Carretto che nel secolo scorso donò parte delle pietre della costruzione per consentire l'ultimazione del tratto di linea ferroviaria che collega Mombaldone a Spigno. Vecchio e nuovo, storia e progresso si compenetrano e si fondono. I discendenti dei Del Carretto sono ancora oggi insediati nel Castello: non dominano più sugli abitanti, ma vegliano amorevolmente sulla conservazione del borgo e della sua identità storico-culturale. In via Roma, infatti, tra il muraglione del Castello e l´oscura Portiola - un antro sorretto da volte in pietra a vista che metteva in comunicazione la strada maestra con la ripida discesa in fondo alla quale stava, vicino al fiume, l´abbeveratoio dei cavalli pronti ad essere cavalcati in caso di fuga precipitosa - si trova il palazzo detto la Fortezza. Il massiccio edificio con esterni in pietra a vista, documentato già nel 1209 e a più riprese rimaneggiato, dal 1981 è sede dell´Aldilà, un ristorante di richiamo internazionale, dove la marchesa Gemma Del Carretto conduce i suoi ospiti in affascinanti saloni d´atmosfera illuminista con arredamento "giuseppino" e "teresino", quindi settecentesco. E la storia nobiliare della famiglia è qui ingrediente irrinunciabile. 

Fonti: http://www.comune.mombaldone.at.it/, http://www.mondimedievali.net/Castelli/Piemonte/asti/provincia002.htm

Foto: la prima è presa da http://www.superfu.it/luoghi/mombaldone_torre.jpg, la seconda da http://www.comune.mombaldone.at.it/

lunedì 29 agosto 2016

Il castello di lunedì 29 agosto






ARGEGNO (CO) - Torre dei Viscardi

Argegno ha origine romane, come sembrano dimostrare due lapidi trovate a Brienno che parlano del romano Publio Cesio Archigene incaricato di erigere altari agli dei; da questi sembra derivare il nome del paese. Posto in un punto di rilevante importanza strategica, l'abitato è stato fin dalla antichità un centro fortificato inserito in un vasto sistema difensivo. Nel Medioevo vi furono eretti due castelli. Uno di questi, costruito nel 1270 da Antonio Castello seguace dei guelfi Vittani fu roccaforte nelle sanguinose lotte contro i ghibellini Rusconi. Tale opera viene ricordata nei secoli XI e XII nella cornaca delle guerre civili comensi e lariani. Il forte faceva parte di una linea di difesa ed era collegato con quelli di Sala, Lezzeno e Nesso. L'altro castello con torre, detta dei Viscardi, (nobile famiglia del tempo) fu eretto al centro del paese; la torre, ultima testimonianza del fabbricato, crollò nell'anno 1876. La parte inferiore è attualmente adibita ad abitazione. L’ex torre dei Viscardi sorgeva sopra l’edificio che oggi ospita il Bar Motta in Via Milano di fronte a piazza Testi, mentre gli edifici di origine medioevale prospettano sul lato sinistra di Piazza Roma guardando dal lago. Della ex torre ora si può osservare solo la parte inferiore, come già scritto in precedenza. Le poche immagini che ci sono state tramandate mostrano una torre merlata, poco più bassa del campanile della vecchia Parrocchiale, con feritoie e finestrelle su tutti i lati. Secondo Donato Gregorio, autore di una documentata pubblicazione su Argegno, probabilmente si accedeva ad essa direttamente dall’attuale Bar Motta oppure salendo dalla scalinata che oggi porta al terrazzo soprastante il locale. A fianco del Bar Motta si trovano una serie di edifici di chiara origine medioevale, tra cui l’attuale Albergo Ristorante Barchetta e altri esercizi turistici e commerciali, che prospettano su Piazza Roma. Un’affascinante ipotesi, avanzata da Gregorio e suggerita da alcuni documenti del Quattrocento, vuole che in questa posizione sorgesse un grande «Palaxium», palazzo, appartenente a Giovanni de Castello. Nel catasto Teresiano del 1755 è indicata la presenza di un torchio ubicato approssimativamente dove attualmente si trova il negozio di abbigliamento per bambini.

Fonti: http://www.comune.argegno.co.it/c013011/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idtesto/7, testo di Silvia Fasana su http://www.camminacitta.it/wp-content/uploads/2013/09/ex_torre_viscardi.pdf

Foto: la prima è una cartolina attualmente in vendita su www.delcampe.net, la seconda è presa da http://vielariane.altervista.org/immagini/Panorama14.jpg

