mercoledì 18 gennaio 2017

Il castello di mercoledì 18 gennaio






POGGIBONSI (SI) - Castello della Magione

Conosciuto anche con le denominazioni di "magione di San Giovanni al Ponte" o ancora "spedale di san Giovanni in Jerusalem alla Magione", è un complesso monumentale medievale che si trova lungo l'antica via Francigena, nell'omonima località Castello della Magione. Sorge sulla riva destra del torrente Staggia, in corrispondenza dell'antico ponte di Bonizio, a circa 3 km dal centro di Poggibonsi. Esso è costituito da una antica chiesa e da uno "spedale" per i pellegrini in transito sulla via Francigena. Il Castello della Magione risale al secolo XI. Il 5 Settembre 1140 venne donato da Gottifredo di Arnolfo e da Arnolfino di Cristofano, eredi dei fondatori, ai Monaci dell’Abbazia di San Michele a Poggio Marturi, i quali lo affidarono ai Cavalieri del Tempio, divenendo così una delle numerose "Mansiones" o "Domus Templi" sulla via Francigena. Quando nel 1312 l'ordine fu soppresso, passò agli Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme che lo detennero fino al 1734, allorché il papa Clemente XII lo concesse in enfiteusi al piccolo Lorenzo Corsini, figlio del suo bisnipote. Successivamente lo spedale fu dato in usufrutto a diversi proprietari, tra cui i principi Corsini. Con la soppressione dell'ordine di Malta (1799), i beni che erano appartenuti al complesso furono incamerati dal demanio (1817). Nel 1866 i Corsini vendettero la chiesa e gli altri edifici, mantenendone però l'usufrutto. Negli anni successivi il complesso perse di importanza e fu ridotto a podere, subendo anche continui e considerevoli danni alle strutture, a causa delle frequenti inondazioni del vicino torrente Staggia. La chiesa fu sconsacrata nel 1822. Nel 1942 e nel 1969 furono fatti alcuni tentativi di recupero. Nel 1979 l'intero complesso fu acquistato dal Conte Marcello Alberto Cristofani della Magione, che lo donò, come dotazione patrimoniale e sede magistrale, alla Milizia del tempio - Ordine dei poveri cavalieri di Cristo, da lui fondato, e vi fece condurre i lavori di restauro. Dopo i restauri, la chiesa è stata benedetta dall'arcivescovo di Siena, Mario Jsmaele Castellano, il 16 ottobre 1982 e riconsacrata al culto il 19 settembre 1987 dal vescovo ausiliare Fernando Charrier. L'intero complesso, che fa parte dell'Associazione dimore storiche italiane, conserva quasi del tutto inalterati i segni della sua origine romanica. Dall'esterno si possono osservare alcune parti delle fortificazioni e delle mura difensive che collegano tra loro le strutture edilizie a formare un unico insieme a pianta trapezoidale, che costeggia sul lato ovest il torrente Staggia. Entrando nel cortile interno, sul quale si affacciano le sale dell'antico pellegrinaio, i locali del convento dei cavalieri-monaci, la piccola foresteria, tuttora utilizzata, la scalinata per l'accesso ai piani superiori dell'edificio, si ha la sensazione di rivivere in un’atmosfera di pieno Medio Evo. Nel complesso fortificato è inserita la chiesa in stile romanico, intitolata a "San Giovanni in Jerusalem", che presenta una facciata a capanna. L'interno è ad una sola navata, terminante in una piccola abside e coperta da un teppio a doppio spoviente, mascherato in un secondo momento da volte settecentesche. Il Castello della Magione è stato definito "il più completo complesso ospedaliero medievale rimanente in Europa occidentale... la sua sopravvivenza e il suo restauro sono estremamente importanti sia per gli storici che per gli storici dell'arte" (Dipartimento di Storia dell'Arte dell'Università di Buffalo - Università dello Stato di New York - USA). Il 24 Aprile 2012 è stato inserito tra le "Mille meraviglie d'Italia". Il cortile interno del Castello è stato dedicato al Papa Pio XII e all'Arcivescovo Mons. Mario J. Castellano O.P.; in occasione del 50° anniversario della Rivoluzione Ungherese vi è stata scoperta una lapide in onore del Cardinale József Mindszenty, Principe Primate di Ungheria, martire dei regimi nazista e comunista. Nel Castello della Magione hanno anche la loro sede il Gruppo Scout Valdelsa “Alberto d'Albertis", l'Accademia "S. Giovanni", la casa editrice "La Magione" e la fondazione "Jacques de Molay" per le opere templari e di carità. Il Castello della Magione fa parte dell'Associazione Dimore Storiche Italiane. Altri link suggeriti: http://www.castellitoscani.com/italian/magione.htm, https://www.youtube.com/watch?v=6euakmayRIs (video di SgtNoferus), http://www.duepassinelmistero.com/San%20Giovanni%20in%20Jerusalem%20alla%20Magione.htm

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_della_Magione, http://www.ordo-militiae-templi.org/il-complesso-monumentale-P-40.html

