martedì 23 agosto 2016

Il castello di mercoledì 24 agosto






ZERBOLO’ (PV) – Castello di Parasacco

La frazione Parasacco è quella più importante del comune, sia per le sue antiche origini, sia per il numero dei suoi abitanti. Sorge a nord-ovest del capoluogo, sulla strada per Borgo San Siro, ed il castello che vi è stato costruito è parte integrante di quella ideale linea difensiva costiera (Borgo San Siro, Parasacco, Caselle, Zerbolò) posta a salvaguardia della riva destra del Ticino; l'origine del nome è proprio dovuto all'antico castello-fortezza che i pavesi fanno costruire per porre un freno alle scorrerie ed ai saccheggi dei milanesi in Lomellina (para saccum). Già nel 1400 costituì comunità autonoma e solo dopo il 1815 venne definitivamente incorporata nel comune di Zerbolò. La sua localizzazione nelle vicinanze delle sponde del Ticino ed in un punto di facile guado, la rese postazione fortificata di prim'ordine e centro di numerosi ed aspri scontri militari durante i quali più volte il ponte di barche ivi costruito (oggi detto di Bereguardo) venne distrutto. Sussistono tuttora alcuni resti del castello fatto innalzare dai pavesi tra il XIV e XV secolo a nord-ovest dell'abitato, sopra un terrazzamento alluvionale del Ticino. Sono troppo pochi per ricostruire la tipologia dell'edificio, che faceva probabilmente parte di una più vasta opera fortificata andata distrutta. Pressoché nulle le notizie sulle traversie del complesso. Non è possibile avanzare ipotesi circa la tipologia dell'edificio originario, né su come e quando siano andate distrutte le parti mancanti. Quanto è sopravvissuto conserva le particolarità caratteristiche delle costruzioni militari basso-medievali: finestre centinate e inferriate (una, posta al centro del torrione in cui s'apre l'ingresso un tempo munito di ponte levatoio, strombata e modanata in cotto, di costruzione sicuramente posteriore), beccatelli (che presuppongono un apparato a sporgere successivamente scomparso e sostituito dal tetto a spioventi) alla sommità del massiccio torrione con l'ingresso principale, alla sinistra del quale è riconoscibile la pusterla (piccolo passaggio pedonale, anch'esso munito di ponte levatoio) e, al di sopra di questi, le sedi dei bolzoni dei rispettivi ponti. L'edificio, già restaurato alcuni decenni addietro ma attualmente bisognoso di nuovi lavori conservativi, conserva, pur nella minima entità delle strutture sopravviventi, grande fascino. La torre, che era forse al centro dell'organismo, è mozzata, con la perdita di tutta la parte sommitale. Alla sua destra si sviluppa un'ala con andamento piuttosto curvo. Manca invece l'ala di sinistra della quale si scorge solamente l'attacco alla torre centrale. Si narra che durante le fasi di conflitto che videro tutto il territorio del Pavese passare sotto diretto controllo dei Milanesi (circa alla metà del XIV secolo), le guarnigioni che avrebbero dovuto difendere questo maniero, per non soccombere completamente di fronte all'esercito attaccante, lo abbiano abbandonato in fretta e furia. A causa di questo evento, le chiacchere di popolo hanno iniziato a sostenere che, durante la fuga, i soldati che avrebbero dovuto difendere il castello di Parasacco avessero abbandonato al suo interno armi, vettovaglie militari e suppellettili di ogni genere, ma anche ricchezze e tesori preziosi. Inoltre, chi nel tempo si è reso portavoce della diffusione di queste dicerie, ha sempre dichiarato che questo mitico tesoro non sia mai stato trovato dagli ospiti e dagli abitanti che si sono susseguiti nei secoli all’interno del fortilizio. A sostegno di questa teoria, vi sarebbero le continue e parziali distruzioni, con successive ricostruzioni, cui volta per volta è stato sottoposto questo edificio. Infatti, per opinione di chi, con spirito indagatore, ha sempre sostenuto la presenza di un tesoro nascosto all’interno del castello di Parasacco, per quale ragione abbattere dei muri sani per poi ricostruirli, o sollevare parzialmente delle solide pavimentazioni, o scavare delle buche nell'area circostante il castello, per poi ricoprirle nuovamente di terriccio, se non perchè si è alla ricerca di qualcosa e, nella fattispecie, proprio delle ricchezze che forse vi è sono state occultate?! Ad oggi, tutte queste ipotesi riguardanti il passato del maniero di Parasacco certamente affascinano, ma molto probabilmente restauri e mutamenti d’aspetto, che volta per volta ne hanno modificato le fattezze sino a presentarcelo secondo le caratteristiche attuali, sono state motivate da esigenze pratiche e di gusto estetico dei vari suoi proprietari che si sono susseguiti nel tempo. Se poi qualcuno di loro abbia trovato tesori sconosciuti durante queste ristrutturazioni o abbia approfittato di queste per andarne alla ricerca, non vi è da stupirsi perché gli edifici molto antichi, soprattutto se protagonisti della Storia nascondono sempre un qualche tesoro, anche se non sempre quantificabile con ricchezze preziose...

