mercoledì 21 febbraio 2018

Il castello di mercoledì 21 febbraio





SANTERAMO IN COLLE (BA) - Palazzo marchesale Caracciolo-Carafa

Sono due le principali famiglie nobili sotto le quali è stato dominato il feudo di Santeramo nel corso dei secoli. Nel 1468 i Tolomei (discendenti di Buccio dei Tolomei ) cedettero il feudo alla famiglia Carafa, che lo resse fino al 1618. A seguito della morte di Porzia Carafa, il feudo passò nelle mani dei Caracciolo fino al 1806, anno in cui fu emanata la legge che abolì definitivamente la feudalità. Il Palazzo Marchesale fu edificato nel 1576 dal marchese Ottavio Carafa, così come testimonia l’iscrizione in latino presente in una fascia orizzontale lungo la parte centrale della facciata dell’edificio e chiusa da due apici rappresentati a forma di tralci d’uva (“Octavius Carafa Machio S. Easmi A Fundamentis erexit 1576”) su Piazza Garibaldi. Il Castello, addossato alle vecchie mura, era munito di fossato di protezione e complessivamente conserva l’originaria struttura caratterizzata dal tipico bugnato cinquecentesco. La costruzione del castello richiamò altra gente e fu necessario costruire altre case ed altre chiese: adiacente alla casa Marchesale fu costruita la casa dei De Luca in via Sant’Antonio, la chiesa del Purgatorio, e altre. Queste aggiungendosi alle case che verso sud costituirono il nuovo Borgo, dettero alla contrada il nome di “Casalinovo” e successivamente ‘’Casalnovo‘’. Vi fu così un nuovo slancio allo sviluppo urbanistico del centro abitato, che si estese anche verso il Borgo della Lama (alle spalle dell’odierna Chiesa di S. Erasmo). Quest’ultima venne ingrandita a partire dagli inizi del ‘700 per diventare la Chiesa Madre. L’urbanizzazione continuò a svilupparsi a macchia d’ olio anche verso sud-est, attorno alla chiesa di Santa Maria della Lama, dove si estese notevolmente il paese, ma ancora più verso sud la zona si arricchì di abitazioni, perché parte dei suoli vennero donati da Ottavio Carafa alle ragazze povere. Sulla facciata del Palazzo che domina largo Piazzola si distingue il grande portale a bugne alterne-piatte e a punte di diamante. Sul retro dell’edificio, si apre lo splendido cortile “Cavallerizza”, così anticamente denominato dalla famiglia Caracciolo in quanto adibito al passaggio e ristoro dei cavalli. I due leoni rampanti con bande trasversali sono lo stemma dei Marchesi Caracciolo che entrarono in possesso del palazzo in via ereditaria. ll palazzo conservò il suo aspetto di imponente abitazione marchesale fino al 1826, quando furono aperte le cinque botteghe che tuttora si trovano al pian terreno dell'edificio. Lo stabile è di pianta quadrangolare, con una superficie totale di circa mille metri quadrati, distribuiti su quattro livelli che conferiscono all'edificio un aspetto maestoso e allo stesso tempo lineare. Attualmente il palazzo è di proprietà del Comune ed è una prestigiosa location divenuta sede di concerti, incontri e rappresentazioni artistiche di ogni genere. Altro link suggerito: https://www.youtube.com/watch?v=na9WrXOudMk (video di DOT Studio)

Fonti: https://iltaccodibacco.it/puglia/guida/6633/, http://www.baritoday.it/eventi/location/palazzo-marchesale/, http://murgiapride.com/2015/i-palazzi-storici-santeramo-in-colle/, https://www.viaggiareinpuglia.it/at/4/castellotorre/1428/it/Palazzo-Marchesale-Santeramo-in-Colle-(Bari), http://www.mrfogg.com/it/arte/citta/Santeramo+in+Colle/445.html, http://santeramo.altervista.org/famiglia-carafa/

Foto: la prima è presa da http://murgiapride.com/2015/i-palazzi-storici-santeramo-in-colle/, la seconda è presa da https://www.mondimedievali.net/Castelli/Puglia/bari/santeram01.jpg

martedì 20 febbraio 2018

Il castello di martedì 20 febbraio



VICOPISANO (PI) - Torre degli Upezzinghi in frazione Caprona

La località è ricordata a partire dal 1024. Il castello di Caprona subì una sortita ad opera della lega guelfa di Toscana, formato soprattutto da Lucchesi e Fiorentini il 16 agosto del 1289 che assalì e le truppe ghibelline del comune di Pisa, allora retto da Guido di Montefeltro, che vide i primi vincere dopo un assedio durato otto giorni. Alla battaglia per la presa di Caprona, combattuta il 16 agosto 1289, prese parte anche Dante Alighieri in prima persona arruolato nelle schiere di Nino Visconti: il poeta era uno dei quattrocento cavalieri e 2000 pedoni della milizia fiorentina che posero l’assedio alla piazzaforte pisana. L’Alighieri cita la circostanza nel XXI canto dell’inferno della Divina Commedia vv. 94-96 e si compiace ripensando ai ghibellini sconfitti, usciti dal castello tra le schiere dei vincitori:
" Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto;
e i diavoli si fecer tutti avanti,
sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto;
così vid’ïo già temer li fanti
ch’uscivan patteggiati di Caprona,
veggendo sé tra nemici cotanti.
(Inferno, XXI, 94-96) "

