giovedì 21 settembre 2017

Il castello di giovedì 21 settembre






BARBERINO VAL D'ELSA (FI) - Castello di Paneretta

Sul crinale dei rilievi degradanti verso la Val d'Elsa, in località Monsanto, sorge la villa-fattoria della Paneretta con nella struttura ancora ben visibili le tracce della sua origine di fortilizio quattrocentesco. Il castello venne costruito in seguito all'abbandono del fortilizio di Cepparello (https://castelliere.blogspot.it/2016/08/il-castello-di-giovedi-25-agosto.html), una struttura militare situata più in basso e distrutta dai fiorentini dopo la battaglia di Montaperti nel 1260. Nel XIV secolo venne qui costruita una roccaforte medievale caratterizzata dalla struttura quadrilatera, dalle mura massicce e scarpate con merlatura guelfa e doppio redondone, dotate di feritoie, contornate da quattro torri angolari con al centro la possente struttura del mastio quadrato. In una delle torri è presente la cappella. Nel XVI secolo il castello apparteneva ai Vettori ed in virtù del matrimonio tra Maddalena Vettori e Ludovico Capponi juniore il castello passò come dote nel 1577 a quest'ultima famiglia. È da questo momento che iniziarono i lavori di ristrutturazione del castello che venne trasformato in villa di campagna. Furono aperte nuove finestre e il loggiato del cortile interno venne affrescato da Bernardino Poccetti. Il portale principale fu ornato con il caratteristico bugnato dell'epoca. Il luogo venne frequentato da artisti e letterati quali Girolamo Muzio, che dedicò un poema al castello e vi rimase ad abitare fino alla morte. Il castello rimase ai Capponi fino al 1669 quando passò, in seguito al matrimonio tre Cassandra Capponi e Carlo Riccardi-Strozzi ai Riccardi-Strozzi che continuarono le opere di trasformazione. Oltre al castello faceva parte della dote anche una ricca raccolta di libri , codici minati e pergamene che furono il primo nucleo della Biblioteca Riccardiana di Firenze Nel 1871 divenne di proprietà degli Strozzi che lo tennero fino al 1984, quando venne acquistato dalla famiglia Albisetti. Oggi è sede di un'azienda agricola specializzata nella produzione di vino Chianti Classico. Ecco il sito ufficiale che vi suggerisco di visitare: http://www.castellodellapaneretta.com/. Inoltre, consiglio anche questo video (di riomorione): https://www.youtube.com/watch?v=_DI541PJH8g.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_della_Paneretta, http://www.castellitoscani.com/italian/paneretta.htm

Foto: la prima è del mio amico Claudio Vagaggini (il nostro inviato, hahaha), scattata proprio oggi ! La seconda è di Vignaccia76 su https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_della_Paneretta#/media/File:Paneretta.jpg