Foto: la prima è di Thomashooker su https://en.wikipedia.org/wiki/File:Militia_castello.jpg, la seconda è presa da http://www.ordo-militiae-templi.org/il-complesso-monumentale-P-40.html

martedì 17 gennaio 2017

Il castello di martedì 17 gennaio






GIZZERIA (CZ) - Torre di Santa Caterina

Le sole notizie certe della prima costituzione del paese non vanno al di là del periodo bizantino. Molto controversa è anche l’etimologia del toponimo. La forma Izaria è, invece, da ricondurre alla migrazione albanese. In epoca normanna il nome era stato Yussaria. Da Izaria derivò successivamente Jzaria (1510), poi mutatosi in Jazzaria o Jizzeria. Il nome attuale è in uso dal 1753.
La storia del paese, dopo la distruzione da parte dei Saraceni, avvenuta verso la fine dell’anno mille, è centrata prevalentemente sul monastero greco di San Nicola, un piccolo agglomerato di pochi abitanti, alloggiati per lo più in pagliai ed abituri. Il cenobio che sorgeva su un terreno appartenente ai Cavalieri di Malta, ha avuto dapprima una sua vita autonoma, durata fino a quando Roberto il Guiscardo, latinizzandolo, lo concesse alla famosa abbazia benedettina di S. Eufemia. Intorno a questa comunità si è sviluppato, pertanto, il primo nucleo dell’abitato di Gizzeria, un paese che non avrebbe avuto un ulteriore sviluppo se non fosse stato rinvigorito dall’apporto di profughi albanesi venuti nell’Italia meridionale per domare la rivolta dei baroni calabresi. Furono questi soldati a rifondare tra il 1448 e il 1450 Gizzeria e numerosi altri paesi della provincia di Catanzaro. Dalla costituzione in “universitas”, tra il 1558 e il 1574, la sua storia non offrì per secoli elementi di particolari novità. Solo alla fine del ‘700 il paese sembrò scuotersi dal torpore riservando una buona accoglienza ai reparti dell’esercito rivoluzionario, salvo poi a ricredersi nel 1806 quando Gizzeria accolse a fucilate quei francesi che dovevano rimanervi per tre anni. Conosciuta anche come “Torre dei Cavalieri di Malta”, perchè venne realizzata - come il Bastione di Malta - nel feudo dei Cavalieri, la Torre di Santa Caterina è collocata in una proprietà privata. E' comunque semplice accedervi, visto che è posta all’interno di un agriturismo (http://www.igiardinidellatorre.it/). Vi si giunge percorrendo la provinciale n. 101, detta "di Santa Caterina", seguendo l’indicazione “Zinnavo”, imboccandola tra il km 366 e il 367 della SS 18. Dopo circa tre chilometri (tra il km 2 e il km 3 della SP101), il torrione è già visibile dalla strada, volgendo lo sguardo  sulla sinistra, subito dopo la “Fontana di Santa Caterina” e, in ogni caso, prima della biforcazione per Gizzeria. In discreto stato di conservazione, il forte è del 14º secolo e presenta un corpo cilindrico, provvisto di aperture lato mare e monti, a base troncoconica, con scarpa cieca divisa dal corpo cilindrico da una risega, probabilmente lasciata durante il rifacimento di questa parte crollata (Faglia, Tipologia…, pag. 344). Ha l'ingresso a monte, al primo piano raggiungibile con scaletta esterna retrattile, con sopra una bella caditoia per la difesa piombante. Le altre caditoie sono distrutte. Sorge su un'altura, l'ex capo Condurro che dominava il lago Maricello.

Fonti: http://www.comune.gizzeria.cz.it/index.php?action=index&p=76, testo di Francesco Cataudo su http://www.francescocataudo.it/TorriDifesaLametine.htm, testo di Ettore Iannazzo su http://www.iannazzo.it/gizzeria/ambart_difesa.html

Foto: entrambe di marilele88 su https://media-cdn.tripadvisor.com/media/photo-s/0d/01/22/57/torre-dei-cavalieri.jpg e https://www.matrimonio.com/location-matrimoni/i-giardini-della-torre--e123964

lunedì 16 gennaio 2017

Il castello di lunedì 16 gennaio






ALFIANELLO (BS) - Castello

Dopo la caduta dell'Impero romano la zona venne occupata stabilmente dai Longobardi (con corti a Brescia e Leno). Il paese continuò ad essere abitato. Si trova traccia del nome di Alfianello su un atto di donazione in cui la vedova di una funzionario Longobardo, donava il borgo e altre terre della zona al Monastero di San Salvatore. Con il passaggio ai monaci il Paese riprese vigore, dopo i periodi bui delle invasioni barbariche. Si succedettero vari ordini religiosi, tra cui una significativa presenza dell'Ordine cluniacense (Alfianello fa parte dei cosiddetti "Paesi cluniacensi"). Venne bonificato il territorio convogliando le acque paludose in due alvei principali e venne ripresa la coltivazione e soprattutto l'allevamento dei suini. Nel territorio di Alfianello, da sempre paludoso, non fu mai possibile operare coltivazioni intensive, mentre trovavano un naturale habitat i suini, che qui furono allevati fin dall'avvento dei Celti. Proseguita sotto l'impero romano, e poi con i Longobardi, l'attività intensiva di allevamento divenne la vera ricchezza della popolazione per l'opera dei monaci. Dal rinascimento fino all'800, le varie famiglie nobili avevano in Paese palazzi rurali con annesso allevamento di suini. Del castello di Alfianello si hanno poche notizie. Si sa che fu di proprietà della potente famiglia Avogadro e fu utilizzato dai Ghibellini bresciani come sede e riparo nel 1267 dopo le sconfitte di Corradino di Svevia. Nel 1447 fu preso dai Visconti per il suo valore strategico. Infatti era posto nei pressi del fiume Mella, affluente dell’Oglio, che all'epoca tracciava il confine. È quindi probabile, senza esserne certi per documenti, che l'inizio della sua distruzione risalga a quel periodo. Ridotto a pochi resti, la porta d'ingresso, come accadde spesso in questi casi, fu trasformata in torre campanaria per la vicina parrocchia, mentre ciò che rimaneva del fossato e del vecchio perimetro fu utilizzato come terreno coltivabile da coloro che costruirono e abitarono le case sorte su quelle che furono le mura castellari. 