L’episodio fa riferimento alla paura che i soldati pisani, usciti “patteggiati” cioè dopo aver negoziato la resa, mostravano di fronte alla numerosa schiera di soldati fiorentini. Dante paragona i pisani ai diavoli, che rinunciano ai loro bellicosi propositi, arrendendosi per avere salva la vita. Il suddetto castello era collocato ai piedi dello sperone roccioso su cui sorgeva la torre di avvistamento, che permetteva la comunicazione con le strutture fortificate circostanti, cioè la Rocca della Verruca e le torri di Uliveto, per il controllo della stretta zona di terra posta fra il fiume Arno e la propaggine meridionale del Monte Pisano. Sullo sperone roccioso a monte del paese spicca la "torre degli Upezzinghi", copia ottocentesca della torre dell'antico castello esistente alla metà dell'XI secolo e smantellato da Firenze nel 1433. La torre chiamata, comunemente "Torretta", si trova , in una posizione altamente suggestiva che domina le pendici del monte Pisano. Oggi è in completo stato di abbandono e necessiterebbe di un'opera di messa in sicurezza. L'estrazione di pietra dalle cave capronesi ha progressivamente trasformato il paesaggio della cittadina. Quando lo sperone roccioso era ancora sostanzialmente integro era possibile scorgere intorno alla torretta i resti del forte medievale. Fino agli anni cinquanta, inoltre, a qualche centinaio di metri a ovest dei suddetti ruderi erano visibili le mura di un palazzo la cui costruzione, voluta da Cosimo I, non venne mai portata a termine: l'edificio era popolarmente noto col nome di "Palazzaccio". Oggi la torre versa in condizioni fatiscenti, ma nonostante il degrado, la sua posizione sull’orlo di un precipizio scavato dall’uomo, la rendono una curiosità paesaggistica di forte impatto. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=iDbfpLl_z0g (video di Mauro D'Avico), http://www.montipisani.com/index.php/la-storia-dei-monti-pisani/caprona

Fonti: http://www.iluoghidelsilenzio.it/torre-degli-upezzinghi-caprona-pi/, https://it.wikipedia.org/wiki/Caprona

Foto: la prima è presa da http://www.iluoghidelsilenzio.it/torre-degli-upezzinghi-caprona-pi/, la seconda è presa da https://www.space-drone.it/torre-degli-upezzinghi-caprona-pi/

lunedì 19 febbraio 2018

Il castello di lunedì 19 febbraio



SANTA CROCE DI MAGLIANO (CB) - Torre di Magliano

La prima citazione storica del paese viene riferita in documenti del XIII secolo. Nel 1266 divenne, per donazione, feudo del monastero di Sant'Eustachio in Pantasia e tale restò fino alla prima metà del XVI secolo. Appartenne poi ai Caldora, agli Acciapaccio, ai Ceva Grimaldi, a Rocco Stella di Modugno. Nel XV secolo fu popolata da una minoranza slavo croata proveniente da Costantinopoli, che costruí la chiesa greca, un raro esempio di architettura ortodossa del Molise. Il centro è stato danneggiato dal recente terremoto del Molise del 2002, che in particolare ha lesionato la chiesa di San Giacomo Maggiore, oggi restaurata. La Torre di Magliano si trova in contrada Magliano, in una riserva naturale, ed è distante alcuni chilometri da Santa Croce di Magliano. La Torre si trova in cima ad una piccola altura ed è circondata da una fitta vegetazione che è visibile dalla strada provinciale 148 che collega Santa Croce di Magliano e Rotello. Le sue notizie storiche sono molto vaghe e si ritiene che essa risalga al XIII secolo e che sia stata innalzata per sorvegliare la zona circostante infestata da briganti. La costruzione ha pianta circolare ed è spezzata in due. Durante gli scavi di luglio 2007, diretti dal prof. Carlo Ebanista, docente di Archeologia Medievale all'Università degli Studi del Molise, sono emersi importanti reperti archeologici medioevali e a nord della Torre è emerso un muro lungo oltre 6 metri, e un'altra scoperta significativa è stata il ritrovamento di un altro muro a struttura circolare sul lato sud dalle Torre. Nella seconda fase degli scavi (luglio 2008), il prof. Carlo Ebanista ha comunicato al comune la possibilità di portare alla luce definitivamente il grande edificio signorile riemerso presso la Torre per studiare i reperti rinvenuti dagli scavi precedenti. Nel terzo e ultimo anno consecutivo degli scavi (luglio 2009) della Torre Di Magliano si è cercato di capire l'importanza e di valorizzare il sito archeologico. Altri video suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=Gv45VmLTMkQ (video di Michele Antonio Blanco), http://www.santacroceonline.com/fotografie/album/torre_magliano/index.htm, http://www.francovalente.it/2010/03/28/la-torre-di-magliano-a-dominio-della-piccola-valle-del-tona/ (consigliato per approfondire l'argomento!)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_di_Magliano, https://it.wikipedia.org/wiki/Santa_Croce_di_Magliano