 
Foto: la prima è di Solaxart 2014 su http://www.preboggion.it/CastelloIT_di_Zerbolo-Parasacco.htm, la seconda è di fabio intropido su http://www.panoramio.com/photo/20543823

lunedì 22 agosto 2016

Il castello di martedì 23 agosto






ZERBOLO’ (PV) – Castello Beccaria

La zona di Zerbolò faceva parte del territorio di Garlasco che apparteneva fino al XIII secolo al monastero di San Salvatore di Pavia, e passò in seguito in potere dei Beccaria. Nel 1259 essi costruirono un castello presso il Ticino, attorno al quale si andò formando il nuovo paese di Zerbolate, l'attuale Zerbolò. Il castello venne costruito con il duplice scopo di dare ai feudatari una decorosa residenza ed un solido baluardo difensivo in caso di possibili attacchi nemici. Venne distrutto in una delle tante guerre di quei tempi, ma fu interamente riedificato verso il 1393, come si evince da un antico documento col quale i figli di Franceschino Beccaria, in qualità di fondatori del nuovo castello e delle case circostanti, chiesero che tali luoghi, menzionati con il nome di "Zerbolate", venissero sottratti alla giurisdizione di Garlasco e ricompresi sotto quella di Pavia. Nel XV secolo esso, seguendo le sorti dei vicini Gropello e Carbonara, dalla signoria dei Beccaria passò per eredità a un ramo dei Visconti, e due secoli dopo sempre per eredità ai Lonati Visconti. Nel 1713, con tutta la Lomellina, entrò a far parte dei domini dei Savoia. Nel 1815 vennero uniti a Zerbolò i vicini piccoli comuni di Parasacco, Guasta, Marzo, Limido, Sedone, attuali frazioni, oltre a Campomaggiore, che nel 1866 venne annesso a Carbonara al Ticino. Il Castello Beccaria è un edificio all'esterno del nucleo abitato, a diretto contatto con la campagna. Può essere fatto forse risalire, sulla base di alcuni documenti, al XIII secolo. Un tempo circondato sicuramente da un fossato, l'edificio, a base scarpata, era probabilmente dotato di merlatura. Si tratta tuttavia, più che di un castello, di un esempio molto interessante di cascina fortificata con torre. L'impianto quadrangolare, con corte centrale e torre esterna sporgente da uno dei quattro corpi di fabbrica, richiama lo schema del castello rurale di Peschiera Borromeo, con la differenza però di avere gli angoli e non i lati (come per il castello di Peschiera Borromeo) orientati sui punti cardinali. La torre è munita di apparato a sporgere sui tre lati esterni, con esclusione di quello interno, verso il cortile: presenta cioè caratteristiche molto più tarde della presunta epoca di nascita del complesso. Dotata di dentellatura decorativa nella parte superiore, tipica di altre costruzioni fortificate dell'epoca viscontea (XIV secolo),è probabile che sia stata aggiunta in un secondo tempo. Il castello non presenta alcuna caratteristica atta a identificarne origini e stile, a causa dei troppi rimaneggiamenti subìti nei secoli; una recente intonacatura ha coperto anche alcuni dipinti, comunque d'età moderna, affrescati sulle pareti esterne.