sabato 27 agosto 2016

Il castello di domenica 28 agosto






UGGIANO LA CHIESA (LE) – Castello di Casamassella

La nascita di un primo centro urbano avvenne quando ad un certo momento un nucleo di contadini indigeni si fermò attorno ad una residenza di qualche feudatario. Nel XIII secolo, sotto il regno di Carlo d’Angiò il castello, circondato da un fossato e dotato di un ponte levatoio, era la residenza fortificata del feudatario Ruggero Maramonte. Il feudo di Casamassella passò dai Maramonte ai Sambiasi, ai De Noha e poi ai Dell'Antoglietta fino al 20 maggio 1476, quando il re Ferrante d’Aragona lo riconfermò per meriti bellici a Filippo Antonio Maramonte, discendente del primo feudatario. Il figlio del barone di Fragagnano, Giacomo Natoli (dell'Antoglietta), Giovanni Matteo Natoli, Barone di Ruffano, Vaste e Torchiarolo, divenne signore feudale e barone di Casamassella, il titolo venne confermato nel 1465 da re Ferdinando I di Napoli. Nel 1533 alla morte del fratello barone Gio Matteo, il titolo passò a Arminia († 1542), moglie di Ferrante delli Falconi Barone di Rocca, che divenne baronessa di Casamassella, oltre che di Ruffano, Vaste e Torchiarolo. Nel corso del XVI secolo passò ai Paladini e successivamente ai Rondachi, famiglia di origine greca residente ad Otranto e proprietaria di numerose terre nel Salento. Per le sue caratteristiche da severo maniero, con il possente muro a scarpa e le caditoie laterali, fu usato come scuola di guerra. Secondo alcuni studi di Florio Santini, illustre scrittore contemporaneo conquistato dal fascino di Casamassella, nel 1600 il castello fu abitato da governatori spagnoli, tra cui Michele Fernandez da Azedo seguito, dopo un breve ritorno dei Rondachi, da Didaco Perez Serrano e dal “vicario generale” Don Giuseppe Centonze. Pur restando il centro attorno a cui gravitava la vita del borgo agricolo di Casamassella, col passare degli anni ed il succedersi dei vari proprietari il Castello subì importanti modifiche. Scomparve il largo e profondo fossato che lo circondava e con esso il ponte levatoio, furono aperti nuovi ingressi e finestre. Dai Rondachi, in data imprecisata, Casamassella passò ai marchesi De Marco, imparentati con illustri casati Spagnoli e Napoletani, che governarono fino a 1806, anno di soppressione della feudalità. Nel 1800 i de Marco adottarono i fratelli De Viti tra i quali Raffaele, padre del celebre economista e meridionalista Antonio De Viti de Marco (1858-1943), difensore degli interessi economici del Mezzogiorno e autore di numerose opere di fama internazionale, tuttora di grande attualità. A donna Carolina e donna Giulia, madre e sorella dell’economista, sono dedicate le querce che si trovano nel cortile del palazzo. Le due donne, colte e impegnate, contribuirono a diffondere l’arte “del fiocco” di Casamassella. Molti ospiti illustri frequentarono i saloni del castello. Ricordiamo tra questi Benedetto Croce, la cui moglie era intima amica di donna Carolina. Nel 1890 vide i natali del poeta e saggista Girolamo Comi, barone di Lucugnano, artista dalla personalità complessa e originale che secondo il critico Caporossi gli valse l’appellativo di “ascetico narciso”. I De Viti de Marco abitarono il castello fino al 1969, quando passò agli attuali proprietari. Il castello, posto a guardia del piccolo borgo fin dal Medioevo fu, secondo le fonti storiche, dimora del feudatario Ruggero Maramonte nel XIII secolo. Originariamente dotato di fossato e ponte levatoio, conserva ancora, dopo numerosi rifacimenti volti a ingentilirne la struttura, l'aspetto dell'antica fortezza. L'edificio, a pianta rettangolare, presenta una facciata tripartita con base scarpata. Il piano superiore, separato da un robusto toro marcapiano, è scandito da finestre disposte simmetricamente ai lati della loggia centrale, sostenuta da mensole, che sovrasta il severo portale. La realizzazione della loggia e delle aperture, scolpite con motivi zoomorfi, fitomorfi e mascheroni, è ascrivibile al 1700 e segna il definitivo passaggio funzionale dell'edificio da fortezza a elegante dimora nobiliare. Lo stemma visibile sopra la balconata appartiene alla famiglia De Marco, all'epoca proprietaria dello stabile. All'interno un grande atrio conduce attraverso una scalinata al piano nobile, dotato di ampi ambienti voltati a botte. Al pian terreno sono ubicate le stanze un tempo destinate alla servitù e i locali di servizio. La parte posteriore del castello presenta grandi terrazze affacciate su un lussureggiante giardino mediterraneo. Oggi il castello è una dimora storica di assoluto prestigio, dove poter soggiornare oppure organizzare eventi e matrimoni. Altri link suggeriti: http://www.mondimedievali.net/Castelli/Puglia/lecce/casamassella.htm, http://dimorestoricheitaliane.it/vacanze-location/castello-de-viti-de-marco/.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Casamassella, http://www.castellodicasamassella.it/ (sito web ufficiale)

Foto: la prima è presa da http://www.castellodevitidemarco.it/contatti.html, la seconda è di Lupiae su https://it.wikipedia.org/wiki/Casamassella#/media/File:Castello_di_Casamassella.jpg

venerdì 26 agosto 2016

Il castello di sabato 27 agosto





 
NOCARA (CS) – Castello

L'antico centro abitato di Nocara si è sviluppato seguendo un asse tracciato tra la chiesa e il castello, tra i due poli che regolavano tutte le manifestazioni della vita cittadina: Dio e il signore locale. La conformazione urbana si deve, fondamentalmente, alle esigenza difensive. Il paese sorge su una collina circondata da pendici ripidissime, difficilmente raggiungibile. Le fortificazioni seguono l'andamento dei limiti naturali della cima collinare con qualche torre costruita sugli speroni rocciosi. All'interno delle mura, negli spazi lasciati liberi dai due edifici principali, le abitazioni si affacciano frontalmente sulle stradine strette e scoscese che seguono, a loro volta, l'andamento naturale del terreno. Nello spazio che occupava il castello resta solo una piazza e tracce di muri. Rimangono una torre poligonale, probabilmente trecentesca e una torre più antica (XI-XII secolo). Le murature a blocchetti sono simili a quella della cinta bizantina di Presinace. Nel Seicento furono costruiti fuori dall'asse medievale, contemporaneamente all'espansione dell'abitato all'esterno dalle ridotta cerchia antica; in quest'epoca il centro storico prese l'aspetto così come è arrivato fino ad oggi. Una diversa matrice insediativa caratterizzò le costruzioni che sorsero a partire dalla metà di questo secolo, che generò spazi urbani diversi, immediatamente riconoscibili come moderni. L'espansione novecentesca si strutturò lungo la via che unisce il paese alla marina, nuovo punto di attrazione e passaggio della strada statale e della ferrovia. Vi si costruirono la sede municipale ed altri uffici pubblici, spostando il baricentro del paese dal nucleo antico verso la periferia. Alla centralità dell'asse castello-chiesa, ubicati nei punti più alti e difficilmente accessibili, subentrò l'apertura verso altri paesi. Così come successe allora per tutti gli altri paesi calabresi, la nuova configurazione fisica rifletté la volontà di uscire dall'isolamento secolare, la stessa che aveva provocato l'emigrazione di massa. Dell’antico castello di Nocara, appartenuto anche alla famiglia di origine spagnola dei Calà Osorio Figueroa, restano solo parti delle mura, alcuni archi e una torre circolare del ‘300, inglobata in parte in una moderna costruzione. Non si hanno notizie certe sulla sua edificazione, ma è certo che esistesse prima del XI secolo, come attestano i resti della torre più antica. Nel 1167 viene citato dal re Guglielmo II nella donazione alla chiesa di Anglona “castellum quod dicitur Nucara”. Come tante località le cui origini si perdono nel tempo, Nocara è legata da tradizioni ataviche radicate nella cultura locale, a città mitiche o a episodi e personaggi fantastici. È diffusa tra gli abitanti di Nocara la tradizione che indica il paese come il luogo di nascita di Ponzio Pilato, il procuratore romano della Palestina che permise il martirio di Gesù. Le origini di questa credenza, comuni ad altri paesi della Calabria, si possono far risalire all'epoca romana. I Bruzi, gli antichi popolatori della regione, si erano mostrati da sempre ostili ai Romani e si opposero caparbiamente all'annessione della Calabria a Roma; per questo motivo furono considerati poco affidabili da parte dei conquistatori. Caduto il Bruzio sotto la dominazione romana gli indigeni, vittime dei pregiudizi, furono impiegati per lavori socialmente più squalificati - era stato loro proibito di servire nell'esercito come soldati -, tra i quali fare da carcerieri. Un'antica tradizione, ripresa da più cronisti e storici già dal secolo XVII, vuole che l'attuale centro abitato sorga nel luogo dove una eroe acheo ed i suoi compagni di viaggio, reduci dalla guerra di Troia, fermarono il loro pellegrinaggio e fondarono una città. Epeo, costruttore del cavallo di Troia, diede all'insediamento il nome di sua madre: Lagaria. Altre interpretazioni vogliono che il nome della città provenga dal pastore Lagaride che pasceva il suo gregge sul monte sul quale fu edificata la città, o dagli eroi greci stanchi dal lungo viaggio: i lagaroi (gli esausti). La denominazione di Lagarino data al castello medievale, costruito sul punto più alto del colle ed attorno al quale si sviluppò l'abitato, perpetua questa tradizione. In realtà altri paesi rivendicano la discendenza da Epeo e su questo punto ci sono pareri discordi di studiosi che sin dall'antichità attribuiscono diverse localizzazioni alla mitica Lagaria. Quindi oltre a Nocara, riconosciuta come Lagaria sin dal XVII secolo da Cluverio, Antonini, Mazzocchi, ed altri, sono state identificate come sedi della città leggendaria: Valsinni, Amendolara, Trebisacce, Cassano allo Ionio. Ed infine non manca neanche un riferimento all'Odissea: il vicino Piano della Noce fu riconosciuto da uno studioso della geografia omerica come il luogo dove si trovava la grotta nella quale il ciclope Polifemo tenne prigioniero Ulisse e i suoi compagni. Le caratteristiche del luogo dove sorge l'attuale centro abitato fanno supporre l'occupazione sin dall'epoca preistorica e protostorica. L'ubicazione del sentiero di crinale che si sviluppava tra Monte Coppolo e Cassano, in coincidenza con la linea di spartiacque, e la posizione dominante sulle aree sottostanti, permettevano di controllare il transito attraverso l'asse viario e le eventuali penetrazioni nemiche. Probabilmente l'azione di controllo sul territorio era divisa tra più centri analoghi che mantennero la loro funzione strategica fino al Medioevo: Presinace, Murge di Santa Caterina, ecc. L'occupazione greca dal sito sarebbe testimoniata dalla tradizione che ricorda i resti di un tempio classico dedicato ai Dioscuri sul quale sarebbe stata costruita la cappella medievale di San Rocco.

