sabato 3 dicembre 2016

Il castello di sabato 3 dicembre






PIEDIMONTE MATESE (CE) – Castello Ducale

Appare citata soltanto nel 1168 come possesso di Novellone di Bussono. Federico II la concesse in feudo a Landolfo d’Aquino, che nel 1229 vi resistette vittoriosamente all'assedio del cardinale Pelagio, comandante delle truppe pontificie. Passata ai Della Leonessa nel XIV secolo, nel 1383 fu ceduta definitivamente ai Gaetani d’Aragona. Nel Quattrocento, il piccolo borgo di Piedimonte crebbe e vi vennero fondate nuove chiese. Assediata e conquistata dal cardinale Vitelleschi per conto del papa Eugenio IV nel 1437, fu nuovamente assediata dalle truppe del re di Napoli durante la congiura dei baroni e nel 1504 fu invasa e saccheggiata dagli spagnoli. In seguito prese a svilupparsi rapidamente come centro commerciale e manifatturiero (tessuti di lana e cotone). Fu così eretta a principato nel 1715, confermata in feudo ai Gaetani d'Aragona e nel 1730 ottenne il titolo di città dall'imperatore Carlo VI. Assediata e saccheggiata nuovamente dai francesi nel 1799, nel 1860 subì persecuzioni da parte dei Borboni, tornati in città dopo la proclamazione della caduta del Regno di Napoli. Il palazzo ducale dei Gaetani d’Aragona, rifatto agli inizi del secolo XVIII, conserva della precedente costruzione alcune finestre ogivali, un portale del Seicento, uno del secolo XV in stile durazzesco e stucchi e dipinti del secolo XVII. La storica dimora, che affaccia sul campanile della chiesa di San Tommaso d'Aquino (detta anche di San Domenico) e su quella del San Salvatore, è un immobile di indiscusso valore architettonico. All'interno, il Cortile delle Aquile, con la bella fontana in travertino, divide diagonalmente i due rami del palazzo, di proprietà, appunto della Provincia e di un ramo della famiglia Gaetani. Sul cortile si apre il porticato cinquecentesco, dal quale si accede agli appartamenti ancora visitabili e solo in rare occasioni aperti al pubblico per concerti o eventi d'arte. L’edificio sorse dove prima insisteva un antico nucleo fortilizio del 1000, uno dei primi e dei più importanti, in un luogo strategico e panoramico. Una strada in salita conduce alla piazzetta in pietra dove si apre il portale in stile durazzesco. La via che ci conduce all'interno percorre delle scalette, ricavate da un vecchio passaggio del castello. Salendo, si possono vedere i resti dell'antico teatro di corte, ricoperto negli anni cinquanta. Il palazzo conserva fiero le sue rughe che lo rendono suggestivo e autentico. Lo spazio interno è suddiviso in vari ambienti, ognuno caratterizzato da elementi originali. Particolare il soffitto a cassettoni della sala pompeiana, decorati con allegri girasoli. Per chi ama i grisailes, c'è poi la sala grigia, dove figure femminili in rilievo movimentano le pareti. Nella sala degli amorini allegri festoni si alternano a puttini, mentre più in alto fanno sorridere le smorfie dei grotteschi volti in stile Vasari. Il camino conserva tuttora l'antico bracere intorno al quale è facile immaginare donne antiche, la sera, riscaldarsi tra chiacchiere e ricami. In questa stanza si apre un piccolo spazio arredato da un armadio del 700 il cui interno riserva una sorpresa, un piccolo altare. Un recente studio iconografico ad opera di Anna Barbiero ha permesso di individuare gli artisti che hanno lavorato alle decorazioni del palazzo nelle diverse epoche, quali Franceso Solimena, che replicò per donna Aurora Sanseverino “L’Aurora” dipinta per l’elettore di Magonza, Nicola Maria Rossi che lavorò a Vienna e per il conte Harrach, Bernardo De Dominici che fu nominato pittore di corte. Il cortile interno, calmo e raccolto, è decorato da una fontana centrale e circondato da arcate. Pochi mesi fa è nato un Comitato civico per iniziare una serie di azioni concrete volte al recupero del Palazzo Ducale Gaetani d’Aragona di Piedimonte Matese. L’iniziativa è nata dal crescente bisogno, da parte dei cittadini piedimontesi, di riappropriarsi di un luogo lasciato da troppo tempo in uno stato di completo e vergognoso abbandono. E così, nel mese di febbraio 2016, è partita la prima petizione popolare per chiedere alla Provincia di Caserta, proprietaria da 15 anni del cosiddetto “piano nobile” della dimora, circa la mancata spesa di 2.500.000 euro in favore del restauro conservativo e della messa in sicurezza del Palazzo. Infatti, dopo il terremoto del 2013, fu siglato un protocollo d’intesa fra Regione Campania e Provincia di Caserta, e quest’ultima avrebbe dovuto avviare la gara d’appalto per i lavori e rendicontare le spese entro il 31 dicembre 2015. Ma ciò non è avvenuto e molto probabilmente quei soldi sono andati persi. Per questo motivo, il Comitato ha inviato diverse richieste di chiarimenti all’Ente, ma ad oggi non si è ricevuta alcuna risposta. Nel frattempo, la delegazione cittadina si è data da fare e ha colto l’occasione di sensibilizzare maggiormente l’opinione pubblica, aderendo alla campagna promossa dal FAI “I luoghi del cuore”. In questo modo, tutti hanno potuto dare il proprio contributo votando Palazzo Ducale, fino allo scorso novembre, direttamente sul sito FAI o firmando i moduli cartacei. Per approfondimenti suggerisco questi due link: http://asmvpiedimonte.altervista.org/Palazzo_ducale_Piedimonte/Palazzo_ducale_indice_studi.htm e http://www.rterradilavoro.altervista.org/articoli/08-04.pdf. In questo video di Umberto Cimorelli si possono apprendere molte informazioni sul Palazzo: https://www.youtube.com/watch?v=1VBKEGdmTeM