Foto: la prima è di Franco Valente su http://www.francovalente.it/2010/03/28/la-torre-di-magliano-a-dominio-della-piccola-valle-del-tona/, la seconda è presa da http://foto.ilsole24ore.com/SoleOnLine5/Notizie/Italia/2010/santa-croce-di-magliano/santa-croce-di-magliano_fotogallery.php?id=7

domenica 18 febbraio 2018

Il castello di domenica 18 febbraio



MONTECATINI VAL DI CECINA (PI) – Castello in frazione Miemo

Miemo è situato nel comune di Montecatini Val di Cecina (PI), su un versante del poggio di Mela. Il borgo è di origine medioevale, con la Chiesa intitolata a S. Andrea, la fattoria, la bella villa residenziale ed alcune abitazioni. È situato in un punto di importanza strategica sullo spartiacque tra la val di Cecina e la val d'Era. Oggi è ridotto a pochissimi abitanti e l'attività principale è dedicata agli allevamenti di selvaggina come cinghiali, mufloni, caprioli e cervi. Il Repetti riporta che Miemo (Castrum Miemi) ebbe titolo di castello ed ebbe i suoi nobili, "fra i quali la storia ci rammenta un Gualando del fu Saracino, per opera di cui nel 16 novembre dell'anno 1108 fu alienato a Ruggeri vescovo di Volterra la metà del castello e corte di Miemo. Il castello di Miemo fu tra i beni concessi al vescovo Ildebrandino Pannocchieschi da Enrico VI nel 1186, finché non perse l'autonomia quando venne inglobato definitivamente nel comune di Volterra sul volgere del XIII secolo. Nel 1225 Pagano vescovo di Volterra rinunziò in favore del Comune al diritto che aveva ereditato dai suoi antecessori; cioè di esigere la metà di alcuni dazi dagli abitanti di Miemo, di Bruciano, di Gabbreto, Montecatini, ecc. La comunità di Miemo, alla fine del secolo XIII, dipendeva totalmente dal governo di Volterra, come si rileva dai libri dell'estimo del territorio volterrano. Ma la dipendenza da Volterra non lasciò Miemo fuori dalle dispute come ci fa intuire una convenzione stabilita il 21 maggio del 1316 fra il Comune di Volterra e quello di Pisa, in seguito alla battaglia di Montecatini, dopo la quale i Volterrani si obbligarono a demolire le fortificazioni del castello di Miemo e di Gabbreto. Il borgo conobbe un periodo di forte declino, dai 131 abitanti nel 1551 si passò ai 49 del 1745. Soltanto al volgere del XVIII secolo, sotto il granduca Leopoldo I, Miemo ebbe un periodo di ripresa. Nel 1845 erano censiti 237 abitanti. Oggi Miemo è un pugno di case in una zona immersa nei boschi, sulla strada provinciale 14. Il paese è tutto costruito in mattoni rossi: vi s’incontra la villa–castello, la chiesa di Sant’Andrea, la fattoria e gli altri edifici connessi alla fattoria stessa. Altro link suggerito: http://stats-1.archeogr.unisi.it/repetti/includes/pdf/main.php?id=2714.

Fonti: http://www.fototoscana.it/mostra-gallery.asp?nomegallery=miemo, https://it.wikipedia.org/wiki/Miemo, http://www.ursea.it/walking/831/percorso.htm,

Foto: la prima è presa da https://carrozzadergambini.it/montecatini1/il-piccolo-borgo-di-miemo.html, la seconda è presa da https://www.mondimedievali.net/Castelli/Toscana/pisa/miem01.jpg