Il castello di mercoledì 20 settembre





SLUDERNO (BZ) - Castel Coira

Castel Coira è uno dei più grandiosi e meglio conservati castelli dell’Alto Adige e s’innalza nella soleggiata Val Venosta sopra Sluderno. Oggi raccoglie la più grande armeria privata europea. La costruzione fu iniziata intorno al 1260, per iniziativa del principe-vescovo di Coira, Heinrch von Montfort. Il nucleo del castello consisteva nella torre, nel muro di cinta e nel palazzo. Fu costruito per contenere l'espansione dei signori di Mazia (Matsch). La diocesi di Coira soccombette a Mainardo II di Tirolo-Gorizia, che diede il castello nel 1297 proprio ai Mazia. Nel 1504 agli estinti Mazia subentrarono i conti Trapp, i quali ancora oggi sono in possesso del maestoso castello (dal 1983 il proprietario del maniero è Johannes Trapp). A loro si devono il rifacimento del palazzo - con l'aggiunta di ulteriori edifici abitativi - e la cappella, ma anche gli affreschi rinascimentali (tra cui anche due alberi genealogici) e la loggia. Furono aggiunti anche bastioni e terrazza del giardino in stile gotico. Solo verso la metà del XVI secolo, l’antico castello venne trasformato in una ricca residenza rinascimentale. Oggi il maniero è in ottimo stato di conservazione per vari motivi: la proprietà è sempre rimasta la stessa da oltre cinque secoli; il castello non ha mai subito attacchi, a parte quello del 1499 durante la battaglia di Calven fra engadini e tirolesi; il clima della Val Venosta, costantemente secco. Di conseguenza, troviamo oggi all’interno oggetti antichi quasi perfettamente conservati. Tutte le sale del castello sono arredate con mobili e suppellettili risalenti alle diverse epoche del maniero, a partire da una Madonna in legno risalente al 1270, oltre alle incisioni lapidarie nella cappella come anche il bellissimo porticato dipinto con la volta rinascimentale fatta di marmo di Lasa. Tra i diversi ambienti interni spiccano: la Sala San Giacomo, di notevole valore artistico e che risale al XVI secolo; la Sala Matscher, che espone i ritratti di tutti gli antenati dei Trapp dal 1600 al 1800, e la “Stanza degli Artigiani” con i “Lutscherne”. Ma la più nota è probabilmente la sala delle armature, in cui sono conservate circa 50 armature complete, oltre a spade e altre armi difensive, tutti in ottimo stato. Si tratta delle armature appartenute ai Matsch, ai Trapp e al corpo di guardia del castello. Il pezzo più importante è un'armatura alta 2,10 metri risalente al 1450. L'armatura pesante 46 chili, è opera dell'armaiolo milanese Missaglia ed apparteneva a Ulrico Matsch. Vi è poi quella appartenuta a Matthaus Gaudenz, penultimo discendente della famiglia Matsch. Si tratta di un'armatura di piccola taglia, creata apposta per Gaudenz, allora decenne, che già partecipava ai tornei riservati ai piccoli cavalieri. Su Gaudenz sopravvive ancora una leggenda secondo la quale Mattheus, unico discendente maschio della famiglia, era destinato alle armi ed al comando nei territori familiari. Tuttavia il giovane conte non voleva abbandonare il suo mondo incantato di bambino, così chiese al padre un anno di attesa prima di prendere pieno possesso della gestione degli affari della proprietà familiare. In quei dodici mesi avrebbe decorato il loggiato del castello. Non avendo però l'ispirazione per farlo, andò nei vicini boschi della Valle di Mazia, dove gli uccelli gli raccontarono storie fantastiche suggerendogli così le idee per le decorazioni del maniero. Ad una condizione, però: che fosse vietata la caccia nel territorio. Il giovane Gaudenz mantenne la promessa e decorò il loggiato con figure di animali e personaggi da fiaba, tuttora visibili. Il sito ufficiale del castello, che suggerisco di visitare, è il seguente: http://www.churburg.com/it/. Ecco un paio di video rintracciabili sul web: https://www.youtube.com/watch?v=FetIjcudW1o (di SalutePiù) e https://www.youtube.com/watch?v=_SS2NETngZc (di Livio Paroni).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castel_Coira, http://www.venosta.net/it/alta-val-venosta/cultura-arte/attrazioni/rocche-e-castelli/10511334-castel-coira.html#detail, http://www.suedtirolerland.it/it/cultura-e-territorio/castelli/castel-coira/, scheda di Stefano Favero su http://www.mondimedievali.net/Castelli/Trentino/bolzano/sluderno.htm

Foto: la prima è presa da http://www.arteovunque.info/2015/05/28/sluderno/, la seconda è presa da https://www.sentres.com/it/sluderno/castel-coira