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Piedimonte_Matese, http://iluoghidelcuore.it/luoghi/14779, http://www.bancacapasso.it/la-nostra-terra/i-paesi/piedimonte-matese/il-palazzo-ducale/, testo di Annabella Ciardiello su http://www.clarusonline.it/2016/07/05/piedimonte-matese-palazzo-ducale-tra-i-luoghi-del-cuore-del-fai-ce-tempo-fino-a-novembre-per-votare/,

Foto: la prima è di Michele Menditto su http://www.bancacapasso.it/la-nostra-terra/i-paesi/piedimonte-matese/il-palazzo-ducale/, la seconda è presa da https://altocasertano.wordpress.com/2010/04/21/piedimonte-matesece-il-palazzo-ducale-abbandonato-al-degrado-e-senza-futuro/


venerdì 2 dicembre 2016

Il castello di venerdì 2 dicembre






FRAMURA (SP) - Torre genovese in frazione Anzo

Anzo, forse l’Antion dello pseudo-Scillace, ideale confine tra la Liguria e l’area di influenza Etrusca, mantiene ancora oggi intatti i caratteri di una piccola, intima località di villeggiatura genovese degli inizi del secolo. Gli interventi di ristrutturazione che hanno comportato essenzialmente l’accorpamento di schiere, non hanno alterato la leggibilità di substrati più antichi, dai relitti di una trifora inglobata in una facciata in pietra palombina, recentemente recuperata, alle tempere su due edifici prospicienti, che raffigurano due anziani innamorati che ancora si inviano messaggi dietro le gelosie. I gioielli ben conosciuti, di Anzo, sono la torre di guardia genovese (sec. XV) e la cappella di S. Maria della Neve oggi chiesa di Nostra Signora della Neve, piacevolmente decorata secondo il gusto neogotico dell’epoca. Situata proprio all’imbocco del borgo, la torre quadrata fu costruita in funzione anti-saracena, a vedetta sul mare, alta una quindicina di metri e costruita su una roccia di calce rossa. L'ingresso della torre, cosa consueta e già notata, avviene attraverso una porta posta molto in alto a cui si accedeva a mezzo di una scala retraibile: espediente semplice ma valido in caso di assedio da parte di maleintenzionati che, in quei tempi e da queste parti, dovevano abbondare.

Fonti: http://www.framuraturismo.it/it/i-nostri-borghi/anzo/, http://www.comune.framura.sp.it/c011014/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idtesto/20003, http://www.wikispedia.it/mediawiki/index.php?title=FRAMURA

Foto: la prima è di topuso su http://www.wikispedia.it/mediawiki/index.php?title=File:FRAMURA_torre_di_vedetta.jpg, la seconda è presa da http://www.amalaspezia.eu/fotografie/IMGP1321.jpg