sabato 17 febbraio 2018

Il castello di sabato 17 febbraio



CAMPO LIGURE (GE) – Castello Spinola

Nel III secolo le legioni romane edificarono qui un accampamento, sotto la guida dell'imperatore Aureliano, come presidio sull'Appennino Ligure contro le prime invasioni dei popoli germanici. Da qui la derivazione del toponimo Campofreido. Il luogo venne ulteriormente fortificato dai Bizantini nel VI secolo contro i Longobardi. La posizione è molto strategica, il luogo è infatti protetto su tre lati dai torrenti Ponzema, Stura e Langassino e chiuso alle spalle dalla rocca sulla quale furono eretti successivamente la torre di guardia ed il castello. Diventato dominio feudale di Bonifacio del Vasto, nel X secolo sotto influenza sicuramente longobarda fu costruita la prima chiesa o pieve di Campo, dedicata a san Michele Arcangelo, santo protettore del popolo longobardo. Tra il XII ed il XIII secolo fu terra di diverse famiglie nobiliari del tempo quali i Vento e i Del Bosco che nel 1217 cedettero il feudo alla Repubblica di Genova. Con diploma del 27 giugno 1329, Ludovico IV il Bavaro, Imperatore del Sacro Romano Impero, investì la famiglia Spinola della linea di Luccoli del feudo di Campo; i nuovi feudatari, successivamente ampliarono e fortificarono il già preesistente castello. Durante i secoli XIV e XV secolo gli Asburgo, giunti ad occupare stabilmente la carica imperiale, andarono consolidando il loro potere diretto sui moltissimi Feudi Imperiali in Italia, quello di Campo compreso, il quale godeva da sempre dall'indipendente politica e giurisdizionale da Genova; non solo, ma anche dai propri feudatari Spinola, obbligati ad ogni cambio generazionale all'omaggio feudale all'imperatore. Durante la seconda parte del XVI secolo, i feudatari Spinola, caduti in bassa fortuna in Genova, furono costretti a vivere quasi costantemente nel feudo campese, partecipando così al lungo conflitto per la determinazione dei confini con i vicini padroni del feudo di Masone, la potente famiglia Grimaldi Cebà. Dopo innumerevoli scontri e sanguinose battaglie tra abitanti, si giunse alla breve pace tra i due feudi, grazie - secondo quanto testimoniato dalla tradizione locale e dall'atto notarile del 10 ottobre 1595, redatto dal notaio genovese Michele de Podio - alla "miracolosa apparizione" della Madonna presso il monte Bonicca, avvenuta l'11 settembre del 1595. Nel XVI e XVII secolo a Campo Freddo (da alcuni interpretato quale adattamento di Campo Frei ovvero Campo libero; in verità piuttosto adattamento da Campo feudo) cominciarono le prime ribellioni dei paesani contro i feudatari Spinola, i quali stavano cercando di intromettersi nella giurisdizione del feudo, mirando altresì a sfruttare a tutto proprio vantaggio le risorse locali. La comunità campese temeva, infatti, di perdere gli antichi privilegi e immunità acquisiti e confermati da ogni atto di investitura imperiale. Il conflitto tra Campo e gli Spinola culminò nel luglio 1600 con l'invio da parte della Repubblica di Genova, su sollecitazione dei feudatari, di truppe mercenarie assoldate in Corsica. Dopo una strenua resistenza durata diversi giorni, il borgo, tra il 22 e il 26 luglio, venne invaso, saccheggiato e incendiato; gli uomini di Campo subirono altresì il bando per 36 anni da parte della repubblica genovese. Nel 1635 metà del feudo fu venduto da due fratelli Spinola alla Repubblica che, sostanzialmente, tuttavia sempre rispettò le prerogative e le immunità imperiali concesse dagli Imperatori al feudo; al contrario della nuova famiglia Spinola, infeudata con Domenico I nel 1663, che mirò a diventare padrona assoluta di Campo. Gli abitanti chiesero aiuto direttamente al Consiglio Imperiale di Vienna lamentando i continui soprusi della famiglia genovese, che continuava a mostrarsi prepotente verso di essi. Carlo VI d'Asburgo nel 1721 ribadì le antiche prerogative ed i privilegi locali diffidando i feudatari dal continuare a non rispettarli. Durante la guerra di successione austriaca tra il 1746 e il 1748, Campo dimostrò la propria fedeltà all'Imperatrice Maria Teresa d'Asburgo, subendo gravi danni e disagi derivati dal passaggio di truppe e dagli spostamenti del fronte. Il XVIII secolo fu un periodo prospero per l'economia campese: ferriere e fucine producevano manufatti di ferro (soprattutto sotto forma di chiodi) destinato all'edilizia ed ai cantieri navali, gli oratori di san Sebastiano e di Nostra Signora dell'Assunta vennero riedificati in tardo barocco e nel 1754 la popolazione demolì la piccola chiesa urbana di Santa Maria, risalente alla metà del XV secolo, per edificare la nuova grande chiesa parrocchiale della Natività, terminata nel 1762. Con Napoleone Bonaparte, nel 1797, tutti i feudi passarono alla Repubblica Ligure e successivamente all'Impero francese. Il castello Spinola è un edificio difensivo sito in via del Rivale a Campo Ligure, nella valle del torrente Stura. È difficile datare la reale edificazione del castello poiché la sua architettura e struttura presenta diverse fasi edilizie. Alcune parti di esso, quali il tessuto murario della struttura esagonale esterna, sembrerebbero risalire al periodo medievale, databile tra il XII e il XIII secolo, mentre la torre potrebbe essere un rifacimento molto più moderno di una precedente torre eretta nel Medioevo. Le diverse fasi costruttive sono dovute per lo più a causa delle frequenti lotte e battaglie culminanti per la maggior parte dei casi nella distruzione o assedi del castello, dovendo quindi ogni volta porre rimedio ai danneggiamenti. Come sistema passivo, venne edificata, in un primo tempo, un’alta torre su una collina ad est dell’abitato, che misura 5,85 metri di diametro, 28 metri di altezza, 1,70 metri di spessore del muro alla base. Non esistono documenti attestanti l’anno esatto di costruzione, il 