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Alfianello, scheda di Marco Brago su http://www.mondimedievali.net/Castelli/Lombardia/brescia/alfianello.htm, http://www.bresciainvetrina.it/bresciaturismo/bassabresciana_villecastelli_2parte.htm, http://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=ALFIANELLO

Foto: la prima è di bzr su http://www.panoramio.com/photo/85950523, la seconda è di Marco Brago su http://www.mondimedievali.net/Castelli/Lombardia/brescia/alfianello.htm

sabato 14 gennaio 2017

Il castello di domenica 15 gennaio






ALGHERO (SS) – Torre di Porta Terra (o del Portal)

Alghero è una delle poche città fortificate italiane ad aver mantenuto circa il 70% delle sue mura (manca la parte dal forte della Maddalena alla Torre dell'Esperò Rejal), con annesse torri: recentemente valorizzati da un restauro, i bastioni offrono una passeggiata sul mare che circonda la città vecchia, e si congiungono con il Lungomare Dante costruito negli anni cinquanta del XX secolo. La Torre di Porta Terra, così ribattezzata in epoca sabauda (in origine era la Porta Reial), era la via di accesso da terra (da qui il nome) alla città-fortezza, l'unica esistente. L'ingresso, sovrastato dallo stemma in pietra della corona d’Aragona, oggi conservato al suo interno, era protetto da un pesante ponte levatoio, oggi rimosso, il quale veniva calato all'alba e risollevato al tramonto. Una volta chiuso nessuno poteva più né entrare né uscire da Alghero, chiunque fosse e qualunque fosse il motivo. Tra coloro che dovettero sperimentare la ferrea regola vi fu anche un re il quale, giunto poco dopo la chiusura della porta, dovette attendere il sorgere del sole prima di poter mettere piede in città. Arrivata l'alba il sovrano, una volta entrato in città ed accolto con tutti gli onori, volle conoscere il responsabile della guarnigione di guardia alle mura, al quale disse che se avesse violato la norma per accogliere il re, avrebbe immediatamente ordinato la sua impiccagione! La torre mantenne la sua funzione di accesso sino alla fine dell’Ottocento, quando la città fu smilitarizzata. La costruzione ha una tipologia decisamente cinquecentesca, con portale in conci di pietra arenaria ben squadrati e disposti a semicerchio ed una struttura perimetrale ottenuta con la tecnica a sacco. Caratteristica di questa torre è la forma che dalla parte opposta al portale ha un avamposto quadrangolare, probabilmente anteriore alla sua costruzione. A differenza delle altre torri, il piano inferiore non presenta la volta costolonata, rilevabile invece al piano superiore dove si apre una porta che immetteva nel camminamento della cortina. Altre due porte sono visibili al piano terra; in quella che prospetta verso il porto, caratterizzata dal tipico schema catalano della dovella, cioè dell'arco a tutto sesto in conci trapezoidali, è stato inserito il monumento ai caduti in guerra. La torre fu anche conosciuta come “degli Ebrei” perché costruita nel secolo XIV con il contributo della comunità ebraica. Salvata dalle demolizioni nonostante la sua posizione fosse lato terra dove le mura furono abbattute, è rimasta isolata ed oggi è spesso utilizzata per mostre. La struttura, oggi, accoglie un insieme di servizi destinati alla presentazione e valorizzazione del patrimonio culturale della città quali informazioni turistiche, organizzazione di visite guidate e didattiche nel centro storico e nel territorio.


Il castello di sabato 14 gennaio






ESPERIA (FR) – Castello normanno (Roccaguglielma)