giovedì 1 dicembre 2016

Il castello di giovedì 1 dicembre






FRINCO (AT) - Castello

Il nome di Frinco ha origini germaniche (anticamente Freengo, Frengo o Fringo) e l'abitato nacque probabilmente nel IX secolo dopo l'invasione dei Franchi, anche se il borgo si consolidò nel 1100-1200. Il primo documento scritto che testimonia l'esistenza del paese risale al 18 aprile 1117, in cui, in una sorta di testamento, i coniugi Gerberga e Bongiovanni lasciarono all'episcopato di Asti alla loro morte le loro proprietà in Frinco. Nella chiesa parrocchiale Santa Maria di Frinco fu stilato un atto il 19 aprile 1227 fra il Comune di Asti, da cui Frinco dipendeva, ed il Marchese Bonifacio del Monferrato con argomento la guerra contro gli Alessandrini. Il castello viene invece citato per la prima volta in un documento del 10 agosto 1288, in un atto che sanciva i confini fra Calliano e Guadarabbio (abitato che sorgeva presso Castell'Alfero). Le origini della Signoria di Frinco non sono databili, ma presumibilmente risalgono all'inizio del XIII secolo; attorno al 1250 Frinco fu concesso alla potente famiglia di bancari dei Pelletta, già possessori di Cortanze, Cortazzone, Corsione e Soglio. Dall'inizio del XIV secolo gli stessi Pelletta cedettero gradualmente alla famiglia Turco, anch'essa con attività di banchieri, il controllo sul territorio frinchese, sino al 26 aprile 1342, data in cui Asti riconobbe la Signoria di Antonio e Turchetto Turco. Nel periodo delle lotte fra gli schieramenti opposti di Guelfi e Ghibellini, i Turco si schierarono con quest'ultimi. I ghibellini astigiani si riunirono in una coalizione denominata "de Castello" che comprendeva anche le famiglie nobili Guttuari ed Isnardi. Le lotte con i Guelfi per la supremazia sia sul territorio che sui commerci si protrassero per alcuni anni, sinché i de Castello, alleatisi coi marchesi del Monferrato e di Saluzzo, riuscirono a sconfiggere nel 1303 gli oppositori capeggiati dalla famiglia Solaro ed assunsero il comando della città di Asti. Ma i Guelfi si allearono a loro volta con Chieresi, Albesi e con Guglielmo di Mombello e nel 1304 riuscirono a cacciare dalla città i Ghibellini che si rifugiarono nei castelli delle proprie Signorie o degli alleati. Guglielmo di Mombello, nominato podestà di Asti il 1° gennaio 1305, continuò la caccia ai Ghibellini in provincia: tentò la presa anche del castello di Frinco, ma questo si dimostrò imprendibile ed attrezzato per lunghe resistenze al nemico; per rappresaglia furono distrutti il villaggio e le campagne circostanti. Stessa sorte si ebbe nel 1307 con il podestà di Asti, Bergadano, che nuovamente mise a ferro e fuoco il territorio frinchese; la cosa si ripetè anche nel 1308. Il 22 aprile 1311, nel castello di Frinco, Guglielmo Turco e gli altri Ghibellini si sottomisero a Guglielmo di Mombello, emissario di Filippo d'Acaja. Nel 1312 Guglielmo Isnardi, rappresentante dei de Castello, ottenne l'intervento delle forze imperiali del marchese Francesco di Cravesana dall'imperatore Enrico VII, per la cacciata dei Solaro da Asti. Proprio dal castello di Frinco le truppe ghibelline partirono per unirsi a quelle imperiali per tentare di conquistare Asti. Nel frattempo i Guelfi ottennero la protezione di Roberto d'Angiò e successivamente anche il ripensamento dell'imperatore Enrico VII. Nell'aprile 1312 i Ghibellini astigiani furono definitivamente sbaragliati e il 4 marzo 1314 Roberto d'Angiò divenne Signore di Asti, ponendo fine alla rebubblica astese. Nel 1355 Frinco venne assegnato al marchese del Monferrato Giovanni dall'imperatore Carlo IV e poi successivamente ceduto da Teodoro, marchese del Monferrato a Gian Galeazzo Visconti. Il 27 gennaio 1387, nel contratto di matrimonio fra Luigi d'Orleans e Valentina Visconti la dote di quest'ultima comprendeva anche Asti e 106 feudi, fra cui quello di Frinco. Sotto il dominio degli Orleans l'astigiano, reduce da un secolo di guerre, conobbe un periodo di ripresa. Purtroppo però i francesi vennero poi impegnati nella guerra contro l'Inghilterra e dovettero trascurare i propri possedimenti astigiani. Giovanni Turco, figlio naturale di Antonio, fondò in questo nuovo periodo oscuro, una compagnia di ventura che imperversava nei territori astigiani. Successivamente passò alle dipendenze di Gian Giacomo marchese del Monferrato in qualità di Capitano Generale delle sue truppe. Fu però catturato, processato ed impiccato il 19 dicembre 1430 a Moncalvo. Il figlio legittimo di Antonio Turco e fratellastro di Giovanni, Gabriello signore di Frinco fu ucciso nel 1431 dagli uomini del marchese del Monferrato che tentarono senza riuscirvi la conquista del castello frinchese. Nel 1438 l'imperatore Alberto II dichiarò Frinco feudo imperiale, praticamente obbligando i vassalli a prenderne investitura direttamente da egli stesso, questo per ovviare a controversie fra i Visconti e i Monferrini. Il 1° agosto 1442 Andreotta Turco, figlia di Antonio, vendette la parte a lei spettante di Frinco e un palazzo ad Asti ai fratelli Mazzetti Giovanni, Nicoletto e Domenico ed ai loro nipoti, figli del defunto quarto fratello Paolo, Andrea, Antonietto e Catalano. Nel 1469 vennero investiti della parte del feudo di loro proprietà dall'imperatore Federico III i fratelli Paolo, Gaspare, Giorgio e Sebastiano Mazzetti. Nel 1470 Andrea Turco vendette la propria parte di feudo ad Antonio Romagnano, il quale la cedette a breve ai Mazzetti; con questo atto si chiuse la dinastia dei Turco che perse sempre più prestigio sino a scomparire dalla nobiltà. Il 4 maggio 1487 l'imperatore decretò la concessione alla famiglia Mazzetti di coniare le proprie monete, con lo stemma araldico delle tre mazze, in Frinco. Questa attività portò molti introiti dovuti alle tante falsificazioni di monete altrui, operate soprattutto intorno al 1600. Il 4 agosto 1488 i Mazzetti ottennero l'investitura totale di Frinco dall'imperatore Federico