domenica 21 agosto 2016

Il castello di lunedì 22 agosto






BEREGUARDO (PV) – Castello Visconti

Le prime notizie storiche riguardanti Bereguardo si possono ascrivere al periodo delle invasioni nel territorio prima dei longobardi e poi dei franchi ed a tal proposito sono state fatte delle ipotesi etimologiche sul nome del borgo come la forma francese "Beauregarde". Appartenente alla Campagna Soprana di Pavia, l'abitato si sviluppò attorno al castello costruito dai Visconti di Milano all'inizio del XIV secolo per il controllo di un passo del Ticino, e diventato ben presto luogo di svaghi e cacce per i duchi di Milano, da cui il nome di bel riguardo per la posizione panoramica dominante la valle alluvionale del Ticino. A tal proposito sappiamo che il 16 febbraio 1386 il duca Gian Galeazzo Visconti decise di estendere ai confini del comune anche una grande parte verso il Ticino di modo da potervi creare una grande riserva. A quest'epoca è ascrivibile inoltre la costruzione del locale porto sul Ticino, con un tradizionale ponte sostenuto da chiatte (appartenente alla Strada Provinciale 185), che ancora oggi viene mantenuto e che collega il comune di Bereguardo con la vicina frazione Boscaccio, questa appartenente al comune di Zerbolò. Nel XV secolo, il castello e l'abitato di Bereguardo vennero infeudati a Matteo Mercagatti di Bologna (capostipite degli Attendolo Bolognini) che era già castellano di Pavia. Nel 1447 il conte Francesco Sforza, con l'intento di impadronirsi del Ducato di Milano, pose assedio al castello di Bereguardo facendosi in breve tempo consegnare il borgo grazie alla complicità di Agnese Del Maino (amante del duca Filippo Maria Visconti) per poi ricompensare lo stesso Mercagatti col titolo di conte e con il feudo di Bereguardo. Il ruolo politico del Mercagatti, ad ogni modo, divenne secondario quando Francesco Sforza riuscì a raggiungere il proprio intento nel 1450 con l'elezione a duca del milanese. Fu in quell'anno, infatti, che il castello e il borgo di Bereguardo vennero concessi in usufrutto a Giovanni Tolentini della Stacciola, originario di Urbino, suo capitano delle guardie e consigliere personale nonché sposo di Isotta Sforza, figlia naturale del duca. Quest'ultima donazione, ad ogni modo, fu un semplice usufrutto in quanto i diritti feudali vennero mantenuti da Francesco Sforza. Nel XVIII secolo era infeudato agli Eleiizander. Il castello di Bereguardo si presenta come una struttura imponente che sorge al centro dell'abitato, circondato da un fossato che un tempo traeva la propria acqua dal vicino Naviglio. Il grande quadrato dell’edificio, cinto a sua volta da un più grande quadrato recintato (bassa corte), riprende la classica tipologia a impianto quadrangolare dei castelli viscontei di pianura. Il castello venne iniziato verso la metà del XIV secolo da Luchino Visconti per poi essere ampliato da Bernabò Visconti nel suo progetto di rafforzamento dello stato di Milano, anche se tale residenza ricalcava maggiormente l'impianto di una villa di piacere che di un elemento militare difensivo. Ciò spiega, probabilmente, la mancanza di torri angolari. La parte più importante del complesso è oggi caratterizzata da una splendida bifora gotica in cotto presente sulla facciata a sud che secondo alcune fonti sarebbe attribuibile al Bramante e realizzata durante gli ampliamenti che volle realizzare sulla struttura Filippo Maria Visconti nel XV secolo. Con Filippo Maria Visconti la tradizione vacanziera del castello di Bereguardo continuò: il terzo duca di Milano ne fece persino dono (conservandone le caratteristiche di signorile residenza di campagna) all'amante Agnese del Maino, dalla quale ebbe nel 1425 l'unica figlia Bianca Maria. E non solo: per raggiungere indisturbato l'amata Agnese, fece tracciare un nuovo canale artificiale che partiva dalla darsena di Abbiategrasso e raggiungeva Bereguardo. Dal castello milanese di Porta Giovia (oggi noto come castello Sforzesco), attraverso il fossato e un breve canale di raccordo con il Naviglio Grande, Filippo Maria poteva dunque, a bordo della personale barca di nome "La Magna", recarsi rapidamente e senza soste da Milano a Bereguardo. Il maniero conserva ancora traccia della presenza di Filippo Maria Visconti: su una delle finestre dell'ala settentrionale è apposta la sigla FM. La pianta generale della costruzione, un tempo quadrangolare, si presenta oggi di forma ad "U" per la mancanza dell'intera ala nord che venne demolita in tempi successivi (in analogia a quanto successo al castello di Pavia) e anche il portale è oggi frutto dei rimaneggiamenti settecenteschi che intaccarono l'originaria struttura. Il maniero, interamente realizzato in laterizi a vista, mostra resti di un ponte levatoio sull’ingresso. È rimasta anche la merlatura bifida, con spazi intermerlari molto ridotti. Dopo diversi passaggi di proprietà il castello giunse nelle mani dell'ingegnere milanese Giulio Pisa esponente della nota famiglia Pisa il quale nel 1897 decise di donare la struttura al comune di Bereguardo il quale ancora oggi ne è proprietario e che al suo interno ha posto gli uffici amministrativi e la Biblioteca Civica. Una serie di restauri negli anni '80 a opera del Comune su progetto degli archittetti Rizzini e Carminati, ha rivitalizzato e valorizzato il monumento. Altro link suggerito: http://www.comune.bereguardo.pv.it/paginehome_item.asp?id=2.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Bereguardo, http://www.comune.bereguardo.pv.it/galleria_gruppo.asp?g=CAST (ricco di belle foto da ammirare), scheda di Giacomo Turco su http://www.icastelli.it/castle-1271871140-castello_di_bereguardo-it.php, http://www.paviaedintorni.it/temi/arteearchitettura_file/artearchitettura_castelli_file/castelli_bereguardo.htm, http://www.visitpavia.com/it/poi/1912