Alcuni studiosi fanno risalire i primi insediamenti sul territorio esperiano come conseguenza della distruzione della colonia romana di Interamna Lirenas o all'epoca tardo-antica sul monte Cecubo; certa è invece la creazione di borghi voluta da Montecassino nel X secolo. La popolazione che prima di allora abitava piccoli insediamenti sparsi sul territorio fu fatta progressivamente convogliare nei pressi di San Pietro e di San Paolo della Foresta, due monasteri benedettini costruiti per sostituire l'antico Santo Stefano, distrutto tra l'817 e l'828 dai musulmani. Il normanno Guglielmo di Blosseville, nello stesso periodo, fece confluire la popolazione sempre da insediamenti locali nel castrum sul monte Cecubo da lui voluto. Il castello prese il nome di Roccaguglielma e aveva il fine di controllare il passo che permette di raggiungere da Pontecorvo e Aquino, città dei Normanni, Gaeta senza dover passare per Cassino. Nei secoli la collocazione strategica di Roccaguglielma e del suo feudo ne fece un territorio spesso conteso. Tra le famiglie nobili che ne presero possesso si ricordano gli Spinelli, che nel XIV secolo realizzarono molte opere edilizie, i della Rovere e i Farnese, Nel 1497 e nel 1503 Roccaguglielma e il suo territorio subirono pesanti distruzioni a opera del capitano spagnolo Gonsalvo di Cordoba. Il periodo più florido fu tra il XVI e il XVII secolo. Nel 1636 il feudo fu devoluto alla camera regia. Nel 1654, a seguito di un violento terremoto, si ebbe una nuova devastazione. Gli anni della nella Repubblica Partenopea furono di grande diffusione locale del brigantaggio, che aveva forte presa sulla popolazione rurale spesso in funzione anti-napoleonica; agirono sul territorio l'itrano fra Diavolo periodo napoleonico e poi, nel periodo post-unitario, Chiavone. Sotto il governo di Gioacchino Murat, si realizzò una nuova sistemazione amministrativa del territorio: Roccaguglielma fu separata dalle attuali frazioni di Esperia inferiore e Monticelli che costituirono il comune di San Pietro in Curolis. Dopo l'Unità d'Italia, nel 1867, Roccaguglielma e San Pietro si fusero e presero il nome di Esperia. Roccaguglielma è ubicata sul Monte Cecubo, alla sommità di un costone roccioso. La fortificazione sorge a 500 m s.l.m. a strapiombo sull'abitato da cui è raggiungibile. L'area, che è visitabile, è di proprietà del demanio. Il castello fu costruito intorno al 1103 probabilmente dove giacevano strutture più antiche per volere del normanno Guglielmo di Blosseville (spesso trascritto Glossavilla). Egli fondò anche l'abitato a piedi del castello, difeso con una cerchia di mura rinforzate da 12 torri con tre porte (di Caporave, di Santo Spirito e di San Bonifacio); l'abitato aveva anche una cinta interna, anch'essa con tre porte (di Portella, di Santa Croce e del Morrone). Attualmente le fortificazioni sono in gran parte diroccate. Alleato con i castelli di Campello, Pico, Rivomatrice e San Giovanni Incarico formò per qualche decennio un piccolo potentato indipendente detto dei cinque Castelli de Foris, circondato da territori cassinesi. Della struttura originaria, tutta in pietra calcarea locale, rimane soltanto quello che probabilmente doveva essere il corpo principale, da cui si distinguono il mastio, un grosso torrione a base circolare ed un alto muraglione spezzato; sulle mura rivolte a valle si apre una bella porta con arco a sesto acuto, che aggiunge interesse allo scenografico complesso monumentale. Anche se il periplo dei ruderi è piuttosto breve, esso tuttavia è ricco di notevoli spunti paesaggistici: impressionante il colpo d'occhio sull'isolato Monte d'Oro, con la sua pittoresca forma a piramide tronca. La torre quadrata, con funzione di mastio, è situat
a all'estremità nord-est del recinto fortificato, ha dimensioni esterne di mq 9,79x9,28 e si articola su
tre livelli, con un’altezza complessiva di circa 15 m. La torre tonda, situata nell'angolo sud-est della parte alta del circuito murario, si conserva per un'altezza di circa 6 m e si articola su due livelli. Le dimensioni e la configurazione architettonica di quest’ultima rimandano chiaramente ad una struttura del XIV-XV secolo adatta per la difesa con armi da fuoco. Il resto della fortificazione è costituito da muri in pietra calcarea a scapoli di medie dimensioni talvolta compresi tra paramenti regolari in blocchi calcarei squadrati. Le parti meglio conservate sono quelle relative alle strutture del castello coincidente con la prima cinta difensiva. Altro elemento degno di nota è il giardino murato comprendente l'area occupata dalle strutture della cappella di Santa Maria delle Grazie e
dall'avancorpo della fortificazione. Attraverso uno studio approfondito delle fondamenta, delle caratteristiche costruttive delle varie parti tuttora esistenti e delle rappresentazioni antiche, è stato possibile ricostruire sia la planimetria originaria del castello e delle mura che lo cingevano, sia planimetrie che evidenziano le modifiche apportate alla struttura nel corso dei secoli. Il maggiore ampliamento avvenne, a detta dell’autore, da parte della famiglia Spinelli che ristrutturò il castello, fece edificare l’imponente palazzo che da loro prende il nome, ancora esistente nel centro storico (attualmente ospita il museo del carsismo, con il calco delle orme di dinosauro ritrovate ad Esperia) e fece costruire una cinta muraria intorno al centro abitato a completamento delle due già presenti intorno alla fortezza. Oggi vicino al Castello sorge una chiesetta dei Padri Trinitari dedicata alla Santa Vergine, costruita nello stesso luogo dove sorgeva l'antica cappella del castello. Altro link consigliato: http://www.unitiperesperia.it/index.php/lecosefatte/castellodiesperia,

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Esperia, https://it.wikipedia.org/wiki/Roccaguglielma, http://www.lazionascosto.it/castelli_fortezze_rocche_lazio/rocca_guglielma_esperia.html, http://www.tg24.info/esperia-ll-castello-di-roccaguglielma-presentato-il-libro-di-cordella/, http://www.luigipiemontese.altervista.org/esperia.pdf (da visitare per approfondire l’argomento)