III. Iniziò così il possesso del territorio di Frinco da parte di questa Famiglia di origine bolognese, proprietà che si protrasse sino al 1829. Il 26 aprile 1611 l'imperatore Rodolfo II d'Asburgo confiscò a causa della attività illegale di falsari ai fratelli Giulio Cesare ed Ercole Mazzetti il feudo, assegnandolo al proprio consigliere Ernesto Molart, barone di Reineck e Drosensorf. Il 14 gennaio 1614 questi lo vendette al duca di Savoia Carlo Emanuele, che a sua volta lo cedette nuovamente ai Mazzetti, ma questa volta privato del diritto di conio. Nel 1630 il castello fu parzialmente distrutto da mine di una colonna francese che prendeva parte alla guerra per la successione di Mantova, fra i Savoia ed i Gonzaga. I francesi, alleati di quest'ultimi, fecero crollare l'ala nord del maniero in cui si era asseragliato Francesco Maria Mazzetti, di fede sabauda. Il 1° maggio 1640 Frinco venne saccheggiato dalle truppe francesi del marchese di Harcourt, intervenuto in Italia per ordine di Luigi XIII nella disputa per la successione di casa Savoia. Nel 1680 i Mazzetti ottennero il titolo di Conti, ma poi Giulio Cesare Secondo Mazzetti ricevette nell'ottobre del 1733 il titolo di Marchese. Il 30 luglio 1797 il marchese Secondo Maria Mazzetti, comandante di un reggimento di Carlo Emanuele IV, partì con le truppe da Frinco per marciare su Asti, che si era appena proclamata Repubblica, sopprimendo la rivolta. Nel 1829 estintesi con Paolo la dinastia dei Mazzetti, Frinco fu acquisito dai marchesi Camerana, i fratelli Giulio e Eugenio dei Roero di Settime. Frinco in quel momento non era più feudo o signoria, vista l'abolizione di ogni privilegio nobiliare in seguito alla rivoluzione francese, ma solo proprietà privata. Gli Incisa di Camerana nella persona del marchese Vittorio, vendettero i propri possedimenti frinchesi il 30 maggio 1893 alla congregazione degli Oblati di San Giuseppe di Asti e il castello divenne la sede estiva per gli studenti del Ginnasio e del Liceo e per i propri novizi. Nel 1935 il comune di Frinco è entrato a far parte della provincia di Asti. Negli anni '60 il castello è stato acquistato dall'azienda Morlini che vi ha impiantato un allevamento di pollame; alcuni anni dopo però la ditta agricola è fallita, il castello è stato sequestrato e posto all'asta dal tribunale giudiziario. Nel 1992 il castello è stato acquistato dalla famiglia Pica Alfieri che tuttora ne detiene il possesso. Nel corso del 2008 il castello è stato venduto alla immobiliare Daupher srl, che è stata dichiarata fallita il 28/6/2012. Poi il 5 febbraio 2014 il crollo di una porzione significativa del maniero che è precipitata sull’abitato, lambendo le case, travolgendo la piazza della chiesa e la strada comunale. Ora la situazione è davvero grave, per la difficoltà di fermare il processo franoso e per la cronica carenza di fondi per la cura e manutenzione del patrimonio artistico. La stabilità dell’intero edificio è oramai  a rischio, con la possibilità, che l’edificio frani davvero sul paese sottostante. In posizione dominante, l’imponente mole del castello ha conservato l’originale carattere di struttura difensiva, che per secoli ha controllato il transito nella valle sottostante. Per raggiungerlo bisogna passare davanti al Municipio e poi dirigersi verso il maniero percorrendo una stretta stradina a senso unico. Superata la Casa Canonica si giunge davanti alla Chiesa Parrocchiale Natività della Beata Vergine Maria, in una piazzetta in cui c’è la rampa d’accesso al castello. La strada di accesso si inerpica a tornanti tra le case del paese sino alla base della fabbrica, dove le arcate del versante meridionale, avvolgendo il terrapieno della sommità collinare, fungono da bastionatura. Dalla piazzetta, superata la prima barriera attraverso un portale sormontato da una torretta, si giunge in salita ai piedi della grande torre circolare, la quale con il collegato corpo dell’edificio a tre piani costituisce la parte più antica del castello. La torre, posta all’angolo ovest del maniero, presenta il coronamento seghettato e a denti di lupo; si può notare la sua merlatura ghibellina sormontata dal tetto; il suo interno ha il soffitto a cupola. Da qui, con un tornante a destra, ci si dirige poi all’ingresso al castello che era difeso da una sorta di portico fortificato munito di robusta grata, sormontato da archi policromi. Dopo il portico ed un selciato di mattoni, si accede all’atrio del castello da cui si può salire ai piani superiori tramite una scala oppure accedere al cortile, costruito su due diverse altezze separate da una balconata. Dal cortile inferiore si accede ai locali adibiti un tempo a magazzini sotterranei ed a cucine. Salendo dall’atrio la scala, sulla sinistra si vede la traccia di un arco medievale appartenente alla struttura più antica del castello, poi si giunge al primo piano. Di qui per un corridoio che attraversa tutto l’edificio girando attorno al cortile centrale, si giunge ad un salone decorato a stucchi e con lesene a capitello corinzio, probabilmente del XVII secolo. Dal corridoio si può accedere ad una serie di vaste sale; una di queste aveva la funzione di cappella durante il recente possesso dei Padri Giuseppini. Sul lato di levante un loggiato, il quale unisce i corpi di fabbrica sud e nord separati dal cortile, offre una splendida vista sul panorama delle colline e della Valle Versa. I vani, peraltro numerosi in ogni piano, non conservano purtroppo che scarse decorazioni. Alcune strutture sotterranee, formate da scantinati e gallerie di collegamento ed in particolare un pozzo irto di lance acuminate in cui venivano fatti precipitare ospiti indesiderati tramite una botola celata nel pavimento di una stanza, richiamano alla memoria antiche leggende e storie medievali. La chiesa parrocchiale, neogotica, fu collegata al lato orientale del maniero per permettere l’accesso diretto ai Signori di Frinco.