martedì 19 settembre 2017

Il castello di martedì 19 settembre






ZEME (PV) - Castello

Nel medioevo era indicato come Cemide o Zemide. Appartenne forse fin dal X secolo al Vescovo di Pavia e successivamente al priorato di Santa Croce di Mortara; per metà nel 1311 però veniva confermato ai conti Palatini di Lomello. È altresì nominato nei diplomi imperiali (1191, 1220) che assegnano la Lomellina a Pavia (ma non nel più antico del 1164). In epoca viscontea venne in potere di Filippino, figlio di Facino Cane, che nel 1524 lo vendette al condottiero Angelo della Pergola (allora signore anche di Sartirana); nel 1518 il pronipote Francesco della Pergola vendeva Zeme ai San Cassiano, ma nel 1532, costituita la diocesi di Vigevano, la Contea di Zeme fu assegnata al capitolo e alla Mensa Vescovile di quella città; il dominio feudale della Mensa cessò solo con l'abolizione del feudalesimo. Nel 1707 (e ufficialmente nel 1713) Zeme, con la Lomellina, passò sotto il dominio dei Savoia. Nel 1818 vennero definitivamente uniti a Zeme i soppressi comuni di Marza e Sant'Alessandro, costituiti dalle omonime cascine. Il castello è un edificio a blocco unico, con pianta rettangolare, dal basamento scarpato, situato in corrispondenza dell'angolo nordoccidentale dell'abitato. Sull'angolo meridionale si innalza una torretta cilindrica munita di caditoie. Benché sia noto in luogo come "castello", è in realtà una palazzina settecentesca, dunque un edificio d'abitazione, sia pure probabilmente ricavata da una preesistente casa-forte, di cui non sono note le vicissitudini. I fabbricati adiacenti, fra i quali una cappella sconsacrata, indurrebbero a ipotizzare la presenza in luogo di un ricetto. Il castello mostra finestre con semplici ma eleganti cornici settecentesche racchiudenti teste muliebri. Sul lato posto a nord si vede un affresco raffigurante un santo in piviale e mitria. Sul tetto si nota un curioso comignolo a doppio fungo. La cinta ad ovest ha due portali d'ingresso, uno dei quali reca la data 1741. La facciata meridionale, in cui si apre l'ingresso, mostra agli angoli due corpi di fabbrica sopraelevati, rappresentazione scenografica delle antiche torri angolari. Le pareti verso il cortile sembrano conservare un tessuto murario più antico ove l'intonaco settecentesco lascia intravedere l'ordito dei mattoni; alla sommità dei muri perimetrali sono osservabili tracce di merlatura tamponata. Le basi dell'edificio sono a scarpa, anche se un innalzamento del terreno circostante effettuato molti decenni fa nasconde alla vista questa particolarità, insieme con ogni eventuale traccia del preesistente fossato. Anziani del luogo affermano che dal castello si diparte un cunicolo che venne parzialmente esplorato molti decenni orsono, senza esito. Esso si dirigerebbe verso l'attuale cascina "Marza".

Fonti: http://www.comunezeme.pv.it/index.php?mod=Storia, http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A050-00259/, http://www.infolomellina.net/html/zeme.htm

Foto: la prima è presa da http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A050-00259/, la seconda è presa da http://www.infolomellina.net/img/zeme_cast.jpg

lunedì 18 settembre 2017

Il castello di lunedì 18 settembre