Fonti: http://www.comune.nocara.cs.it/Home/Guida-al-paese?IDPagina=12518, http://www.comune.nocara.cs.it/Home/Guida-al-paese?IDPagina=12543, http://www.calabriaportal.com/nocara/2217-nocara-monumenti.html, testo della pubblicazione “Castelli e Torri di Calabria” (appartenente alla collana di editoria Calabria Economica) di Sergio Dragone (1997)


Il castello di venerdì 26 agosto






MONSUMMANO TERME (PT) - Castello di Monsummano Alto

Il colle di Monsummano Alto sorge alle falde settentrionali del Montalbano, elevandosi con la sua forma tronco conica per circa 340 metri sul livello del mare, dove il torrente Nievole si getta nella pianura. Dell'antico castello sul colle si conservano oggi i resti della cerchia ellittica delle mura (oggi in parte nascosti dalle vegetazione), che lo cingevano per un perimetro di circa due chilometri, e due delle tre porte di accesso: la porta di "Nostra Donna", a nord-ovest, e quella detta "del Mercato" o "Porticciola", che si affaccia, pressochè intatta, verso il colle di Montevettolini. Delle numerose torri di cui era munito il castello resta, all'estremità occidentale della cinta muraria, una robusta torre pentagonale, diruta, che è una tra le più imponenti di tutta la provincia. Al suo interno si poteva accedere solo da una piccola apertura posta a circa 7 metri da terra, raggiungibile con una scaletta a pioli, probabilmente retrattile. Nella sua forma attuale l'impianto della torre, restaurato in parte nel primo Novecento, è databile agli inizi del XIV secolo. La torre oggi è una delle più belle e imponenti della zona. La forma ellittica del castello e la sua collocazione fanno pensare ad un'origine longobarda, ma forse potrebbe essere esistito un piccolo insediamento in età antica e altomedievale, a monte della strada tra Fucecchio e il ponte sulla Nievole. Il fondovalle, dove oggi si trova la gran parte degli insediamenti abitativi, era per tutto il medioevo praticamente disabitato, a causa dell'impaludamento. Una prima menzione documentaria, seppure non certa, risale al 1105, quando l'abate Boso dell'Abbazia di Sant'Antimo in Val d'Orcia vendette la metà di un castello nella zona dell'antica chiesa di San Vito sulla Nievole al conte Ildebrando di Rodolfo degli Alberti; in seguito passò probabilmente a famiglie nobili di Maona, Montecatini e Capraia. Nel 1128 i possedimenti della zona appartennero al vescovo di Lucca e all'inizio del XIII secolo, con l'indebolirsi della famiglia Alberti, l'abate Ugone di Sant'Antimo riprese la piena disponibilità del castello, che vendette con tutte le pertinenze al comune di Lucca nel 1218, sebbene Monsummano si fosse già costituito come libero comune rurale. Il comune entrò allora sotto l'autorità dei magistrati lucchesi. Con la guerra contro Firenze, al tempo di Uguccione della Faggiola, il castello venne occupato dell'esercito fiorentino nel 1314, assieme agli altri della Valdinievole, ma il 29 agosto 1315 venne riconquistato da Castruccio Castracani, che inflisse una dura sconfitta ai fiorentini nella battaglia di Montecatini. Nonostante Monsummano fosse entrata, dopo la morte di Castruccio, nella Lega della Valdinievole contro Firenze, nel 1331 la repubblica fiorentina riconquistava la fortificazione, che, a parte una tentata ribellione nel 1368, rimase sotto il dominio fiorentino fino all'Unità d'Italia. All'interno della cinta l'edificio meglio conservato del borgo è la Chiesa di San Nicolao, prospiciente l'antica platea communis, fondata nell'XI secolo e compresa nel plebato di Neure (o de Montecatino), entro la diocesi medievale di Lucca. Di fianco alla chiesa è presente una terrazza panoramica naturale, ed in questo spazio si trova, a nord, l'antica chiesa di San Sebastiano, di fronte alla quale recenti scavi hanno portato alla luce le fondamenta di due edifici, dove sono stati rinvenuti frammenti di ceramica di varie epoche. Seminascosti dalla boscaglia che circonda il nucleo centrale del castello si conservano ad ovest i resti di un convento e nella zona orientale, nei pressi della torre, i ruderi dell'antico Spedale di San Bartolomeo. Gli edifici residenziali e la casa del podestà originari dovevano probabilmente addensarsi nella parte centrale del castello, dove oggi si trova la chiesa, mentre la fascia attorno alle mura era probabilmente usata per le colture a orto. Le fortificazioni rimaste, di cui abbiamo parlato, dominano un ampio territorio e sono visibili, grazie anche ad un'illuminazione notturna, da tutta la Valdinievole. Altri link consigliati: http://www.castellitoscani.com/italian/monsummano.htm, https://www.youtube.com/watch?v=P-l_1NkE4is (video di Droni Arch)

Fonti: http://www.comune.monsummano-terme.pt.it/citta/i-centri-storici-di-monsummano-terme/colle-di-monsummano-alto, https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Monsummano_Alto