Fonti: http://www.comune.frinco.at.it/Cennistorici.php, http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/02/23/cera-una-volta-il-castello-di-frinco-un-altro-pezzo-ditalia-che-se-ne-va/891471/, http://www.astigiando.it/place/castello-di-frinco/

Foto: la prima è presa da http://www.osservatoriodelpaesaggio.org/AZIONI%20svolte/2014/Convegno%20Castello%20di%20Frinco%20(Asti%2028%2003%2014)/images/Castello%20di%20Frinco.jpg, la seconda è presa da https://elenafalletti.wordpress.com/2014/02/06/e-crollato-il-castello-di-frinco/


mercoledì 30 novembre 2016

Il castello di mercoledì 30 novembre






SORAGNA (PR) - Rocca Meli Lupi

Il primo castello edificato a difesa del territorio di Soragna fu innalzato nel 985 dal marchese Adalberto Pallavicino, che nel 996 lo fece ampliare destinandolo al figlio Oberto; i suoi discendenti nel 1077 furono investiti ufficialmente del feudo da parte del futuro imperatore del Sacro Romano Impero Enrico IV di Franconia. Nel 1186 la fortezza subì un attacco congiunto da parte dei guelfi parmigiani e cremonesi, che, durante gli scontri contro piacentini e borghigiani, distrussero il maniero; i diritti sulla signoria furono tuttavia confermati ai Pallavicino, quando nel 1189 il marchese Oberto ne fu insignito dall'imperatore Federico Barbarossa. Nel 1198 un matrimonio consentì alla famiglia Lupi di entrare in possesso del feudo e di avviare i lavori di ricostruzione del castello, che fu innalzato forse sulla riva opposta del torrente Stirone; Ugo, Sopramonte, Rolando e Guido Lupi ereditarono i beni paterni nel 1237, ma nel 1249 rientrarono a Soragna i Pallavicino, con il marchese Oberto II, che ne fu investito dall'imperatore Federico II di Svevia. Nel 1266 il castello dei Pallavicino fu conquistato dai parmigiani; nel 1305 Giberto III da Correggio, signore di Parma, dovette cedere nuovamente il maniero in seguito all'assalto da parte delle truppe estensi guidate da Bonifacio ed Orlandino Lupi, alleate dei Rossi e degli Scorza; nel 1345 Filippino Gonzaga e Luchino Visconti espugnarono e distrussero la fortezza occupando il feudo di Soragna, nel 1347 elevato a marchesato ed assegnato a Ugolotto Lupi da parte dell'imperatore Carlo IV di Lussemburgo. Nel 1385 il duca di Milano Gian Galeazzo Visconti concesse a Bonifacio ed Antonio Lupi il diritto di ricostruire il castello, i cui lavori terminarono intorno al 1392. Nel 1395, tuttavia, Niccolò Pallavicino fu insignito del feudo di Soragna da parte dell'imperatore Venceslao di Lussemburgo, senza riuscire ad entrarne in possesso; nel 1427 tentò invano di rivendicarne la proprietà anche il marchese Rolando il Magnifico. Nel 1500 il marchese Diofebo Lupi si schierò con Ludovico il Moro contro il re di Francia Luigi XII per il possesso del ducato di Milano; nel 1513 designò come erede il nipote Giampaolo I Meli, figlio di sua sorella; di ciò approfittò il papa Leone X, che fece occupare il castello ed il feudo per nominarne vicario il fratello Giuliano de' Medici; solo tre anni dopo Camillo Trivulzio conquistò la rocca in nome del re Francesco I di Francia, che restituì ai Meli nel 1518 solo in seguito al pagamento di una grossa somma di denaro. Già nel 1521 i marchesi furono costretti a lasciare nuovamente il castello, in seguito all'assalto da parte di Bonifacio Aldighieri, che ne fu ufficialmente investito dall'imperatore Carlo V d'Asburgo; tuttavia, nel 1522 la rocca fu attaccata e riconquistata dal marchese Giampaolo, che nel 1530 aggiunse al proprio anche il cognome materno, dando origine alla dinastia dei Meli Lupi. Nel 1551 il castello, all'epoca caratterizzato dai forti connotati difensivi, fu assaltato durante la guerra di Parma, ma resistette agli attacchi; fu in seguito ulteriormente rinforzato, ma non subì più aggressioni rilevanti. Per questo nel XVI e soprattutto nel XVII secolo fu trasformato in elegante dimora nobiliare barocca. Nel 1709 l'imperatore Giuseppe I d'Asburgo elevò il marchesato a principato del Sacro Romano Impero, con facoltà di battere moneta; i Meli Lupi arricchirono ulteriormente il castello, incaricando dei lavori gli architetti Angelo Rasori nel XVIII secolo e Antonio Tomba nel XIX. Nel 1805 il principato di Soragna fu soppresso in seguito agli editti napoleonici, ma i Meli Lupi mantennero la proprietà della rocca, il cui ampio parco retrostante fu trasformato nel 1833 in giardino all'inglese, su progetto dell'architetto Luigi Voghera. Il castello si sviluppa simmetricamente su una pianta pressoché quadrata, attorno ad un cortile centrale; in corrispondenza dei quattro spigoli sono collocate altrettante torri quadrangolari, mentre al centro della facciata principale si erge una quinta torre d'ingresso più stretta; sui tre lati anteriori si allarga un profondo fossato asciutto. Sul retro si estende dalla torre nord-occidentale una lunga struttura, che collega la rocca con la Cappella di Santa Croce, proseguendo ulteriormente verso ovest per concludersi col Fortino neogotico, che innalza sui margini di un laghetto romantico. La facciata principale, interamente rivestita in laterizio come il resto della struttura, è accessibile attraversando un ponticello in muratura, innalzato nel XVII secolo in sostituzione dell'antico ponte levatoio; ai lati sono collocati due alti piedistalli in mattoni a sostegno di altrettanti grandi leoni in pietra. Il prospetto è suddiviso dall'aggetto delle tre torri in cinque corpi di ugual altezza, che si elevano su tre piani, scanditi da sottili fasce marcapiano, oltre il seminterrato; il livello inferiore, caratterizzato dall'andamento a scarpa della muratura, si apre direttamente sul fossato. Nel torrione centrale, innalzato nel XVII secolo nel corso della trasformazione della rocca in palazzo nobiliare, l'ampio ingresso ad arco a tutto sesto è sovrastato al primo livello da un piccolo balcone incassato, al di sopra del quale campeggia, al centro di un secondo arco, un grande stemma dei principi Meli Lupi. A coronamento della torre d'ingresso si eleva un ampio timpano triangolare, dai tratti classici. I prospetti laterali, anch'essi caratterizzati dalla presenza delle torri angolari in aggetto, mantengono pressoché inalterati i tratti della facciata principale; si distingue tuttavia la fronte occidentale per la presenza di un loggiato all'ultimo livello. L'androne d'accesso è coperto da una