ERBA (CO) - Castello di Pomerio

Il Castello di Pomerio conserva l'antica posizione sul tracciato di quella che è stata un'importante strada romana della "Gallia Cisalpina" che collegava tra loro Como, Lecco, Bergamo e Brescia. Il dominio romano aveva offerto protezione alle correnti migratorie dal settentrione, ma dal terzo secolo in poi i "barbari" si affacciarono alle frontiere. Nel 568 d.C. ci fu l'invasione dei Longobardi, nell'Insubria, che da allora divenne Longobardia o Lombardia. Nel 774 d.C. ultimo re dei Longobardi fu Desiderio, sconfitto da Carlo Magno, re dei Franchi che dominarono fino all'888 d.C. quando la corona di Italia toccò a Berengario I, duca del Friuli: le guerre chiamarono in Italia Ottone I re di Germania (951 d.C.), eletto successivamente imperatore. Il dominio degli imperatori tedeschi durò fino al 1268. Si consolidò il sistema feudale, sorto ai tempi dei Longobardi e approvato da Carlo Magno. Alcuni documenti parlano di una fortezza che, parrebbe essere proprio il Castello di Pomerio, il figlio di Carlo Magno utilizzò come sua base militare. A segnare la storia di Pomerio e del suo castello fu la battaglia di Carcano nel 1160 contro il Barbarossa di cui ogni anno si festeggia la la rievocazione storica. I castelli di Pomerio e Casiglio appartennero alla locale famiglia dei Parravicini, i quali erano anche proprietari di molti altri edifici tra cui chiese e cappelle ancora oggi presenti nell'erbese. La costruzione del castello di Pomerio risale al XI-XII secolo (ad opera della famiglia dei Parravicini) ed è il tipico castello medievale. Fu ricostruito nel 1300 ed appartenne dapprima ai Carpani, successivamente ai Visconti; attualmente è di proprietà del comune di Erba. L'edificio è caratterizzato da splendide bifore e da una torre lombarda. L'ingresso, che dà sulla strada che porta ad Albavilla, è sicuramente la parte più antica del castello. Durante i lavori di ristrutturazione, sono stati rinvenuti moltissimi reperti tra cui affreschi sacri (risalenti alla fine del 1300) oltre agli stemmi delle famiglie Carpani e Parravicini, ma anche vasi e piatti di ceramica finemente decorati. Oltre a ciò ci piace ricordare che: "solo le città con un pomerium potevano essere definite Urbes e quindi entità consacrata agli dei. Le fortezze lungo le Mura o sui tracciati di collegamento svolgevano funzione di ristoro e di ospitalità ai viandanti ed il Castello di Pomerio vuole esserlo tutt'ora". In epoche più recenti tra il Settecento e l'Ottocento, il Castello è stato trasformato in filanda dai nobili Corti, titolari di una prestigiosa fileria serica. Al centro della Corte d'Onore echeggiano infatti due splendidi gelsi secolari a testimonianza di quel periodo storico. La città di Como è stata capitale di tale produzione, riconosciuta in tutto il mondo per il pregio dei filati e della qualità del design. Proprio a Como è possibile visitare il Museo della Seta e il Museo Studio del Tessuto. Altri link suggeriti: https://it-it.facebook.com/CastelloPomerio/, http://www.triangololariano.it/it/castello-pomerio-erba.aspx, https://www.geocaching.com/geocache/GC58A3T_castello-di-pomerio?guid=d91564f4-7995-4ce2-9630-60f5ae3c38fb