Foto: la prima è presa da http://www.ciociariaturismo.it/images/2015/comuni/esperia2015_745.jpg, la seconda è presa da http://www.comune.esperia.fr.it/moduli/museo/img/IMG603263.jpg


venerdì 13 gennaio 2017

Il castello di venerdì 13 gennaio






CASTEL IVANO (TN) - Castello

È dall’alto del paese di Ivano Fracena che il maestoso complesso medioevale domina la Valsugana orientale. Castel Ivano è circondato da un ampio parco con oltre 400 specie di fiori ed un’oasi faunistica. Non si conosce l'esatta origine del castello, ma ci sono varie ipotesi al riguardo. La prima sostiene che fu costruito come luogo di rifugio per la popolazione dei villaggi della Valsugana orientale. Un'altra ritiene che, dopo il 1187, sia stato adottato come monastero di padri Templari e monaci Benedettini. Il 13 giugno dello stesso anno, infatti, Jacopino de Yvano fu nominato Testimone (dal greco μάρτυς, colui che manifesta un comportamento rigoroso improntato al proprio credo religioso). Ci furono molti passaggi di proprietà prima di arrivare all'attuale famiglia possidente. Dal 1228 al 1259 passò dai Vescovi-conti di Feltre a Ezzelino III da Romano, per poi ritornare ad essi. Nel 1311 alla famiglia di Ivano si aggiunse la famiglia dei Castelnuovo-Caldonazzo, anche se il documento Gorfer cita l'investitura di Giordano di Vigolo il 17 gennaio 1302. Nel 1314, il castello passò sotto la giurisdizione di Strigno, Ivano, Fracena, Villa, Agnedo, Ospedaletto, Scurelle, Spera, Samone e Bieno ai quali si aggiunsero, nel 1333, Grigno e, nel 1356, i paesi del Tesino. Cangrande della Scala ordinò a Biagio I di Castelnuovo di far dipingere l'emblema nobiliare degli Scaligeri, coperto poi da quello dei da Carrara nel 1365. Nel 1373 la proprietà era dei Conti di Tirolo e in seguito tornò alla famiglia Castelnuovo-Caldonazzo. Per un breve periodo appartenne ai Visconti e alla Repubblica Veneta per poi tornare ai Conti del Tirolo (Duca Federico IV, detto "Tascavuota") nel 1412; l'anno successivo il castello cadde in mano al Vescovo di Feltre, Enrico de Scarampis. Nel 1452 Giacomo Trapp fece restaurare il maniero, ampliò e migliorò le unità abitative e di servizio. Dal 1487 al 1491 Ivano, Telvana e il Castellato furono sotto il dominio della Casa d'Austria. Nel 1496 Massimiliano I concesse il castello a Michele Wolkenstein-Rodeneck. Nel 1525, durante la guerra Rustica, i contadini assediarono il castello e uccisero Giorgio Pucler. Dopo il 1632 vi furono molti passaggi di proprietà del castello Ivano e Telvana; l'Arciduchessa Claudia de' Medici lo affidò a Giorgio Battista Alberti, in seguito a Marco Sigismondo Welsperg e infine a Giovanni Conte di Haldringer. Il 6 aprile 1678 Leopoldo I lo concesse a Gaudenzio Fortunato di Wolkenstein-Trootburg. Nel 1750 l'imperatrice Maria Teresa acquisì la proprietà del castello. Nel 1829 il maniero ritornò sotto la giurisdizione del comune di Strigno. Negli anni dal 1915 al 1918 durante la prima Guerra Mondiale, il castello fu soggetto a molti e pesanti bombardamenti, che crearono ingenti danni alla struttura. Nel primo dopoguerra venne venduto a Franz Staudacher, che effettuò una ristrutturazione completa del complesso. Durante la seconda Guerra Mondiale, i bombardamenti furono di minor entità rispetto al passato e colpirono principalmente i tetti. Dal 1982 il castello è Centro Internazionale di Cultura, di proprietà della famiglia Staudacher. Il maniero è adibito ad abitazione privata: è quindi visitabile fissando un appuntamento contattando la segreteria. Dall'estate 2013 è possibile prenotarsi per le visite anche nei weekend (giugno - settembre) ed ospita eventi quali degustazioni biologiche e cene a tema medievale. Presso il castello ha anche sede il Centro Culturale "Castel Ivano Incontri", che organizza prestigiose mostre d'arte contemporanea (da ricordare quella di Klimt, Pomodoro, Eugenio Prati) e convegni internazionali. Inoltre, alcune sale dell'edificio possono essere affittate per matrimoni e cene. Tra i tesori del castello c’è anche una collezione di calamai ed una raccolta di statue lignee. La parte più antica del castello è stata eretta tra l'XI e il XII secolo d.C.; essa comprende il mastio, l'ingresso e il cortile circostante. Il mastio, caratteristica fondamentale dei castelli medievali, è la torre principale del maniero, dove, in caso di attacco, si rifugiava la popolazione. Esso ha una pianta rettangolare misurante 6,8x10 metri; le sue mura sono spesse 1,40 m e alte 15 m. Inizialmente, queste ultime erano più basse e vennero innalzate alla misura attuale durante il XVI secolo. Il mastio è privo di cuspide e presenta una merlatura sommitale che funge da decorazione. Il tetto è a spiovente e coperto da due grosse lastre di pietra monolitiche. Vi sono tre finestre: le due esterne sono di tipo romanico, mentre quella nel mezzo di forma ogivale con lo stemma dei da Carrara. L'ingresso è costituito da una porta fortificata aperta su un antemurale orientale e difesa da un rivellino merlato e da delle saracinesche. Sopra la porta ogivale si può notare una cornice mistilinea con insegne dei Trapp e della Casa d'Austria. Arrivando nel cortile, che sorge nel punto centrale del castello, sulla sinistra si vede un casamento a più piani con finestre ad arco a tutto sesto e un tetto ad unico spiovente, mentre sulla destra vi sono le costruzioni delle antiche stalle e fienili (ora sedi di manifestazioni culturali e mondane). Degni di nota sono anche una fontana e un’acacia storica del Cinquecento. L'antica cinta muraria ha la base sostenuta da molti bastioni semicircolari. A metà del Settecento ne venne edificata un'altra parte sul lato nord con un portale rustico in pietra; a fianco di esso si apre una leggiadra costruzione con arcate e loggiati sovrapposti. Tra le arcate al piano terra sono presenti due bassorilievi di porfido con grifoni sostenenti gli scudi con stemma Wolkenstein (1631). Sulla facciata del palazzo sporgono degli erker, delle trasformazioni delle caditoie per la difesa del mastio. Nel 1365, all'interno del castello, si era rifugiato il conte Biagio delle Castellare, odiato e feroce signorotto locale. Il potente Francesco da Carrara riuscì ad intercedere per la liberazione del conte e la popolazione del Tesino e della Valsugana, che chiedeva la sua testa per le sofferenze patite, dovette accontentarsi di vedere bruciare solo un fantoccio con le sembianze di Biagio. Da allora il rogo simbolico viene messo in scena ogni anno nel primo giorno di quaresima ed ogni cinque anni, a Carnevale, si svolge una rievocazione in costumi trecenteschi tra le vie di Castello Tesino e del vicino paese di Pieve Tesino, in ricordo delle vicende storiche. Per approfondire suggeriamo di visitare il sito web del castello: http://www.castelivano.it/index.php?lang=it. Altri link consigliati: https://www.youtube.com/watch?v=IbM9ud76ay8 (video di phol1973), https://www.dolomiti.it/it/luoghi-da-visitare/castelli-e-fortezze/castel-ivano/, http://www.visitvalsugana.it/it/cosa-scoprire/castelli-del-trentino/castel-ivano_2154_ids/