936 tuttavia potrebbe essere datazione attendibile date la forma e la struttura della torre del castello che rispondono in pieno alle esigenze belliche del X secolo, periodo generalmente caratterizzato dalla difficoltà di condurre attacchi contro postazioni particolarmente fortificate, a causa della mancanza di macchine d’assedio. La muratura della torre è in ciottoli fluviali, pietre e mattoni disposti secondo una linea elicoidale. Grossi conci squadrati e bugnati si ritrovano, invece, negli spigoli esterni della cinta muraria esagonale, che racchiude la torre. Si può pensare che il fortilizio di Campo, in prima istanza, fosse stato pensato come quartier generale per piccole milizie locali. Il maschio centrale occupa lo spazio dove venne edificato il primo edificio a difesa del territorio: ha ingresso soprelevato, raggiungibile attraverso un passaggio mobile posto all’altezza del cammino di ronda della cinta esagonale o tramite scala detraibile in modo da rimanere completamente isolato. L’apertura attuale presenta un arco ribassato non medievale, ma in uso almeno dal XVI secolo. Non trascurabile la presenza sottostante di una cisterna, interrata per gran parte del suo volume, profonda 7,50 metri, in origine completamente isolata dall’esterno. In seguito all’evoluzione delle tecniche militari, il torrione fu circondato, probabilmente attorno al XII secolo, da mura che formavano un esagono irregolare di 10 metri circa. Il maniero subì notevoli danni fra il 1225 e il 1273 a causa delle forti tensioni fra il comune di Genova e i marchesi Del Bosco, arrivando ad un assedio genovese nel borgo e quindi del maniero campese. La famiglia Spinola, ottenuto il controllo del feudo, scelse il castello come alloggio temporaneo proprio per porre maggiore controllo - difesa del paese e soprattutto della valle circostante (Valle Stura) e delle sue vie di comunicazione. Nel 1310 il maniero venne ulteriormente fortificato, onde adeguarsi alle nuove arti belliche e alle nuove macchine d’assedio; il fortilizio venne circoscritto da un’imponente cinta merlata di forma pentagonale: la lunghezza dei lati è di metri 60, 35, 35, 25, 50, con torrioni ai tre vertici di diametro di sei metri e passaggi di ronda. La cinta esterna si estende maggiormente verso sud perché in questa direzione si sviluppa naturalmente il colle, ma anche perché questa rimaneva sempre la direzione di maggior labilità di fronte ad un attacco nemico. Deterioratisi i rapporti tra Campo e Genova divenne una necessità primaria rinforzare le strutture difensive del castello: la cinta esterna lasciava fuori da tre lati una parete rocciosa inaccessibile; a sud un piano facilmente controllabile terminava con un terrapieno inclinato capace di assorbire le eventuali palle di granito dei cannoni quattro-cinquecenteschi; il torrione centrale e quelli ai lati, più il restante corpo esagonale, erano coperti da un tetto in tegole di mattoni. Le torri - aperte verso l'interno - furono modificate nel XV secolo con l'aggiunta di una base a scarpa e dotandole di aperture per il fuoco, inoltre furono scavati diversi passaggi sotterranei e aerei in modi da collegare il castello al borgo di Campo. Il castello di Campo ebbe una sua utilità fino all’inizio del secolo XVII, dopodiché la lontananza dell’impero e la presenza di Genova in Feudo quale condomina rese del tutto marginale la fruizione dell’edificio. Il castello venne collegato al Palazzo Spinola in Paese attraverso due cavalcavia, uno che andava dal Palazzo marchionale alla casa detta tutt’oggi “la Galleria”; un secondo che dalla Galleria andava al castello. A partire da metà secolo XVIII, a seguito degli eventi rivoluzionari di quel periodo, il castello fu abbandonato dagli Spinola e lasciato per anni in completo abbandono. Ad oggi delle tre principali costruzioni soltanto quella più ad est (riadattata nel secolo XV per parare la nuova minaccia delle armi da fuoco) è maggiormente conservata, quella a sud è stata trasformata in seguito in abitazione privata, mentre della parte a nord (verso il torrente Langassino) non rimane più nulla a seguito del crollo per il cedimento delle fondazioni, erose dall’impeto della corrente sottostante. Intorno agli anni novanta l'intero complesso, divenuto nel frattempo proprietà del Comune di Campo Ligure, è stato sottoposto a lavori di restauro permettendone così l'agibilità. Tale azione di recupero, condotta sotto la direzione dell’architetto Bruno Repetto, è riuscita a riconferire al castello un aspetto finale dell’organismo che consente oggi una chiara lettura delle trasformazioni succedutesi nel tempo e dalle quali ha preso corpo un episodio di architettura militare di rilevante valore storico e monumentale. I lavori iniziati nel 1992 hanno riconferito agli spazi recuperati una fruibilità che, pur nella sua valenza contemporanea (spazi espositivi, spazi per riunioni, spazi di documentazione, spazi per concerti e rappresentazioni) risulta compatibile con le caratteristiche dimensionali, distributive e soprattutto in assonanza con le stesse peculiarità monumentali. Attorno al castello è stato ricostruito il parco, con l’intento di conseguire la massima fruibilità. Oggi alcuni ambienti sono adibiti a riunioni ed esposizioni ad es. per iniziativa della pubblica amministrazione e l’importante contributo del Commendatore Pietro Carlo Bosio, esperto collezionista, è sorto il Museo della filigrana, mentre nello spazio racchiuso dalla cinta pentagonale vengono eseguiti concerti e spettacoli all'aperto. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=jyzGapST6R8 (video di Città Metropolitana di Genova), http://www.prolococampoligure.it/index.php?option=com_content&view=article&id=24&Itemid=170&lang=it, https://castlesintheworld.wordpress.com/2014/05/22/castello-spinola-di-campo-ligure/