volta a botte decorata con un grande ovale affrescato contenente l'Assunzione della Vergine, con la citazione Domum custodiat quae Christum custodivit (Protegga la casa colei che protesse Cristo). All'interno il cortile centrale è preceduto da un elegante porticato ad archi ribassati, che, sostenuto da un massiccio colonnato ionico in pietra di Sarnico, si estende sul lato meridionale d'ingresso; la volta a padiglione lunettata di copertura è decorata con affreschi realizzati nel 1446, che raffigurano tralci e rami di vite, mentre le ampie lunette sottese sulle pareti sono dipinte con gli stemmi delle casate imparentatesi nei secoli con i Meli Lupi. La corte, arricchita da quattro statue collocate in corrispondenza degli spigoli, è ricoperta sul livello terreno delle pareti perimetrali da una fitto muro verde di rampicanti. Il primo nucleo del giardino sorse nel 1542 sul retro della rocca, ove il fossato fu interrato quando le esigenze difensive ebbero fine. Nel XVII secolo i Meli Lupi incaricarono l'architetto Giovanni Battista Bettoli della realizzazione di un grande giardino all'italiana, ornato con nicchie all'interno del muro di confine per ospitare le numerose statue ancora oggi presenti nel parco. Nel 1781 il giardino fu ulteriormente ampliato ed arricchito di nuove piante; solo nel 1833 assunse l'aspetto attuale di parco all'inglese con laghetto artificiale, su progetto dell'architetto Luigi Voghera. Oggi il grande spazio verde si sviluppa sul retro del castello, allungandosi verso occidente fino ad abbracciare il piccolo Fortino merlato alla ghibellina di stile neogotico, che conclude la Galleria dei Poeti. Il laghetto, circondato da numerosissime piante d'alto fusto, si estende sotto il terrazzino all'interno delle arcate a sesto acuto che lo sostengono; al centro dello specchio d'acqua emerge la piccola Isola dell'Amore, con due grotte artificiali arricchite da finte stalattiti e stalagmiti. Il giardino è collegato con la rocca attraverso uno scalone a doppia rampa, che scende dalla Sala del Bocchirale; ai lati sono collocate sei statue settecentesche, che rappresentano il Nilo, il Gange, la Primavera, l'Estate, l'Autunno e l'Inverno. Sul margine orientale del parco si innalza il Café Haus, piccolo edificio dalle forme neoclassiche, aperto verso il giardino con un portico innalzato su alte colonne a sostegno di un timpano triangolare. Nelle vicinanze si trova un esemplare plurisecolare di noce d'America, di notevoli dimensioni. Sul confine settentrionale si estende un'elegante serra neoclassica, preceduta da una serie di arcate, con antistante giardino ricco di rose e statue, tra cui un pregevole Pastore d'Arcadia. I numerosi vialetti che si snodano nel parco sono infine arricchiti da panchine ed altre statue raffiguranti divinità della mitologia classica, di manifattura barocca veneziana. Il castello è aperto al pubblico e fa parte del circuito dei castelli dell'Associazione dei Castelli del Ducato di Parma e Piacenza. Risultano visitabili, oltre al cortile centrale col porticato, la Sala del Baglione, la Sala Gialla, la Camera della Sposa, la Sala del Bocchirale, la Sala Rossa, la Sala del Biliardo Antico, la Sala degli Stucchi, la Galleria dei Poeti, la Cappella di Santa Croce, il Fortino, la Sala da Pranzo, la Sala delle Armi, la Galleria delle Monache, lo Scalone d'Onore, la Grande Galleria, la Sala delle Donne Forti, la Sala del Trono, la Camera Nuziale ed il Salottino Dorato (descrizioni dettagliate dei vari ambienti sia a questo link: https://it.wikipedia.org/wiki/Rocca_Meli_Lupi_di_Soragna, sia nel sito web ufficiale: http://www.roccadisoragna.it/). Cosa rimane oggi della Rocca e della dinastia dei Meli Lupi? Molto più di quello che si potrebbe pensare. La Rocca è infatti aperta al pubblico ed è tuttora abitata dal principe Diofebo VI, ultimo discendente dei Meli Lupi. Questi, pur essendo uno degli uomini in possesso di più onorificenze al mondo (la sua discendenza gli garantisce infatti i titoli di Marchese, Conte Palatino, Grande di Spagna, Principe del Sacro Romano Impero, solo per citarne qualcuno), si definisce “nulla più che un contadino” e impiega tutto il suo tempo e la sua energia nella manutenzione della dimora e nell’amministrazione dei propri poderi. C’è un gesto in particolare che conferma questa sua natura umile ed estremamente umana: pochi mesi fa (marzo 2014) un’anziana vedova ha ricevuto, dai nuovi proprietari dell’appartamento in cui viveva ormai da anni, un’ingiunzione di sfratto; quasi incredula, e non sapendo a chi rivolgersi per trovare una nuova sistemazione, ha lanciato un disperato appello su un giornale locale. E indovinate un po’? A rispondere è stato proprio il principe, che ha messo subito a disposizione della pensionata e del figlio disoccupato un appartamento in comodato gratuito (fonte: ilmattinodiparma.it). Secondo la leggenda, tra le mura del castello si aggirerebbe il fantasma di Cassandra Marinoni, più conosciuta come Donna Cenerina, forse per il pallore dell'incarnato, oppure per il colore dei capelli o degli abiti che indosserebbe durante le apparizioni. Nel 1548 ella aveva sposato a Cassano d'Adda Diofebo II Meli Lupi marchese di Soragna. Durante le assenze del marito, che seguì Ottavio e Alessandro Farnese in molte imprese militari, amministrava il piccolo feudo padano, nel quale accolse la sorella Lucrezia, che nel 1560 si era maritata con il conte Giulio Anguissola, un violento che aveva dissipato i suoi beni e quelli della moglie e per giunta aveva cercato di avvelenarla. Il 18 giugno 1573 l'Anguissola si presentò con un gruppo di uomini armati a Cremona dove si trovava Lucrezia e, riuscito ad entrare con l'inganno, la uccise a pugnalate colpendo anche Cassandra che era andata a trovarla. Ferita gravemente, il giorno dopo la marchesa venne portata a Soragna dove spirò. L'atroce delitto, che colpì notevolmente l'opinione pubblica dell'epoca, rimase tuttavia impunito. Da allora, la tradizione vuole che il suo fantasma appaia in particolari circostanze, soprattutto per preannunciare la morte dei suoi discendenti nel castello, oppure qualora gli ospiti della rocca non le risultassero graditi; in tali occasioni, la sua presenza sarebbe accompagnata da strani ed inquietanti fenomeni, tra cui sbattimenti di porte, rumori improvvisi, scricchiolii inspiegabili e rotture di vetri