Fonti: http://www.tr3ntino.it/it/cultura-e-territorio/castelli/castel-ivano/, https://it.wikipedia.org/wiki/Castel_Ivano_(castello),

Foto: la prima è presa da http://www.gazzettadellevalli.it/gdv/wp-content/uploads/2016/03/castel-ivano-1024x565.jpg, la seconda è presa da https://cdn0.matrimonio.com/emp/fotos/2/2/4/0/castel-ivano-primavera_2_12240.jpg

giovedì 12 gennaio 2017

Il castello di giovedì 12 gennaio






SCILLA (RC) - Castello Ruffo

La prima fortificazione della rupe di Scilla risale all'inizio del V secolo a.C. quando, durante la tirannide di Anassila, la città di Reggio assurse a una notevole importanza, tale da permetterle di ostacolare per oltre due secoli l'ascesa di potenze rivali. Infatti, nel 493 a.C., il tiranno di Reggio Anassila il giovane, per porre fine alle incursioni dei pirati tirreni che lì avevano una sicura base per le loro scorrerie, dopo averli sconfitti col dispiego di un notevole esercito, fece iniziare l'opera di fortificazione dell'alta rocca. Questa divenne per Anassilao un importante avamposto di controllo sulle rotte marittime. L'opera di fortificazione dell'alto scoglio fu portata a termine dai successivi tiranni reggini, spesso impegnati in scontri con i pirati combattuti avvalendosi del porto fortificato appositamente costruito nella zona circostante, verso Punta Pacì, in un luogo inaccessibile dal lato opposto allo scoglio. Baluardo della sicurezza dei reggini, dotata di approdo, la fortificazione di Scilla fu di fondamentale importanza agli effetti del felice esito della guerra contro la pirateria, consentendo ai tiranni di Reggio di opporre per lungo tempo una valida resistenza contro gli attacchi di nuovi nemici e contro i continui tentativi di rivalsa dei Tirreni sconfitti. Il dominio reggino sul luogo fu interrotto per soli cinquant'anni da Dionisio, tiranno di Siracusa, che, nel 390 a.C., assoggettò la rocca dopo un lungo assedio. Nel cinquantennio che intercorse tra le distruzioni operate da Dionisio e il riacquisto dell'indipendenza favorita da Timoleonte di Corinto, che abbatté il potere tirannico di Siracusa (340 a.C.), i Tirreni rioccuparono la rocca. Tornata la normalità, Scilla rientrò nell'orbita di Reggio. La rupe pian piano divenne una vera fortezza, tanto che nel III secolo a.C. la fortificazione dei reggini, alleati dei romani, resistette validamente ai Punici alleati dei Bruzi. Successivamente Ottaviano, una volta disfattosi del rivale Pompeo, avendo compreso l'importanza strategica della rupe di Scilla che gli aveva offerto opportuno rifugio, decretò che venisse maggiormente fortificata. Infatti Plinio il Vecchio citò Scilla come Oppidum Scyllaeum (Naturalis historia, III, 76), e oppidum in latino è un termine usato per indicare un grande insediamento fortificato. Alcuni scavi hanno portato alla luce strutture murarie del monastero basiliano di San Pancrazio, edificato verso la metà del IX secolo come difesa dalle incursioni saracene. Nel 1060, con l'assedio di Reggio da parte dei normanni Ruggero e Roberto il Guiscardo, anche il castello di Scilla resistette a lungo e si arrese solo per fame. Roberto il Guiscardo quindi attestò sulla rocca un presidio militare. Nel 1255, per ordine di Manfredi, Pietro Ruffo fortificò ulteriormente le rocca assegnandovi un presidio, mentre nel XIII secolo il castello fu ulteriormente fortificato da Carlo I d'Angiò. Nel 1469 Re Ferdinando I di Napoli concesse il castello a Gutierre De Nava, un cavaliere castigliano vicino alla corte aragonese e originario della Germania (dal quale discendono i De Nava di Reggio), che fece eseguire nuovi interventi di ampliamento e di restauro. La congiura dei baroni del 1485, coinvolse la famiglia de Nava, quindi, la castellania, fu affidata ad un regio capitano. In seguito ai successivi mutamenti politici, i de Nava, riebbero il feudo di Scilla. Ma, nel 1533, Gutierre de Nava, figlio di Pietro, oberato dai debiti, cedette il feudo al cognato Paolo Ruffo, conte di Sinopoli. I Ruffo, detennero il titolo baronale sino all'eversione della feudalità. Il 1620 segna la svolta per la cittadina tirrenica e, di conseguenza, per il suo