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Campo_Ligure, https://it.wikipedia.org/wiki/Campo_Ligure, http://www.comune.campo-ligure.ge.it/it/il-castello, https://www.icastelli.it/it/liguria/genova/campo-ligure/castello-spinola-di-campo-ligure

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da http://www.spinola.it/work/castello-spinola-di-campo-ligure/

venerdì 16 febbraio 2018

Il castello di venerdì 16 febbraio



VALMONTONE (RM) – Palazzo Doria-Pamphilj

Il palazzo Doria-Pamphilj e l’adiacente Collegiata dell’Assunta rappresentano oggi le uniche strutture superstiti dell’antico nucleo urbano della città di Valmontone, quasi del tutto rasa al suolo dai bombardamenti ed in seguito ricostruita con criteri che ne hanno completamente snaturato l’assetto originario. Gli sfollati che persero le loro abitazioni durante la guerra si insediarono nel palazzo e vi rimasero fino alla metà circa degli anni Settanta. Il palazzo appare ancora compromesso a causa di molteplici eventi che si sono susseguiti nel corso degli ultimi cinquant’anni e che hanno impedito a lungo qualsiasi intervento di recupero. I danneggiamenti bellici, le trasformazioni ad uso abitativo subite dagli ambienti durante il lungo soggiorno degli sfollati ed in ultimo l’incuria a cui fu abbandonato il palazzo dopo lo sgombero degli inquilini, sono in sintesi i maggiori responsabili del degrado subito dall’edificio. Si tratta del palazzo baronale: in origine fu un castello fortificato, almeno fino alla breve parentesi dei Barberini, che iniziarono a rinnovare e ampliare la fortezza nella prima metà del XVII secolo. Quando nel 1651 Camillo Pamphilj, nipote dell’allora pontefice Innocenzo X, acquistò da Francesco Barberini il feudo di Valmontone eleggendolo a propria residenza extraurbana, la sua era senz’altro la famiglia più potente della Roma di quegli anni. Egli volle creare una sorta di città ideale, la cosiddetta Città Panfilia, che comprendesse non solo il palazzo (di notevoli dimensioni), ma anche la vicina chiesa e altri edifici, come foresteria, armeria, stalle, granaio, carceri, piazza del mercato e botteghe. Camillo desiderava creare uno spazio alternativo ai grandi centri, in cui ritirarsi dalle tensioni cittadine e dove gli fosse consentito un contatto diretto con i suoi sudditi. L’esedra del cortile interno suggerisce infatti l’idea di un teatro in cui i rapporti umani e la vita del borgo si svolgono in una dimensione armonica. Per questa ragione richiamò a Valmontone una grande varietà di artisti. La fase costruttiva principale avvenne sotto la supervisione del padre gesuita Benedetto Molli e durò dal 1653 al 1658 circa, con modifiche più tarde, fino al XVIII secolo. Nel 1652 si diede avvio alla quasi totale demolizione dell’antico castello Sforza - già dei Conti di Valmontone - e successivamente iniziarono i lavori per il nuovo palazzo. A partire dal 1666, il cantiere fu affidato ad Antonio Del Grande (1607 ca. – 1679 ca.). L’impianto architettonico attuale, che in corso d’opera dovette subire delle variazioni rispetto al disegno originario voluto da Camillo, sembra corrispondere ad una soluzione di compromesso che sintetizza le caratteristiche tipologiche del palazzo nobiliare, del casino di campagna e della fortezza. Il volume chiuso e compatto dell’edificio, collocato nel punto più alto del borgo, fa pensare ad una posizione strategica funzionale all’avvistamento che la fabbrica pamphiliana dovette certamente ereditare dall’antico castello medievale. Il prospetto esterno presenta un massiccio basamento a bugnato con andamento a scarpa e quattro ordini di finestre inquadrate da cornici in tufo. Dove oggi sorge l'ala occidentale (quella rivolta su Piazza Umberto Pilozzi) esisteva una Chiesa medioevale; ne testimoniano la sua esistenza alcuni ritrovamenti, tra i quali una muratura a blocchetti di tufo visibile dal cortile interno del palazzo. Il massiccio e squadrato edificio (trenta metri d'altezza, sessanta di lunghezza, si presenta su quattro piani: il pian terreno, il piano nobile ed altri due piani di minore altezza, per una superficie totale di 7400 m² e un volume di 48000 m³), secondo il piano del principe, è diviso in 365 stanze, le più importanti delle quali si trovano al Piano Nobile, cioè il primo: qui si possono ancora ammirare, dopo lunghi restauri, alcuni importanti affreschi, tematicamente divisi: le quattro stanze degli Elementi (Fuoco, Aria, Acqua e Terra), i quattro camerini dedicati ai Continenti (le Americhe, Europa, Asia e Africa), la stupenda Sala del Principe, con le pareti decorate a Trompe-l'œil, e due cappelle private, dette "del Padreterno" e "di Sant'Agnese", patrona dei Pamphilj. Gli affreschi sono stati realizzati tutti tra il 1657 e il 1661 da artisti quali Pier Francesco Mola, Gaspard Dughet, Guillaume Courtois detto il Borgognone, Francesco Cozza e Mattia Preti. Il Salone del Principe è l’ultimo gioiello del Palazzo ad essere stato recuperato