Fonti https://it.wikipedia.org/wiki/Rocca_Meli_Lupi_di_Soragna, http://turismo.comune.parma.it/it/canali-tematici/scopri-il-territorio/personaggi-storia-tradizioni/riti-leggende/il-fantasma-della-rocca-di-soragna, http://www.scorcidiparma.it/2014/07/15/la-rocca-meli-lupi-a-soragna/

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da http://www.allitalianart.com/site/wp-content/uploads/2014/09/Rocca-Meli-Lupi-di-Soragna.jpg

martedì 29 novembre 2016

Il castello di martedì 29 novembre






PALESTRO (PV) - Torre Visconti

Il primo cenno storico risale al 999 quando Palestro passò per volere di Ottone III al Vescovo di Vercelli. Già in quel periodo era un borgo fortificato: oggi traccia di quell'antico periodo rimane l'imponente torre merlata mentre dell'esteso Castellazzo, edificato come rocca fra due regioni di confine, il Vercellese e la Lomellina, non rimane nulla. Dalla dominazione dei Visconti (1335 - 1452) passò poi ai Borromeo, i quali ebbero ampi possedimenti in Palestro e furono proprietari dell'antico castello, di cui ad oggi rimane solo la Torre. Nel 1500 il paese cadde sotto la dominazione Spagnola. Il 29 settembre 1614 Carlo Emanuele I di Savoia fece bruciare Palestro per vendicare l'incendio di Caresana perpetrato qualche giorno prima dagli spagnoli di Inojosa. Dal 1714 il paese entrò afar parte dell'Impero d'Austria. Dal 1735 ha seguito la storia dei dominii di casa Savoia. In margine ad un terrazzamento naturale del fiume Sesia, si può ammirare, in una corta traversa di piazza Vodano, la bella e solida torre, nota come Torre dei Visconti, del XII secolo.
In compatti mattomi rossi, ha pianta quadrata ed è coronata da merli bifidi che poggiano su un triplice motivo di mattoni a dente di sega. Poche finestrelle per parte fungevano, in antico, da prese di luce. Le pareti esterne sono state ritoccate, apparentemente a più riprese. L'edificio era probabilmente collegato al castrum alto-medievale di cui si sono perse le tracce (del quale potrebbero sussistere resti in un edificio contiguo, che presenta ancor oggi una scarpatura assai accentuata. Purtroppo le notizie certe sull'edificio sono quasi nulle): documenti risalenti al XI-XIII sec. designano il complesso fortificato "Castro della torre".

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Palestro, http://www.comune.palestro.pv.it/ComSchedaTem.asp?Id=22320, http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A050-00195/

Foto: la prima è presa da https://londramariano.files.wordpress.com/2014/09/img_2489.jpg, la seconda è di piadvc su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/163266

lunedì 28 novembre 2016

Il castello di lunedì 28 novembre






VARESE - Torre di Velate

Velate è una frazione della città di Varese, posta nel quadrante nordoccidentale dell'area urbana. A Velate, borgo fortificato esistente fin dall'epoca tardoromana (“castrum de Vellate”), si trova una torre medioevale risalente all'XI secolo. Inserita nell'antica struttura difensiva del Limes prealpino, era destinata a presidio militare della sottostante via per Angera e il lago Maggiore. La struttura, in pietra viva, con pianta quadrangolare, raggiunge i 33,5 metri d'altezza, con cinque piani fuori terra serviti da un articolato corpo scale posto sul lato orientale. Il poderoso fortilizio, del quale rimangono solo due lati e uno soltanto è integralmente conservato, fu gravemente danneggiato alla fine del XII secolo dai milanesi vittoriosi sulle milizie imperiali e sugli alleati del Barbarossa, tra i quali figuravano i nobili di Velate. Attualmente la torre, che costituisce un punto fermo nel paesaggio collinare dei dintorni di Varese, è proprietà del Fondo per l'Ambiente Italiano. Recenti indagini archeologiche relative alla torre di Velate, condotti dal 2001 dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia, in collaborazione con il Centro Culturale e il Circolo Famigliare di Velate e la delegazione FAI di Varese hanno permesso di formulare nuove ipotesi sulla vicenda storica dell’insediamento e nuovi dati concreti relativi alla microeconomia del territorio. Si è infatti evidenziata una preesistenza di abitazioni databile al V secolo d.c.; circa sette secoli antecedenti dunque all’edificazione della torre. In particolare risultano tracce di un edificio di destinazione domestica, costruito in pietra viva con una pavimentazione lastricata di ciottoli. Rilevate anche le fondazioni di un altro edificio abitativo, databile tra il V e il VI secolo che ha restituito reperti ceramici di tradizione tardo-antica. A queste edificazioni, stando alle indagini, si sovrappose un’ulteriore costruzione in muratura. Di questa è stato possibile evidenziare, attraverso l’analisi dei grossi conci di pietra e del suo perimetro orientativo, le precipue finalità difensive. Un presidio difensivo-militare che sarebbe rimasto in uso fino alla costruzione della torre, tra l’XI e il XII secolo. Le indagini della Sovrintendenza, condotte dalla archeologa Maria Adelaide Binaghi, non si fermano qui: all’interno della torre è stato individuato il tratto di fondazione meridionale originario, oggi nuovamente visibile; riportata alla luce anche la fondazione di un pilastro portante in pietra posto al centro della torre. Il suo ritrovamento ha consentito nuove indicazioni sulla tecnica costruttiva dei piani pavimentali. Si è scoperto infine uno strato di incendio che può coincidere con l’epoca della distruzione parziale della torre alla fine del XII secolo. Distruzione spiegabile nel contesto della guerra tra i Visconti di Milano e i Torriani di Como, la stessa che segnò la fine di Castel Seprio. È proprio in questo strato di incendio che gli archeologi hanno recuperato alcune monete argentee scodellate, coniate dalla Zecca di Milano, e probabilmente utilizzate durante la breve età comunale della torre. Sorvoliamo la torre grazie a questo video di m15alien: https://www.youtube.com/watch?v=9MRUXdew3rE. Altri link ad essa dedicati: http://www.fondoambiente.it/Cosa-facciamo/Index.aspx?q=torre-di-velate-bene-fai, http://www.vivivarese.com/torre-di-velate/

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_di_Velate, http://www.varesenews.it/2003/03/la-torre-di-velate-una-storia-ancora-da-scrivere/292482/

Foto: la prima è di Docfra su https://it.wikipedia.org/wiki/Velate_(Varese)#/media/File:Torre_di_Velate.JPG, la seconda è presa da https://media-cdn.tripadvisor.com/media/photo-s/02/75/31/ed/neve-sulla-torre.jpg