Fonti: http://www.castellodipomerio.it/storia.html, testo di Stefano Ripamonti su http://www.altabrianza.org/reportage/icastelli.html

Foto: la prima è presa da https://www.geocaching.com/geocache/GC58A3T_castello-di-pomerio?guid=d91564f4-7995-4ce2-9630-60f5ae3c38fb, la seconda è presa da http://www.castellodipomerio.it/images/bg1.jpg

sabato 16 settembre 2017

Il castello di domenica 17 settembre



MARATEA (PZ) – Castello in frazione Castrocucco

L'antica Castrocucco, che sorgeva intorno all'omonimo castello, venne dichiarata Feudo Nobile nel XIII secolo. La vita di questo abitato è testimoniata fino al XVII secolo, epoca in cui venne disabitato. Nei primi anni del XIX secolo venne ufficialmente assimilato al resto di Maratea, e dopo pochi anni si formò l'attuale abitato. Tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, Castrocucco costituiva un grande centro di produzione agricola, grazie al territorio pianeggiante e alla presenza del fiume Noce. Ma la presenza del fiume riservò anche dei problemi: il 1º marzo 1930 il Noce straripò, distruggendo molti campi e minacciando lo stesso abitato. Nel 1955 le antiche tecniche di coltivazione furono soppiantate con l'apertura di un moderno stabilimento. Il castello si trova su un grande costone di roccia sospeso sopra la S.S. 18. Questo baluardo medioevale nel 2005 è stato sottoposto a tutela dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, e tutta l'area circostante è stata individuata quale Sito di Interesse Comunitario; nonostante ciò ancora oggi non è sufficientemente conosciuto né valorizzato. Il castello fu abbandonato nel XVII secolo, e pertanto presenta un pessimo stato di conservazione. E’ notevole quello che possiamo ancora trovare dell’antico sistema urbano: restano visibili la porta di accesso, alcuni bastioni posti agli angoli della struttura, i ruderi delle mura di cinta e di una ventina di edifici tra cui una torre di guardia e la chiesa di San Pietro al cui interno sono presenti cripte con le originarie pitture ancora in parte visibili nonostante la millenaria azione erosiva degli agenti atmosferici e della salsedine. Lo storico Michele Lacava, che effettuò un sopralluogo al castello nel 1891, così lo descrive: “Il castello un tempo dovea essere ben grande, ma ora è tutto in rovina; poteva contenere un trenta case, addossate all'interno del muro di cinta che è ben alto. In mezzo al castello esiste un vano o cortile scosceso; nell'alto di questo vano trovasi la parte più fortificata del castello posta verso settentrione. Nelle mura di questa parte veggonsi molti buchi per balestrieri. Le stanze sono tutte in roviona, ed in alcuni vedesi solo il pavimento, fatto di calcestruzzo. Non si trova conserva o cisterna alcuna per l'acqua, od almeno ora non ne apparisce traccia tra tante ruine. Molti buchi di balestrieri trovansi ancora alle mura esterne del Castello. Non vi appariscono vestigia di saracinesche alle porte. Una torre tonda, in parte diruta, trovasi, vicino all'ingresso del castello che è rivolta ad oriente: questa torre ha dei buchi per balestre od archibugi, ed ha due buchi tondi per colubrine. Alcune case erano fuori il cinto del castello, e costituivano un piccolo villaggio: che si estendeva tra oriente e mezzogiorno, sul ciglio di una collina, la quale congiunge il promontorio di Castrocucco ai monti contigui. Queste case non erano molte, non oltre forse una cinquantina, ed in qualche punto apparirebbero gli avanzi di un muro di cinta. Alla punta di questo villaggio, e poco discosto dal Castello, trovansi una piccola cappella diruta, e vedasi ancora l'abside con rozze pitture a fresco. Il fabbricato di questo castello, può rimontare al 1100 e 1200, restaurato e modificato verso il 1600 per l'adattamento delle bocche da fuoco”. Nel corso degli anni il castello, costruito presumibilmente a cavallo dell’anno Mille si sviluppò come parte di un sistema urbano con all’esterno del muro di cinta le abitazioni dei coloni. Probabilmente il castello e il borgo circostante, costruito inizialmente per esigenze difensive in una posizione oltremodo impervia e difficile da raggiungere, furono abbandonati al venire meno dei pericoli, provenienti tipicamente dal mare, quali i pirati saraceni. Disponiamo di pochissime fonti circa l'origine del castello. Molto probabilmente fu costruito nel IX secolo, in quanto il suo nome è già presente in una bolla di Alfano I, vescovo di Salerno, datata 1079. Altri storici locali lo vogliono più antico, facendone risalire la costruzione alla difesa di Blanda Julia. È noto poi che nel tra la fine del XIV e l'inizio del XV secolo il castello venne abbandonato. Fu inserito in un feudo costituito nel 1470 da re Ferrante e da questi affidato ad un certo Galeotto Pascale a cui veniva dato il titolo di Barone del Castello dirupo e disabitato di Castrocucco. Tra il 1470 e il 1660, venne ceduto prima ai nobili De Rosa e poi ai nobili Giordano. Durante il XVI secolo fu ristrutturato e ingrandito, e le sue mura furono modificate per ospitare delle bocche da fuoco. Dal 1664 fu tenuto dai Labanchi, famiglia calabrese proveniente da Bisignano che possedette il castello e il feudo fino al XIX secolo. Altri link suggeriti: http://www.calderano.it/testi/emanuelelabanchi/UnCastelloDaSalvare.htm, http://www.lasecca.com/galleria/index.php/varie/I-resti-del-castello-di-Castrocucco-The-ruins-of-Castrocucco-castle-1 (foto).