e restituito alla fruibilità. Traendo ispirazione dalle pitture realizzate solo l’anno prima nel palazzo del Quirinale, Gaspard Dughet vi ha realizzato un sistema di architetture delineando, lungo le pareti, un colonnato sormontato da una trabeazione oltre il quale si possono scorgere estesi brani paesistici quasi ritratti “dal vero”, sia pur attraverso il filtro di una visione della natura e di una luce idealizzanti. Completa la decorazione dell’ambiente il sistema architettonico della volta. Qui lungo il perimetro dell’imposta corre una sorta di terrazza, delimitata da balaustrate e ringhiere, dalla quale si affacciano gruppi di giovani dame – una delle quali identificata nella figlia del principe Camillo, Flaminia Pamphilj - accompagnate da un cavaliere dal capello piumato. Alle loro spalle un cielo luminoso, appena oscurato da fronde di alberi e sulla sommità della volta nel riquadro centrale lo stemma partito di Camillo Pamphilj e della moglie Olimpia Aldobrandini. Il “salotto dipinto”, così indicato begli antichi inventari della famiglia Pamphilj, fu dipinto da Dughet in tempi assai brevi tra l’estate e l’autunno dell’anno 1658, 1659, con la collaborazione dell’amico Guillaume Courtois, al quale si devono, come ben precisato dagli studi e da disegni preparatori, anche i ritratti delle “belle” di famiglia. Il Museo di Palazzo Doria Pamphilj è stato inaugurato nel 2003 grazie ad un accordo stipulato con il Comune di Valmontone, la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio e la società Treno Alta Velocità. I lavori per la costruzione di nuove infrastrutture ferroviarie avevano infatti messo in luce una serie di siti archeologici di notevole importanza. I reperti in essi rinvenuti e i dati raccolti sul campo, risalenti ad un arco cronologico compreso tra l'età arcaica e quella tardo-imperiale, costituiscono il primo nucleo del MAV. Il piano terra del museo (ingresso, libreria, tre sale espositive e una sala conferenze) trova posto una sezione introduttiva al territorio e alla viabilità antica e contemporanea ospita una sezione introduttiva al territorio e spazi adeguati ad accogliere oggetti di vecchia e nuova acquisizione, mostre temporanee, eventi culturali ed iniziative civiche. Il primo livello è dedicato all'illustrazione del territorio con importante suddivisione ed accenni alla Valle Latina e Valle di S. Ilario. Il secondo livello (quattro sale espositive) è invece dedicato alla presentazione analitica dei siti archeologici rinvenuti e all'illustrazione di temi generali ad essi connessi: il villaggio di carbonai di Colle Carbone, l'insediamento produttivo e la necropoli di Colle dei Lepri la mansio, le terme e la fornace di Colle Pelliccione. Nella Quarta sala detta “archeologia ad alta velocità” troviamo un plastico illustrativo del territorio attraversato dalla linea e comprendente i comuni di Valmontone, Artena, Labico e Colleferro. La prima sala del piano superiore è dedicata a Colle Carbone, colle valmontonese denominato dal villaggio dei carbonai documentato dai ritrovamenti risalente attorno ai secoli IV e II a.C. La sala successiva dedicata al sito di Colle dei Lepri dove sono state studiate numerose stratificazioni murarie che hanno rivelato una continuità d'uso che va dal IV secolo a.C. al IV d.C. Tra i corredi funerari rinvenuti nelle sei sepolture, significativo è il così detto “pettorale della fanciulla di Valmontone”, ornamento in cuoio traforato decorato con lamine di rame dorato e lamine d'oro. E’ il reperto più importante e anche il simbolo del museo. La terza sala illustra il sito di Colle Pelliccione, punto in cui, secondo le cartografie antiche, si incontravano la via Latina e la via Labicana; archeologicamente si delineano due principali fasi costruttive che lo descrivono come luogo di sosta e ristoro dotato di terme. L'ultima sala è completamente dedicata alla manifattura di laterizi prodotti dalla fornace rinvenuta nel 1996 a Colle Pelliccione e collocabile tra il I secolo a.C. e il II d.C. Nell'aprile 2011 è stato rinvenuto un massiccio sarcofago in tufo, non lontano dal campo di volo di Valmontone: datato approssimativamente al III secolo d.C. nel manufatto sono stati rinvenuti i resti del defunto. Al momento il sarcofago è visibile in una delle sale del museo, in attesa dei lavori di restauro conservativo. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=b_tZHaLxjgo (video di LeCollineRomane), http://beni-culturali.provincia.roma.it/content/museo-di-palazzo-doria-pamphilj, http://www.italiavirtualtour.it/dettaglio_member.php?id=96404 (per visitare il palazzo virtualmente), https://www.youtube.com/watch?v=CoOx_dxHjbw (video di Museumgrandtour).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Palazzo_Doria-Pamphilj_(Valmontone), http://www.comune.valmontone.rm.it/pagina1908_palazzo-doria-pamphilj-museo.html (da visitare per approfondimenti), http://www.prolocovalmontone.it/it/palazzo-doria-pamphilj