Foto: la prima è di sailko su https://it.wikipedia.org/wiki/Monsummano_Terme#/media/File:Castello_di_monsummano_alto,_torre_03.JPG, la seconda è presa da http://www.discoverpistoia.it/images/naturart/naturart_04/naturart_04_05/gallery_04_05/monsummano_alto_1.jpg

giovedì 25 agosto 2016

Il castello di giovedì 25 agosto






BARBERINO VAL D'ELSA (FI) - Castello di Cepparello (scritto da Marco Ramerini)

Nel comune di Barberino Val d’Elsa, a ridosso del confine tra le province di Firenze e Siena, si trovano i ruderi del Castello di Cepparello. Situato su un crinale boscoso tra due vallate scoscese il Castello di Cepparello è un fortilizio di epoca medievale. Il Repetti nel suo “Dizionario geografico fisico storico della Toscana” ci informa che il castello fu distrutto dai ghibellini dopo la sconfitta dei guelfi a Montaperti nel settembre 1260. Da quanto narra il Repetti in particolare furono distrutti due palazzi con torre e alcune case del castello di Cepparello. Furono anche distrutte le mura del castello e un mulino. Sembra che il castello di Cepparello fu abbandonato a seguito di queste distruzioni e i suoi abitanti si trasferirono nel vicino castello della Paneretta. Il punto di partenza del sentiero per il castello si raggiunge uscendo dal Raccordo Autostradale Firenze-Siena all’uscita di Poggibonsi Nord. Qui, alla prima rotonda che troviamo prendiamo la prima strada a destra in direzione di Barberino Val d’Elsa, quindi dopo 50 metri prendiamo la prima strada a destra in direzione Monsanto. Quindi si continua per circa 6 km seguendo le indicazioni per Monsanto-Paneretta. La passeggiata al Castello di Cepparello comincia circa 700 metri dopo aver superato il Castello della Paneretta. Da qui in corrispondenza di una curva nella strada – dove si trova un agriturismo – si prende un sentiero che scende verso il bosco. Si attraversa un primo cancello e poi un secondo cancello – entrambi chiusi da un semplice ferretto – ed entriamo con il sentiero nel bosco. Il sentiero prosegue in discesa. Si segue prima un tornate sulla destra, poi continuiamo a scendere con un altro tornante a sinistra e poi un altro a destra, fino a che giungiamo in corrispondenza del torrente che traccia la vallata. Attraversiamo a guado il piccolo corso d’acqua, dove si trova anche una piccola cascatella, e proseguiamo in salita per circa 500 metri fino a giungere in prossimità del castello. I ruderi del maniero di Cepparello si mimetizzano nella vegetazione e sono visibili solo a poche centinaia di metri. L’area dove si trovano i resti del castello non è molto estesa ma vi si trovano resti di mura con interessanti rifiniture architettoniche. Immerse nella vegetazione si trovano anche alcune stanze sotterrane visitabili. Ritornando indietro e proseguendo lungo il sentiero che sale lungo il crinale, dopo circa 500 metri di salita si trovano i resti di altri antichi edifici, con muri bassi e un edificio a pianta quadrata con dei vani sotterranei esplorabili. Da qui si ritorna indietro percorrendo a ritroso il sentiero percorso in precedenza. L’itinerario che ha una lunghezza (andata e ritorno) di circa 3 km e 800 metri si compie in circa 2 ore includendo anche il tempo per l’esplorazione delle rovine del castello.

Fonti: http://www.borghiditoscana.net/passeggiata-al-castello-cepparello/ (qui trovate, in fondo alla pagina, un video molto interessante - potete accedere anche da qui https://www.youtube.com/watch?v=1xOqAvznxFY)

Foto: entrambe di Marco Ramerini su http://www.borghiditoscana.net/passeggiata-al-castello-cepparello/ e su http://www.borghiditoscana.net/passeggiata-al-castello-cepparello/castello-di-cepparello-barberino-val-delsa-firenze-autore-e-copyright-marco-ramerini/

martedì 23 agosto 2016

Il castello di mercoledì 24 agosto






ZERBOLO’ (PV) – Castello di Parasacco

La frazione Parasacco è quella più importante del comune, sia per le sue antiche origini, sia per il numero dei suoi abitanti. Sorge a nord-ovest del capoluogo, sulla strada per Borgo San Siro, ed il castello che vi è stato costruito è parte integrante di quella ideale linea difensiva costiera (Borgo San Siro, Parasacco, Caselle, Zerbolò) posta a salvaguardia della riva destra del Ticino; l'origine del nome è proprio dovuto all'antico castello-fortezza che i pavesi fanno costruire per porre un freno alle scorrerie ed ai saccheggi dei milanesi in Lomellina (para saccum). Già nel 1400 costituì comunità autonoma e solo dopo il 1815 venne definitivamente incorporata nel comune di Zerbolò. La sua localizzazione nelle vicinanze delle sponde del Ticino ed in un punto di facile guado, la rese postazione fortificata di prim'ordine e centro di numerosi ed aspri scontri militari durante i quali più volte il ponte di barche ivi costruito (oggi detto di Bereguardo) venne distrutto. Sussistono tuttora alcuni resti del castello fatto innalzare dai pavesi tra il XIV e XV secolo a nord-ovest dell'abitato, sopra un terrazzamento alluvionale del Ticino. Sono troppo pochi per ricostruire la tipologia dell'edificio, che faceva probabilmente parte di una più vasta opera fortificata andata distrutta. Pressoché nulle le notizie sulle traversie del complesso. Non è possibile avanzare ipotesi circa la tipologia dell'edificio originario, né su come e quando siano andate distrutte le parti mancanti. Quanto è sopravvissuto conserva le particolarità caratteristiche delle costruzioni militari basso-medievali: finestre centinate e inferriate (una, posta al centro del torrione in cui s'apre l'ingresso un tempo munito di ponte levatoio, strombata e modanata in cotto, di costruzione sicuramente posteriore), beccatelli (che presuppongono un apparato a sporgere successivamente scomparso e sostituito dal tetto a spioventi) alla sommità del massiccio torrione con l'ingresso principale, alla sinistra del quale è riconoscibile la pusterla (piccolo passaggio pedonale, anch'esso munito di ponte levatoio) e, al di sopra di questi, le sedi dei bolzoni dei rispettivi ponti. L'edificio, già restaurato alcuni decenni addietro ma attualmente bisognoso di nuovi lavori conservativi, conserva, pur nella minima entità delle strutture sopravviventi, grande fascino. La torre, che era forse al centro dell'organismo, è mozzata, con la perdita di tutta la parte sommitale. Alla sua destra si sviluppa un'ala con andamento piuttosto curvo. Manca invece l'ala di sinistra della quale si scorge solamente l'attacco alla torre centrale. Si narra che durante le fasi di conflitto che videro tutto il territorio del Pavese passare sotto diretto controllo dei Milanesi (circa alla metà del XIV secolo), le guarnigioni che avrebbero dovuto difendere questo maniero, per non soccombere completamente di fronte all'esercito attaccante, lo abbiano abbandonato in fretta e furia. A causa di questo evento, le chiacchere di popolo hanno iniziato a sostenere che, durante la fuga, i soldati che avrebbero dovuto difendere il castello di Parasacco avessero abbandonato al suo interno armi, vettovaglie militari e suppellettili di ogni genere, ma anche ricchezze e tesori preziosi. Inoltre, chi nel tempo si è reso portavoce della diffusione di queste dicerie, ha sempre dichiarato che questo mitico tesoro non sia mai stato trovato dagli ospiti e dagli abitanti che si sono susseguiti nei secoli all’interno del fortilizio. A sostegno di questa teoria, vi sarebbero le continue e parziali distruzioni, con successive ricostruzioni, cui volta per volta è stato sottoposto questo edificio. Infatti, per opinione di chi, con spirito indagatore, ha sempre sostenuto la presenza di un tesoro nascosto all’interno del castello di Parasacco, per quale ragione abbattere dei muri sani per poi ricostruirli, o sollevare parzialmente delle solide pavimentazioni, o scavare delle buche nell'area circostante il castello, per poi ricoprirle nuovamente di terriccio, se non perchè si è alla ricerca di qualcosa e, nella fattispecie, proprio delle ricchezze che forse vi è sono state occultate?! Ad oggi, tutte queste ipotesi riguardanti il passato del maniero di Parasacco certamente affascinano, ma molto probabilmente restauri e mutamenti d’aspetto, che volta per volta ne hanno modificato le fattezze sino a presentarcelo secondo le caratteristiche attuali, sono state motivate da esigenze pratiche e di gusto estetico dei vari suoi proprietari che si sono susseguiti nel tempo. Se poi qualcuno di loro abbia trovato tesori sconosciuti durante queste ristrutturazioni o abbia approfittato di queste per andarne alla ricerca, non vi è da stupirsi perché gli edifici molto antichi, soprattutto se protagonisti della Storia nascondono sempre un qualche tesoro, anche se non sempre quantificabile con ricchezze preziose...