Il castello di sabato 16 settembre




LAGONEGRO (PZ) - Castello

Nel periodo medievale, la cosiddetta "terra" di Lagonegro fece parte, della Contea di Lauria. Passò successivamente nel 1463 a Vinceslao Sanseverino, dodicesimo conte di Lauria. Non avendo figli maschi ammogliò sua figlia Luisia con Barnaba Sanseverino, fratello di Roberto, principe di Salerno, dandole in dote il suffeudo di Lauria consistente in Lauria, Ursomarso, Layno, Castelluccio, Trecchina e cedette le sue ragioni sopra Torturella, Cuccaro, Lagoniro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Bervicato. L'11 agosto del 1498 il re Federico donò Lagonegro a Gaspare Saragusio, devoluta per ribellione di Guglielmo Sanseverino, la di cui figlia Giovanna la vendette poi a Vincenzo Carafa. Nel 1548 il Carafa la vendette a Giacomo Cossa col patto di retrovenderla. Nel 1550 il Vincenzo Carafa cedette il diritto di ricomprarla per ducati 5000 a Luigi Carafa, il quale, acquistò poi per ducati 20.000. I cittadini però nel 1559 si ricomprarono, divenendo così città demaniale. Del castello di Lagonegro oggi non rimane alcuna traccia. Dovette essere costruito dai Normanni, su una rupe denominata Castello, di forma quasi circolare, e quindi facente parte di un nucleo abitato più antico, che poi venne abbandonato durante il popolamento del nuovo borgo. Sui margini di questa rupe, infatti, furono costruite nel medioevo delle grosse mura di cinta, nel cui circuito vi erano altre torri semicircolari di cui due sono tuttora in piedi, mentre l'altra è completamente distrutta. Il castello sorgeva sulla vetta della rupe, ma dopo che nel 1552 i Lagonegresi pagarono con un riscatto la loro libertà, furono essi stessi a disperdere le tracce materiali del feroce dominio feudale e ad evitare che un nuovo barone si insediasse nella fortezza. I cittadini pensarono di abbattere fin dalle fondamenta il superbo e temuto palazzo del Barone, e non fu mai permesso a nessuno di fabbricare su quel suolo. L’area del palazzo rimase nei secoli come piazzetta pubblica e luogo di riunione e di passeggio, finché nel 1858 fu adattata a necropoli ed i sotterranei del palazzo furono utilizzati come sepoltura ed ossario comune. L’odio dei Lagonegresi verso la tirannia feudale era notoriamente triste: il più crudele fra tutti i signori di Lagonegro fu Gian Vincenzo Carafa. La tradizione vuole che il Carafa, feudatario del castello, in esso avesse riunito i più scellerati uomini della zona, per farsi aiutare nelle sue imprese e scorribande nel territorio e nella città, senza essere punito da alcuno. Tra i tanti uomini fedeli ed assassini si ricorda un certo Mangaretto “il basso”. Costui non solo angariava i poveri sudditi, ma fece costruire al centro del maestoso cortile del Castello, una specie di torre-vedetta, sulla quale era possibile guardare se nei dintorni vi fosse una pattuglia di cavalieri o poliziotti. Accadeva, però, che lo stesso Mangaretto si comportasse quasi da padrone del feudo, infischiandosene anche del Barone Carafa, che non poteva nulla contro la prepotenza del suo scagnozzo. Fu tanto l’odio e l’invidia del Carafa verso lo stesso Mangaretto il basso, che ideò uno stratagemma per ucciderlo. «Carissimo Mangaretto, vieni da me, che voglio regalarti una parte del paese, così che anche tu possa godere del mio regno per sempre». Lo fece sporgere dalla torre-vedetta e, in un attimo, scaraventò l’assassino che realizzò al tonfo un lago di sangue nero. Si dice che nel punto dove Mangaretto cadde nacque un roveto che nessuno è mai riuscito a togliere. Quando il castello venne abbattuto, i Lagonegresi circondarono il roveto con un circolo di novantadue pietre, cioè il numero dei delitti di Mangaretto il basso. Un’altra tradizione, però, riporta che in questo castello dimorò la famosa Monna Lisa, la famosa Gioconda dipinta da Leonardo da Vinci.