Il castello di domenica 27 novembre






ROCCAMANDOLFI (IS) - Castello Longobardo-normanno

Il piccolo centro del Matese ha origini medievali; la sua nascita risale molto probabilmente ai primi decenni del dodicesimo secolo, quando il territorio venne occupato e dominato dai signori Mandolfus, provenienti dalla Germania che qui costruirono una roccaforte. L'origine del nome viene scomposta proprio in "rocca", dal latino fortezza, costruita in genere in un luogo elevato, e "Mandolfi" dal nome della famiglia che dominò la rocca. Lo stesso nome subì però nel corso dei secoli diversi cambiamenti: da Rocca Magenula a Rocca Minolfa, fino a Rocca Ginolfi. Solo dal 1737 venne ad assumere il nome ancor oggi in uso. Sotto i Longobardi il luogo era parte della Contea di Bojano; con i Normanni il borgo venne aggregato alla Contea di Molise. Castellano di Roccamandolfi fu il conte Carlo Pannone (poi diventato Pandone). Nella ricca storia feudale del maniero ricordiamo che nel 1195 vi trovò rifugio Ruggero di Mandra, conte di Molise, il quale l'anno seguente, resistette ai limiti del possibile all'assedio della rocca da parte delle truppe imperiali, finché non fu costretto ad arrendersi. Nel 1220 l'imperatore Federico II ordinò l'abbattimento di tutte le fortezze che potevano rappresentare un pericolo per il potere imperiale, tra cui Roccamandolfi. Il coevo castellano, Tommaso da Celano, conte di Molise, non chinò la testa di fronte all'ordine: si asserragliò con sua moglie ed i suoi figli nel castello dove aveva concentrato la massima parte dei suoi soldati e resistette all'attacco di Tommaso I d'Aquino che per farlo capitolare scelse la via dell'assedio. Il conte uscì nottetempo dalla fortezza e, dopo aver raccolto un buon numero di armati, volse alla riconquista del castello di Celano. L'impresa riuscì ma risultò inutile, poichè nel contempo la moglie, Giuditta, che aveva preso il comando di Roccamandolfi, non resse alla pietà per le condizioni dei suoi uomini, ormai debilitati, e, nel 1223 si arrese: il castrum di Rocca Maginulfi fu demolito per ordine regio ad opera del Conte di Acerra. In seguito alla distruzione della Rocca gli abitanti furono costretti a trasferirsi ed il paese fu ricostruito più in basso nel luogo detto Casale, identificato con l'attuale Roccamandolfi. Passati questi accadimenti, sia il castello che il villaggio perdettero ogni rilevanza strategica: cominciò così la compravendita del feudo da parte dei vari nobili della città di Napoli. Carlo I d'Angiò concesse Roccamandolfi a Tommaso d'Evoli (1269), a Berengario di Tarascona (feudatario di Castelpizzuto) nel 1272, e quando questi decedette a Fulcone di Roccafolia (1278). I Roccafoglia lo detennero sino al 1391 (con una breve parentesi degli Artois). I Gaetani ne divennero feudatari nel corso della prima metà del Quattrocento, sino al 1456, quando Giacomo Gaetani lo alienò ai Cennamo, indi passò ai Perez. I Perez possedettero Roccamandolfi sino all'anno 1543, quando Francesco Perez la alienò al barone Giovanni Luigi Rizzo, patrizio napoletano, che la conservò sino al 1549. Questa famiglia possedeva anche nello stesso periodo (1541) il sopra citato feudo di Castelpizzuto (con Adriana, consorte di Ottavio Galeota). Nel 1549 il feudo di Roccamandolfi venne venduto all'asta. Nuovo proprietario fu un altro patrizio napoletano, Giambattista d'Afflitto dei conti di Trivento. Roccamandolfi cambiò velocemente proprietà, con l'alienazione alla potente famiglia napoletana di Sigismondo Pignatelli nel 1586. I Pignatelli, successivamente duchi di Roccamandolfi, conservarono il feudo fino al 1806 con l'eversione della feudalità. La struttura dell'antico castello segue le caratteristiche morfologiche del sito. Esso è stato costruito in alcuni punti sfruttando la roccia affiorante del monte che sovrasta l'abitato, e in altri riporti in terra che ne hanno delimitato il perimetro. La cortina attuale è delimitata da basse mura in conci ben squadrati e da cinque torri che occupano alcuni lati dell'insediamento fortificato e l'accesso al castello è reso possibile per la presenza di una rampa sul lato orientale retta da muri laterali. Essa immette in un ambiente rettangolare che presenta ad uno degli angoli una torre di controllo. A giudicare dalla presenza di altre cortine murarie, il castello doveva un tempo possedere numerosi altri ambienti. La parte meglio conservata è quella disposta sul lato meridionale, dove si può notare un tipo di muratura con consistenti quantità di malta cementizia impiegata per ovviare alla ridotta dimensione dei conci in pietra. Lo studio condotto dal prof. L.Marino ha consentito di mettere in evidenza alcuni problemi legati alla conservazione del bene. Il castello può essere considerato in alcuni punti allo stato di rudere. Esso ha subito nel tempo una lenta ma graduale opera di erosione che ne ha irrimediabilmente modificato l'aspetto. Per chi volesse approfondire e trovare altre notizie sul castello, ecco cosa leggere: http://www.samnitium.com/wp-content/uploads/2015/03/il-castello-di-Roccamandolfi.pdf Attualmente il Comune di Roccamandolfi, proprietario del bene, sta effettuando una serie di interventi finalizzati ad un completo restauro del monumento per una sua futura fruibilità, comprese indagini archeologiche, che costituiscono un intervento-pilota in questo ambito nel territorio molisano. Ecco qui delle ipotesi sul futuro del sito: http://quotidianomolise.com/trasformare-castello-roccamandolfi-un-resort-al-via-concorso-idee/

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Roccamandolfi, http://www.moliseturismo.eu/web/turismo/turismo.nsf/0/EBF5154BB01D877DC125754C0032EFEC?OpenDocument, http://www.comune.roccamandolfi.is.it/sito/castello.htm, http://www.iserniaturismo.it/modules/smartsection/item.php?itemid=81 (testo tratto dalla pubblicazione a cura dell'IRESMO "Castelli e Fortificazioni del Molise")

Foto: la prima è presa da http://www.fabisonthenet.altervista.org/Fotomolise.htm, la seconda è di Molisealberi su https://www.flickr.com/photos/molisealberi/7359125252