 
Foto: la prima è di Solaxart 2014 su http://www.preboggion.it/CastelloIT_di_Zerbolo-Parasacco.htm, la seconda è di fabio intropido su http://www.panoramio.com/photo/20543823

lunedì 22 agosto 2016

Il castello di martedì 23 agosto






ZERBOLO’ (PV) – Castello Beccaria

La zona di Zerbolò faceva parte del territorio di Garlasco che apparteneva fino al XIII secolo al monastero di San Salvatore di Pavia, e passò in seguito in potere dei Beccaria. Nel 1259 essi costruirono un castello presso il Ticino, attorno al quale si andò formando il nuovo paese di Zerbolate, l'attuale Zerbolò. Il castello venne costruito con il duplice scopo di dare ai feudatari una decorosa residenza ed un solido baluardo difensivo in caso di possibili attacchi nemici. Venne distrutto in una delle tante guerre di quei tempi, ma fu interamente riedificato verso il 1393, come si evince da un antico documento col quale i figli di Franceschino Beccaria, in qualità di fondatori del nuovo castello e delle case circostanti, chiesero che tali luoghi, menzionati con il nome di "Zerbolate", venissero sottratti alla giurisdizione di Garlasco e ricompresi sotto quella di Pavia. Nel XV secolo esso, seguendo le sorti dei vicini Gropello e Carbonara, dalla signoria dei Beccaria passò per eredità a un ramo dei Visconti, e due secoli dopo sempre per eredità ai Lonati Visconti. Nel 1713, con tutta la Lomellina, entrò a far parte dei domini dei Savoia. Nel 1815 vennero uniti a Zerbolò i vicini piccoli comuni di Parasacco, Guasta, Marzo, Limido, Sedone, attuali frazioni, oltre a Campomaggiore, che nel 1866 venne annesso a Carbonara al Ticino. Il Castello Beccaria è un edificio all'esterno del nucleo abitato, a diretto contatto con la campagna. Può essere fatto forse risalire, sulla base di alcuni documenti, al XIII secolo. Un tempo circondato sicuramente da un fossato, l'edificio, a base scarpata, era probabilmente dotato di merlatura. Si tratta tuttavia, più che di un castello, di un esempio molto interessante di cascina fortificata con torre. L'impianto quadrangolare, con corte centrale e torre esterna sporgente da uno dei quattro corpi di fabbrica, richiama lo schema del castello rurale di Peschiera Borromeo, con la differenza però di avere gli angoli e non i lati (come per il castello di Peschiera Borromeo) orientati sui punti cardinali. La torre è munita di apparato a sporgere sui tre lati esterni, con esclusione di quello interno, verso il cortile: presenta cioè caratteristiche molto più tarde della presunta epoca di nascita del complesso. Dotata di dentellatura decorativa nella parte superiore, tipica di altre costruzioni fortificate dell'epoca viscontea (XIV secolo),è probabile che sia stata aggiunta in un secondo tempo. Il castello non presenta alcuna caratteristica atta a identificarne origini e stile, a causa dei troppi rimaneggiamenti subìti nei secoli; una recente intonacatura ha coperto anche alcuni dipinti, comunque d'età moderna, affrescati sulle pareti esterne.