castello. La blasonata famiglia calabrese, spostò la sua residenza dal palazzo gentilizio di Chianalea trasferendo la propria dimora all'interno del manufatto militare. I Ruffo apportarono varie e notevoli modifiche alle strutture abitative presenti nell'antico manufatto militare. Inoltre, nei sotterranei della fortezza, vennero ubicate le tremende carceri. Queste erano suddivise in vari gradi punitivi. Per i delitti più gravi veniva utilizzata la cosiddetta "fossa", un ambiente umido e privo di fonti di luce. In questi lugubri locali, gli armigeri propinavano ogni tipo di nefandezza nei confronti dei prigionieri. Il titolo di principe di Scilla fu concesso, nel luglio del 1578, da re Filippo, a don Fabrizio Ruffo. Agli inizi del 1700, il castello perse la sua funzione militare. Per ordine del principe Carafa, il comandante della piazzaforte di Reggio, Enrico Lodovico Conte di Welz, prelevò da castello Ruffo, 74 barili di polvere da sparo, 69 cassette di palle per moschetti, 291 granate, 1000 pietre focaie e 3880 palle per cannone. Nel 1713, in occasione della guerra di successione al trono di Spagna, il castello venne in parte occupato dagli Austriaci. A seguito della pace di Vienna (1738), il Regno delle due Sicilie fu assegnato ai Borboni. Il tragico sisma del 5 febbraio 1783, provocò la caduta dell'ala esterna lato mare e della chiesa di San Pancrazio. Il sovrano Ferdinando IV di Borbone, inviò in Calabria le squadre di soccorso che erano coordinate dal vicario reale, principe Francesco Pignatelli. Il delegato regio, dopo avere visitato il castello, decise di far chiudere l'immondo penitenziario, disponendo l'arresto degli armigeri del principe, ritenuti i principali responsabili delle pervertite violenze inflitte ai reclusi. Inoltre, il principe Pignatelli sciolse definitivamente il presidio di truppe baronali. Dopo la caduta della Repubblica Partenopea, le armate francesi di Napoleone invasero il Regno di Napoli. I transalpini, istituirono nel castello un presidio (200 uomini) comandato dal colonnello Michel. Nel 1803, morì Francesco Fuco Ruffo, ultimo feudatario di Scilla. Poi, tra 1806 il e il 1809, venne applicata la legge sull'eversione feudale. Quindi, la famiglia Ruffo si trasferì da Scilla. Per alcuni anni il possesso del castello si alternò tra le truppe francesi e quelle inglesi. Nel 1808, i francesi, dopo un lungo assedio, riuscirono ad impossessarsi del manufatto militare, costringendo i militari inglesi a fuggire e raggiungere il mare calandosi da una scala segreta, i cui gradini, in parte, sono ancora visibili. Un episodio luttuoso e controverso che, ancora oggi, non è stato chiarito definitivamente, riguarda una esplosione, avvenuta nella santabarbara del castello, che causò la morte del capitano Bonavita e del sottotenente Emanuele. La versione ufficiale afferma che, il 12 luglio 1812 un fulmine abbattutosi nei locali adibiti a polveriera provocò una devastante esplosione. Secondo alcune ricerche effettuate dallo storico Antonio Capograssi, il contingente di 3.000 francesi accampato nei Piani della Melia, che assediava il forte di Scilla, riuscì a conquistare il castello, rispedendo oltre Stretto gli inglesi. Ma, il generale Partouneaux, dopo avere ricevuto l’ordine del re di muovere verso la capitale fece saltare in area la fortezza. Scoppiata l'insurrezione contro i Borboni (1847), al castello venne dichiarato lo stato d'assedio. Nel 1860 i soldati borbonici, non opposero resistenza alle truppe garibaldine che si insediano nel castello, dopo che, il comandante della guarnigione napoletana Polistena, consegnò "amichevolmente" la fortezza. Costituita l'unità d'Italia, tra il 1861 e il 1876, il castello ospitò, oltre al distaccamento d'artiglieria, una guarnigione della Guardia nazionale italiana, comandata dal capitano Costantino Melidoni. Dell'antica e splendida residenza dei principi Ruffo, oggi non restano che ruderi ed alcuni sotterranei. Il terremoto del 28 dicembre 1908, determinò il crollo degli ultimi resti della residenza nobiliare, compromettendo l'utilizzazione della vasca refrigerante della stazione foto - elettrica. In tempi recenti e