venerdì 15 settembre 2017

Il castello di venerdì 15 settembre






PERUGIA - Castello di Civitella d'Arna

La città, un tempo importante, vanta origine umbre anche se gli Etruschi furono i principali artefici del suo sviluppo, nel IV secolo a.C. Il nome originale Arna, in etrusco, significa "corrente del fiume", dovuto probabilmente al fatto che la città sorgeva tra due grandi corsi d'acqua, il Tevere ed il Chiascio (un piccolo torrente present a tutt'oggi è chiamato Rio d'Arno). Arna si sviluppò anche durante il periodo romano, tanto che intorno al VI secolo era sede vescovile. Il suo declino cominciò con le devastazioni portate dal passaggio delle orde barbariche di Totila e terminò con le lotte secolari fra Bizantini e Longobardi. Il massimo sviluppo urbanistico di Arna dovette attuarsi nei primi secoli dell’età imperiale sulla sommità del colle di Civitella, dove poi si insediò il castello, e sui ripiani orientali e meridionali. Le notizie storiche scarseggiano dopo il VI sec. d.C., la sua decadenza e scomparsa si possono far risalire al suo coinvolgimento nella guerra Gotica; trovandosi Arna nella scomoda posizione tra il Ducato Bizantino di Perugia e il Gastaldato longobardo di Assisi, infatti fu occupato da Teodorico il Grande (454 ca-526); e nel 726 venne distrutta da Liutprando (+ 744), re dei Longobardi, durante la campagna per la conquista dell’Esarcato. Nel 1059 papa Niccolò II (1058-61) donò a Bonizone, abate di San Pietro in Perugia, per la sua fidelitas i beni che la Chiesa Romana possedeva nel territorio, tra cui Civitella d’Arna e Pilonico Paterno. Nel 1209 fu assegnato in pegno ad Assisi per la pace stipulata tra il podestà perugino Pandolfo di Figura e il console Marangone. Ritornato sotto Perugia e aggregato al contado di porta Sole, nel 1282 era già classificato come castrum con ben 71 focolari (pari a circa 355 persone). Negli Annali Decemvirali del 1380 e nella coeva Rassegna di castelli e ville del Rione di Porta Sole compare con il toponimo “Villa Civitelle Arnis“, e come “Castrum Civitelle Arni“, a proposito di una visita pastorale di Giuliano Della Rovere nel 1571, alla cappella di S. Germano, presso il castello di Civitella. Nel 1381 fu conquistato dai fuoriusciti perugini, ma l’anno successivo ripreso con l’aiuto delle milizie assisane. Nel 1394 Barzo di Angelello di Nino Barzi, cittadino perugino, vendette alla città di Perugia la rata della Rocca di “Castel d’Arno” che era stata occupata alcuni mesi prima da Francesco Barzi. Nel 1494 fu assalito e depredato da Jacopo e Alessandro Fiumi di Assisi con la conseguente ritorsione da parte dei Baglioni di Perugia. Il 2 gennaio 1522 si radunarono nelle vicinanze del castello le milizie (circa 3500 uomini) di Malatesta IV e Orazio II Baglioni, figli di Giampaolo, intenzionati a riprendere il controllo di Perugia. A Civitella cominciarono le trattative con lo zio Gentile Baglioni (+ 1527) affinché la vicenda si risolvesse senza spargimento di sangue: nonostante la mediazione di Mario Orsini tutti i tentativi fallirono. Il 4 gennaio Perugia venne assalita, senza esito. La veemenza, il perpetuarsi degli attacchi e la paura di una sollevazione popolare indussero, però, Gentile e i suoi familiari a fuggire a Città di Castello ospitati da Vitello Vitelli (+ 1528) e da sua moglie Angela Rossi. Nel secolo XVII il castello fu per un lungo periodo il covo del bandito perugino Francesco II Alfani, morto a Cortona nel gennaio 1635 all’età di 72 anni. Da Civitella controllava il passaggio obbligato della strada Gualdo Tadino-Perugia commettendo delitti e rapine ai danni degli incauti viaggiatori: a lui vennero, infatti, attribuiti circa 78 omicidi. Imprigionato nella fortezza di Perugia e confortato dalla compagnia di Stratonica, figlia del carceriere, evase poco dopo e si rifugiò a Monte Santa Maria. Gli Alfani già dal 1441 possedevano estese tenute intorno a Civitella (oltre 80 ha) con Alfano, discendente del famoso giurista Bartolo da Sassoferrato. Nel secolo XVIII Civitella d’Arpa divenne residenza degli Azzi di Arezzo iscritti ai nobili collegi del Cambio e della Mercanzia. Nei primi anni dell’800 Ugo Maria degli Azzi, erudito di storia e filosofia, sposò una Vitelleschi e aggiunse al suo casato il cognome. Dagli Azzi Vitelleschi nel 1912 la proprietà passò a Francesco Paolo Spinola e nel 1955 all’ingegner Ubaldo Baldelli. Il castello (XIII secolo) è costruito su fondamenta di antiche cisterne romane, i cui resti sotterranei sono osservabili tuttora. Rimaneggiato più volte per ospitare i signori locali (i Sozi, i Degli Azzi Vitelleschi, gli Spinola, fino agli attuali proprietari, i Baldelli), conserva il bastione di ingresso e un bell'arco del XIV secolo. Un alto mastio guelfo con beccatelli spicca all’interno del castello, racchiuso da possenti mura dentro le quali sono stati ricavati nuclei abitativi. In buono stato anche due torri quadrate angolari, una delle quali funge da ingresso principale. Tratti di mura etrusco-romane sono ancor oggi individuabili nelle mura esterne. Altri link suggeriti: http://www.fotodiaries.com/italia/civitella-darna-e-il-dialetto-perugino/, https://www.youtube.com/watch?v=DYucB7k6-Sw (video di Mister Jack rosi).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Civitella_d%27Arna, http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-civitella-darna-civitella-darna-pg/,

Foto: la prima è del mio amico Claudio Vagaggini, scattata ieri 14 settembre sul posto, mentre la seconda è presa da http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-civitella-darna-civitella-darna-pg/