domenica 21 agosto 2016

Il castello di lunedì 22 agosto






BEREGUARDO (PV) – Castello Visconti

Le prime notizie storiche riguardanti Bereguardo si possono ascrivere al periodo delle invasioni nel territorio prima dei longobardi e poi dei franchi ed a tal proposito sono state fatte delle ipotesi etimologiche sul nome del borgo come la forma francese "Beauregarde". Appartenente alla Campagna Soprana di Pavia, l'abitato si sviluppò attorno al castello costruito dai Visconti di Milano all'inizio del XIV secolo per il controllo di un passo del Ticino, e diventato ben presto luogo di svaghi e cacce per i duchi di Milano, da cui il nome di bel riguardo per la posizione panoramica dominante la valle alluvionale del Ticino. A tal proposito sappiamo che il 16 febbraio 1386 il duca Gian Galeazzo Visconti decise di estendere ai confini del comune anche una grande parte verso il Ticino di modo da potervi creare una grande riserva. A quest'epoca è ascrivibile inoltre la costruzione del locale porto sul Ticino, con un tradizionale ponte sostenuto da chiatte (appartenente alla Strada Provinciale 185), che ancora oggi viene mantenuto e che collega il comune di Bereguardo con la vicina frazione Boscaccio, questa appartenente al comune di Zerbolò. Nel XV secolo, il castello e l'abitato di Bereguardo vennero infeudati a Matteo Mercagatti di Bologna (capostipite degli Attendolo Bolognini) che era già castellano di Pavia. Nel 1447 il conte Francesco Sforza, con l'intento di impadronirsi del Ducato di Milano, pose assedio al castello di Bereguardo facendosi in breve tempo consegnare il borgo grazie alla complicità di Agnese Del Maino (amante del duca Filippo Maria Visconti) per poi ricompensare lo stesso Mercagatti col titolo di conte e con il feudo di Bereguardo. Il ruolo politico del Mercagatti, ad ogni modo, divenne secondario quando Francesco Sforza riuscì a raggiungere il proprio intento nel 1450 con l'elezione a duca del milanese. Fu in quell'anno, infatti, che il castello e il borgo di Bereguardo vennero concessi in usufrutto a Giovanni Tolentini della Stacciola, originario di Urbino, suo capitano delle guardie e consigliere personale nonché sposo di Isotta Sforza, figlia naturale del duca. Quest'ultima donazione, ad ogni modo, fu un semplice usufrutto in quanto i diritti feudali vennero mantenuti da Francesco Sforza. Nel XVIII secolo era infeudato agli Eleiizander. Il castello di Bereguardo si presenta come una struttura imponente che sorge al centro dell'abitato, circondato da un fossato che un tempo traeva la propria acqua dal vicino Naviglio. Il grande quadrato dell’edificio, cinto a sua volta da un più grande quadrato recintato (bassa corte), riprende la classica tipologia a impianto quadrangolare dei castelli viscontei di pianura. Il castello venne iniziato verso la metà del XIV secolo da Luchino Visconti per poi essere ampliato da Bernabò Visconti nel suo progetto di rafforzamento dello stato di Milano, anche se tale residenza ricalcava maggiormente l'impianto di una villa di piacere che di un elemento militare difensivo. Ciò spiega, probabilmente, la mancanza di torri angolari. La parte più importante del complesso è oggi caratterizzata da una splendida bifora gotica in cotto presente sulla facciata a sud che secondo alcune fonti sarebbe attribuibile al Bramante e realizzata durante gli ampliamenti che volle realizzare sulla struttura Filippo Maria Visconti nel XV secolo. Con Filippo Maria Visconti la tradizione vacanziera del castello di Bereguardo continuò: il terzo duca di Milano ne fece persino dono (conservandone le caratteristiche di signorile residenza di campagna) all'amante Agnese del Maino, dalla quale ebbe nel 1425 l'unica figlia Bianca Maria. E non solo: per raggiungere indisturbato l'amata Agnese, fece tracciare un nuovo canale artificiale che partiva dalla darsena di Abbiategrasso e raggiungeva Bereguardo. Dal castello milanese di Porta Giovia (oggi noto come castello Sforzesco), attraverso il fossato e un breve canale di raccordo con il Naviglio Grande, Filippo Maria poteva dunque, a bordo della personale barca di nome "La Magna", recarsi rapidamente e senza soste da Milano a Bereguardo. Il maniero conserva ancora traccia della presenza di Filippo Maria Visconti: su una delle finestre dell'ala settentrionale è apposta la sigla FM. La pianta generale della costruzione, un tempo quadrangolare, si presenta oggi di forma ad "U" per la mancanza dell'intera ala nord che venne demolita in tempi successivi (in analogia a quanto successo al castello di Pavia) e anche il portale è oggi frutto dei rimaneggiamenti settecenteschi che intaccarono l'originaria struttura. Il maniero, interamente realizzato in laterizi a vista, mostra resti di un ponte levatoio sull’ingresso. È rimasta anche la merlatura bifida, con spazi intermerlari molto ridotti. Dopo diversi passaggi di proprietà il castello giunse nelle mani dell'ingegnere milanese Giulio Pisa esponente della nota famiglia Pisa il quale nel 1897 decise di donare la struttura al comune di Bereguardo il quale ancora oggi ne è proprietario e che al suo interno ha posto gli uffici amministrativi e la Biblioteca Civica. Una serie di restauri negli anni '80 a opera del Comune su progetto degli archittetti Rizzini e Carminati, ha rivitalizzato e valorizzato il monumento. Altro link suggerito: http://www.comune.bereguardo.pv.it/paginehome_item.asp?id=2.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Bereguardo, http://www.comune.bereguardo.pv.it/galleria_gruppo.asp?g=CAST (ricco di belle foto da ammirare), scheda di Giacomo Turco su http://www.icastelli.it/castle-1271871140-castello_di_bereguardo-it.php, http://www.paviaedintorni.it/temi/arteearchitettura_file/artearchitettura_castelli_file/castelli_bereguardo.htm, http://www.visitpavia.com/it/poi/1912

Foto: la prima è di Solaxart 2012 su http://www.preboggion.it/CastelloIT_di_Bereguardo.htm, la seconda è presa da http://www.bellitaliainbici.it/bereguardo/IMG_8208.jpg


sabato 20 agosto 2016

Il castello di domenica 21 agosto






BORGONOVO VAL TIDONE (PC) – Castello in frazione Corano

E’ una fortificazione dell'omonimo borgo, situata in posizione dominante sul crinale sinistro della val Tidone. Come molti castelli del piacentino non si conosce la data della sua fondazione mentre è nota la prima distruzione, nei primi anni del XII secolo, per mano di Federico Barbarossa e una seconda nel 1241 per quella del re Enzo che ne smantellò le mura dopo aver sopraffatto la guarnigione guelfa. Nel 1372 le truppe pontificie si impadronirono del castello durante la guerra che vedeva opposti Galeazzo II Visconti e Amedeo VI di Savoia, occupazione di breve periodo poiché le forze viscontee rioccuparono tutto il territorio della Val Tidone. Bruciato nel 1438 da Francesco Bussone conte di Carmagnola (per conto del Duca di Milano, che intendeva indebolire la potenza degli Arcelli), venne infeudato a Lazzaro Radini, detto Tedesco - valoroso capitano del duca Filippo Maria Visconti - nel 1438 e ricostruito e potenziato nel 1453. I Radini Tedeschi esercitarono a lungo la signoria fino a quando, per mancanza di eredi diretti, passò a Giovanni Anguissola che lo cedette, dopo la sua fuga nel 1547 in seguito alla congiura contro Pier Luigi Farnese, al nipote Giulio, alla cui famiglia appartenne fino al XX secolo. L'edificio, costituito da un unico corpo di fabbrica, è costruito in laterizio con basamento in pietra. Ciò non implica necessariamente due tempi diversi di edificazione. Come ipotizza lo studioso Carlo Perogalli infatti, la differenziazione del materiale potrebbe essere legata alla staticità dell'edificio o alla messa in opera dei materiali. Il castello presenta merlature oggi chiuse per sostenere il tetto. Di dimensioni modeste, ha pianta trapezoidale con una sola torre quadrangolare (probabilmente di edificazione precedente a quella del castello) addossata al lato corto, che ha base molto scarpata e porta le tracce dello scomparso ponte levatoio. Costituisce per l'area piacentina un singolare esempio di fabbricato monoblocco. L'edificio è caratterizzato dalla decorazione a dente di sega tipico elemento architettonico del trecento padano. All'interno alcune stanze sono state decorate da Luigi Arrigoni (1896-1964), uno degli artisti rappresentativi della pittura piacentina della prima metà del Novecento, e che vi ebbe lo studio fin dagli inizi della sua carriera. Oggi l’edificio è disponibile per eventi e cerimonie.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Corano, http://www.preboggion.it/Castello_di_Corano.htm (andate a vedere che belle foto ci sono…), http://www.emiliaromagna.beniculturali.it/index.php?it/108/ricerca-itinerari/11/105, http://www.valtidoneluretta.it/castello-e-rocca-di-agazzano-2-3/