fino alla seconda guerra mondiale, la rocca, divenne alloggio del Presidio militare reggino e sede del centro d’avvistamento dell’artiglieria da costa della 14° Legione della Milizia marittimaNel 1913 la parte più superiore della fortezza venne chiusa per ospitare il faro. Poi durante il periodo fascista alcuni ambienti vennero divisi in appartamenti destinati a impiegati e funzionari pubblici, uso che contribuì al danneggiamento di ciò che rimaneva della struttura. Nell'ultimo trentennio il castello è stato utilizzato come ostello della gioventù, ma oggi, dopo un nuovo restauro, è stato destinato a diventare un centro culturale: ospita infatti il Centro regionale per il recupero dei centri storici calabresi ed è sede di mostre e convegni. Il castello di Scilla si erge sul promontorio che divide le due spiagge di Marina Grande e di Chianalea. L'edificio presenta una pianta irregolare con parti databili a diverse epoche ma che nel complesso conservano tutt'oggi la configurazione abbastanza omogenea di una fortezza dotata di cortine, torrioni e feritoie. Dal punto di vista costruttivo il manufatto subì numerose trasformazioni per cui sono riscontrabili murature in pietrame sbozzato e mattoni, murature di mattoni, pietre squadrate per archi ed elementi decorativi, volte in pietrame all’interno. L'ingresso è preceduto dal ponte che conduce all'edificio il cui ambiente principale è caratterizzato dal portale di pietra costruito con arco a sesto acuto, sui cui campeggiano lo stemma nobiliare dei Ruffo e la lapide che celebra il restauro del castello eseguito nel XVI secolo. Superato l'androne a volta ribassata si apre un cortile, e da qui, percorrendo il grande scalone, si giunge all'ingresso della residenza. Questa è dotata di ampi saloni, essendo stata di proprietà di una delle più ricche e importanti casate del regno di Napoli. Nella zona sud un corpo di fabbrica con sei vani coperti con volta a botte oggi rappresenta il piano terra dell’antico castello. L’edificio ha la configurazione del forte e poggia sulla roccia. La gradinata esterna poggia su volte a botte e su due vani coperti da volte a crociera. Nella zona nord-est dopo degli interventi della Soprintendenza per i Beni Architettonici Paesaggistici e Ambientali della Calabria sono stati ritrovati una galleria di difesa, le cisterne, le fondazioni dell’antica residenza baronale e della cappella. Data la posizione dominante del castello sullo Stretto di Messina, nel 1913 venne costruito un faro per fornire un riferimento alle navi che attraversavano lo stretto. Il faro di Scilla, una piccola torre bianca con la base nera, è tuttora attivo ed è gestito dalla Marina Militare. Nella zona centrale si articolano due edifici di recente costruzione adibiti a residenza dei guardiani del faro. Tra le opere conservate nel maniero da segnalare: il già citato portone d'ingresso, sovrapposto dallo stemma araldico della famiglia Ruffo e da un'iscrizione riguardante il feudatario Paolo (1543); il medaglione marmoreo, raffigurante la Madonna col Bambino in Gloria (presunto normanno), che sormonta il portale d'accesso alla piazza d'armi; il monumento posto a ricordo dei due ufficiali del Real Reggimento periti nell'esplosione del 1812; la gradinata che portava all'abitazione del principe, poggiata su volte a botte e a crociera rivestite di pietra di Siracusa; una scritta, incisa su pietra, da tale Antonio Timpano, nel 1576, sormontata da un sole nascente. Altri link suggeriti: http://www.istitutoitalianocastelli.it/risorse/il-castello-del-mese/castello-ruffo-di-calabria-a-scilla.html, https://www.youtube.com/watch?v=074Ws92n1JI (video di ciccioollug6114), https://www.youtube.com/watch?v=IxjdCCBYFxg (video di Antonio Florino).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_Ruffo_di_Scilla, http://atlante.beniculturalicalabria.it/schede.php?id=122, http://www.arbitrio.it/scilla/storia/castello.html (tratto dal volume "Scilla Aquila d'argento" (Arbitrio Editori Sas), testo di Pino d'Amico.  

Foto: la prima è presa da http://www.calabriavillage.it/il-castello-ruffo-di-scilla/, la seconda è una cartolina della mia collezione