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da http://www.cronachecittadine.it/valmontone-con-laboratori-per-le-scuole-centinaia-di-bambini-palazzo-doria-pamphilj/

giovedì 15 febbraio 2018

Il castello di giovedì 15 febbraio



PATU' (LE) - Torre del Fortino

Il territorio di Patù è stato abitato sin dall'antichità; ha ospitato l'importante città messapica di Vereto distrutta dai Saraceni nel IX secolo d.C. con lo scopo di guadagnare un punto di riferimento nel Capo di Leuca e invadere così l'intera penisola salentina. L'invasione saracena venne tuttavia sventata dall'imponente esercito mandato dal re di Francia Carlo il Calvo durante la battaglia del 24 giugno 877. Dalle rovine del centro messapico ebbe origine l'agglomerato urbano di Patù fondato, secondo la tradizione, nel 924 da alcuni superstiti veretini che si spostarono più a valle. A ricordo della vittoria sui Saraceni venne edificata la chiesa di San Giovanni Battista, la cui memoria liturgica ricorre proprio il 24 giugno. Durante il periodo feudale si avvicendarono varie famiglie: nel 1318 erano feudatari i Sambiasi; ad essi succedettero i Capece e i De Electis. Contemporaneamente appartenne alla Curia Vescovile di Alessano e al principe d'Aragona di Cassano, passò poi ai Guarino ed infine ai Granafei. Da Piazza Indipendenza percorrendo un piccolo tratto di Via Giuseppe Romano si arriva ad incrociare, sulla sinistra, via Silvio Pellico dove, superata la prima curva, si incontra sulla destra l'ultimo dei quattro torrioni angolari che, uniti da cortine, costituivano le mura del Castello. La fortificazione è della prima metà del '400. Le mura erano circondate da un fossato in parte interrato, in parte convertito in giardino. Il Castello, andato totalmente distrutto, fu spesso rifugio per la popolazione durante le incursioni piratesche. Verso la fine del 2017 sono partiti i lavori di manutenzione straordinaria e restauro conservativo della Torre del Fortino, unica testimonianza ancora visibile del castello. Nel mese di luglio il progetto aveva ottenuto un finanziamento di 500mila euro da parte dei ministeri dei Beni culturali e delle Infrastrutture: i fondi serviranno per intervenire su due aree – entrambe situate lungo via Silvio Pellico – dove si trovano la torre e ciò che resta di un tratto delle mura. La prima fase dei lavori ha visto gli archeologi della ditta Arvarcheologia impegnati – sotto la supervisione della Soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio di Brindisi, Lecce e Taranto – nelle operazioni di scavo a ridosso del tratto di mura superstiti. L’obiettivo è individuare eventuali altre tracce del fortino, a cominciare dal fossato – in parte interrato e in parte convertito in giardino – che secondo alcuni storici circondava le mura dell’antico castello, dominate da quattro torrioni angolari. Si spera inoltre di ritrovare resti di un arco decorato di epoca romana che componeva il portale d’ingresso. Il sindaco Gabriele Abaterusso sottolinea che l’intervento rientra in un più ampio progetto di valorizzazione dei beni culturali, per restituirli alla fruizione pubblica e realizzare così dei percorsi di visita che amplino e diversifichino l’attuale offerta turistica. Altri link suggeriti: http://www.comune.patu.gov.it/item/scavi-archeologici-alla-torre-del-fortino (con foto antiche),

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Pat%C3%B9, https://www.mondimedievali.net/Castelli/Puglia/lecce/provincia002.htm, http://www.piazzasalento.it/patu-partono-lavori-restauro-della-torre-del-400-85404

Foto: la prima è presa da https://www.borghimagazine.it/public/03_04_17-01_45_31-Rd62214667361104b3ca02b00708d17e.jpg, la seconda è presa da http://www.comune.patu.gov.it/images/notizie/Notizie/Patu_Torre_Est_del_Fortino.jpg