Foto: la prima è presa da http://www.emiliaromagna.beniculturali.it/getImage.php?id=412&w=800&h=600&f=0&.jpg, la seconda da http://www.valtidoneluretta.it/wp-content/uploads/2014/03/800x800corano.jpg

venerdì 19 agosto 2016

Il castello di sabato 20 agosto






RIBERA (AG) – Castello di Poggiodiana

Detto anche castello di Poggio Diana o castello di Misilcassino, è ubicato a circa 4 km dal paese e situato su una collina a circa 200 metri d'altezza. Sviluppato su circa 3000 mq di superficie con una pianta trapezoidale e corte interna, dal lato nord svettava su uno strapiombo di oltre 300 metri, ai cui piedi scorre il fiume Verdura, ad est si scorge l'abitato di Ribera. La fortezza era chiusa saldamente da un allineamento di fabbricati interni alti circa 20 metri e rinforzata da un secondo muro di difesa. L'ingresso si apre sul lato ovest ed è protetto da due torri o piccoli bastioni a base scarpata certamente dovute al rifacimento cinquecentesco. Da un portone a sesto acuto (preceduto da una torre a pianta quadrata in apparente posizione di rivellino ma che in realta svolgeva più modeste funzioni di colombaro) si raggiungeva un secondo cortile, dove insisteva il posto di guardia con l'alloggio degli armigeri e l'armeria, e si aprivano i magazzini e la scuderia. Dal cortile, grazie a delle scale, si saliva ai piani superiori, dove i Signori alloggiavano nei vasti appartamenti. All'interno il castello presentava grandi ali edilizie (oggi totalmente in rovina) parallele ai muri di cinta e un cortile centrale a pianta quadrangolare. Sull'angolo sud-orientale del complesso cinquecentesco sorge, impiantata su un affioramento roccioso, una splendida torretta cilindrica (diametro alla base 7 mt), probabile nucleo originario del complesso fortificato. Il paramento e realizzato in opera isodoma di blocchetti di pietra arenaria locale. La torre (altezza complessiva circa 11 m, escludendo il banco di arenaria su cui la costruzione è impiantata) presenta due piani il primo dei quali, adibito originariamente a cisterna, e coperto da calotta a profilo ogivale e presenta spessori murari di due metri. II piano superiore era originariamente accessibile mediante una scaletta a caracol in muratura alloggiata in un corpo scala cilindrico esterno alla torre (diametro originario 2 m) oggi completamente scomparso di cui rimane pero 1'incavo d'alloggio nelle murature esterne della torre. Il piano elevato, caratterizzato da una modesta risega che restringe il diame­tro a m 6,60, presenta un unico locale ottagonale coperto da una bella volta ad ombrello con costoloni su mensole a piramide rovesciata. Mediante una scaletta inserita nello spessore murario si perviene alla terrazza, dalla quale aggetta ancora gran parte del coronamento a beccatelli lapidei. Il castello fu costruito nel XII secolo dai Normanni a difesa delle piccole comunità vicine e delle terre tra il Platani (Eraclea Minoa) e Triocala (Caltabellotta), e conosciuto fino al XIV secolo col nome saraceno di Misilcassino, ossia luogo di discesa a cavallo. In un primo tempo gli estesi possedimenti del contado di Sciacca, incluso il Castello, furono assegnati nel 1100 dal Conte Ruggiero Normanno alla figlia Giulietta, per poi passare ai figli di lei. Nel 1253 il Castello e le terre di Misilcassino, a cui era aggregata la baronia di Magazzolo, vennero concessi dal re Manfredi, ultimo degli Svevi, al suo parente Matteo Maletta. Federico II d'Aragona, nel 1392 concesse il Castello al Conte Guglielmo Peralta, Signore di Caltabellotta, figlio di Guglielmo I.  In seguito, passò ad un nobile di Sciacca, Artale Luna, che aveva sposato Margherita Peralta, erede della Contea di Caltabellotta. L'investitura del castello passò quindi al figlio di questi, Antonio de Luna in data 10 novembre 1453, in virtù del regio privilegio concessogli dal re Alfonso il Magnanimo. Il 7 novembre 1510 Giovan Vincenzo de Luna, sposato con Diana Moncada, signore delle terre comprese fra Caltabellotta ed i fiumi Verdura e Magazzolo (Isburo), ebbe la investitura del feudo Misilcassin. Il Conte Luna, attratto dal clima mite e dalla bellezza incomparabile dei luoghi, annualmente, nel periodo invernale, scendeva dal suo castello di Caltabellotta in quello di Misilcassino, che ribattezzò «castello di Poggio Diana» in onore della moglie. E Diana Moncada lo prediligeva a tal punto che era veramente felice di trascorrervi alcuni mesi dell'anno. Un luogo del Castello, tuttora conosciuto col nome di «piano della Signora», ricorda la signora Moncada, bella ed intelligente oltre che coraggiosa. La signora infatti, quando il marito s'allontanava per correre in aiuto dei suoi amici vicini o lontani, non tornava a Caltabellotta, ma rimaneva nel castello e di notte ispezionava le sentinelle poste sulle mura. "Dati i tempi, non c'era sicurezza personale contro le scorrerie dei Turchi e dei pirati africani e due passaggi segreti portavano direttamente dall'appartamento del signore del castello all'aperto: il primo al greto del fiume, l'altro a monte. [...] Una notte d'inverno il silenzio fu rotto dall’echeggiare dei rintocchi della campana: segnale d'allarme. Il castello veniva attaccato ma Diana Moncada non corse ad uno dei passaggi segreti, affrontò arditamente gli assalitori e li costrinse a ritirarsi con perdite" (da Nicolò Inglese, Storia di Ribera, Agrigento, Tipografia Vescovile Padri Vocazionisti, 1966). Si pensa che il castello possa essere stato abbandonato alla fine del Seicento, forse in seguito a danni eventualmente subiti a causa del sisma del 1693, che lo avrebbe danneggiato irrimediabilmente. Fin qui lo studio, ma tornando alle nostre considerazioni possiamo dire che negli anni scorsi si era sempre sentito parlare di questo castello, solamente e giustamente, in termini di abbandono e di degrado; varie petizioni sono state rivolte da diverse organizzazioni culturali sia verso le istituzioni che verso gli organismi di tutela, i quali peraltro non erano mai potuti intervenire in quanto la struttura è di proprietà privata. Per la verità neanche il Comune di Ribera, nel cui territorio sorge il castello e ne costituisce anche il suo emblema, si era mai occupato più di tanto per acquisirlo in qualche modo considerando che la struttura è stata oggetto di un passaggio di proprietà fra privati negli ultimi venti anni e pare a cifre non folli. Tale Riccardo Scrott con residenza nel padovano - oggi scomparso - assieme a gente della zona, l’hanno acquistato alcuni anni fa lasciandolo però nel colpevole abbandono. Tuttavia a seguito del recepimento da parte della Regione Siciliana del DPR 368/94 la Soprintendenza ai Beni Culturali di Agrigento aveva potuto iniziare le procedure per sostituirsi ai proprietari inadempienti, procedure che sono state avviate e che oggi hanno portato al restauro del castello. Esiste un forte legame tra gli abitanti di Ribera ed il Castello di Poggiodiana. La torre merlata è infatti raffigurata nello stemma del Comune che ha la seguente descrizione: « D'azzurro, al monte di tre cime di verde su cui sorge una torre d'oro, merlata alla ghibellina, mattonata, aperta e finestrata di nero sinistrata da un sole raggiante, pure d'oro. Motto: ALLAVAM-SIGNAT-ALBA». La radio cittadina porta il nome di Radio Torre Ribera (sempre in onore della torre del castello) ed in passato è anche esistita una emittente televisiva denominata Tele Torre Ribera. Altri link consigliati: http://www.cilibertoribera.it/indexPOGGIODIANA%20La%20Storia%20del%20Castello.htm, http://www.caltabellotta.net/feudi/feudi10.htm (ricco di fotografie), video di Turismo Favara e Ribera https://www.youtube.com/watch?v=XEaBw5UomM0, video di totocastelliribera https://www.youtube.com/watch?v=RhmM-b6rJxk

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Poggiodiana, scheda del Dott. Andrea Orlando su http://www.icastelli.it/castle-1234809061-castello_di_misilcassim_o_poggio_diana-it.php, http://www.comune.ribera.ag.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/256, testo di Giuseppe Rizzuti su http://www.caltabellotta.com/monumenti/poggiodiana.asp

Foto: la prima è presa da http://www.icastelli.it/castle-1234809061-castello_di_misilcassim_o_poggio_diana-it.php, la seconda è presa da https://s.iha.com/00127475766/Ribera-Castello-di-poggiodiana-a-ribera.jpeg

giovedì 18 agosto 2016

Il castello di venerdì 19 agosto






GROPPARELLO (PC) – Castello di Veggiola

Veggiola è una frazione della Val Riglio nel comune di Gropparello, dal quale dista circa 3,5 km. Il Castello nel ‘300, durante la lotta anti-viscontea condotta da Alberto Scoto, fu uno dei centri maggiormente ostile al duca Galeazzo Visconti. Il feudatario dell’epoca, Galluccino Fulgosio, ospitò nel suo castello parecchi fuoriusciti guelfi da Piacenza tra i quali le cronache ricordano il temerario Guglielmo Ripaltone, distintosi per le sue incursioni notturne alle mura della città di Piacenza e del castello di Montechiaro, durante le quali catturava numerosi soldati del “nemico” addetti alla vigilanza; catturato venne impiccato nel marzo del 1314 a Piacenza. Nel 1315, al fine di porre fine alle feroci contese in atto tra i Guelfi e i Ghibellini locali, Galluccino concluse un accordo parziale di pace con Galeazzo Visconti. La tregua era destinata a durare qualche anno ma le continue violazioni da ambo le parti provocò una nuova ripresa delle ostilità nel 1322. In questo contesto il Duca ordinò di “portare sterminio nei luoghi tenuti e posseduti dai ribelli (i Guelfi)”. Le operazioni di rappresaglia, comandate da Oberto del Cairo, Bernabò Landi e Bernardo Anguissola, si rivolsero contro il castello di Veggiola, tenuto da Bardello Fulgosio, che venne saccheggiarono ampiamente. Dopo un mese l’operazione venne ripetuta direttamente dalle milizie viscontee che infersero un altro durissimo colpo al castello. Nel 1385 morì Bianca Fulgosio, signore dei castelli di Veggiola, Gropparello, Fiorenzuola d’Arda e Groppo Ducale senza lasciare discendenti maschi; le subentrarono i nipoti. Nel Maggio 1515, quando i francesi s’impadronirono di Piacenza,  il castello di Veggiola e altre proprietà dei Fulgosi ospitava  “diversi soldati spagnoli…con molti altri fuoriusciti e banditi… essi soldati sono usciti  dal castello  e hanno arrecato danni grandissimi ai proprietari  delle campagne e abitanti delle ville vicine (i borghi rurali) commettendo omicidi, rapine, incendi  e altri nefandi eccessi e di più, fatti alcuni uomini prigionieri, li condussero al castello obligandoli a pagar e grosse somme per il riscatto. Tali nefandità furono commesse come risulta con intelligenza dei signori Fulgosi nemici acerrimi dello conte Giacomo Anguissola di Montesanto“. L'attuale fisionomia della costruzione (un bell’edificio affiancato da un solido mastio rettangolare) è il frutto di numerose trasformazioni che ne fecero una dimora signorile, ma è ancora riconoscibile, sul fronte anteriore, il portale antico sovrastato dagli incastri del ponte. All’interno sono presenti vari ambienti con soffitti lignei a cassettoni e una ampia sala con camino decorato dallo stemma dei Barattieri. La realizzazione del loggiato principale è collocabile nella seconda metà del XVII secolo. Fu Gian Francesco della Veggiola, che verso il 1550 commissionò il progetto del castello all'architetto e ingegnere imperiale Domenico Gianelli di Siena. La costruzione fortificata conserva memoria del fondatore nell'epigrafe in latino sulla facciata. Con rogito del 14 settembre 1563 Bernardo della Veggiola vendette, per 36.000 lire, la quasi totalità della proprietà a Francesco Visconti dei marchesi di Brignano che nel 1566 divenne proprietario di tutto il castello. La vedova del Visconti vendette tutto, l’8 agosto 1572, a Ludovico Casati. Nel 1633 il castello passò ai conti Paveri Fontana. Dopo un periodo controverso (cause legali) nel 1696 i Barattieri ottennero conferma dell’investitura su Veggiola nella persona del conte Carlo Francesco. I Barattieri della Veggiola si estinsero nella prima metà del ‘700 con il conte Paolo, il quale nominava erede universale il nipote Fabio Petrucci. Ai discendenti del Petrucci il castello restò fino al 1850 circa quando la contessa Bianca, moglie del marchese Emilio Malvezzi Campeggi, alienò il bene. In epoche più recenti ne furono proprietari i fratelli Ghirardelli, i signori Gasperini e, infine, l’avv. Vincenzo Cairo che ne promosse importanti restauri. L’edificio è stato recentemente oggetto di un accurato restauro alle strutture portanti ed a tutte le coperture. L’immobile, per il suo valore storico, è sotto la tutela della Soprintendenza per i beni ambientali ed architettonici dell’Emilia. Una curiosità: il castello fu negli anni '60 scenario per un film di guerra con Rock Hudson e la Koscina ," I lupi attaccano in branco".