Foto: la prima è di Solaxart 2012 su http://www.preboggion.it/CastelloIT_di_Bereguardo.htm, la seconda è presa da http://www.bellitaliainbici.it/bereguardo/IMG_8208.jpg


sabato 20 agosto 2016

Il castello di domenica 21 agosto






BORGONOVO VAL TIDONE (PC) – Castello in frazione Corano

E’ una fortificazione dell'omonimo borgo, situata in posizione dominante sul crinale sinistro della val Tidone. Come molti castelli del piacentino non si conosce la data della sua fondazione mentre è nota la prima distruzione, nei primi anni del XII secolo, per mano di Federico Barbarossa e una seconda nel 1241 per quella del re Enzo che ne smantellò le mura dopo aver sopraffatto la guarnigione guelfa. Nel 1372 le truppe pontificie si impadronirono del castello durante la guerra che vedeva opposti Galeazzo II Visconti e Amedeo VI di Savoia, occupazione di breve periodo poiché le forze viscontee rioccuparono tutto il territorio della Val Tidone. Bruciato nel 1438 da Francesco Bussone conte di Carmagnola (per conto del Duca di Milano, che intendeva indebolire la potenza degli Arcelli), venne infeudato a Lazzaro Radini, detto Tedesco - valoroso capitano del duca Filippo Maria Visconti - nel 1438 e ricostruito e potenziato nel 1453. I Radini Tedeschi esercitarono a lungo la signoria fino a quando, per mancanza di eredi diretti, passò a Giovanni Anguissola che lo cedette, dopo la sua fuga nel 1547 in seguito alla congiura contro Pier Luigi Farnese, al nipote Giulio, alla cui famiglia appartenne fino al XX secolo. L'edificio, costituito da un unico corpo di fabbrica, è costruito in laterizio con basamento in pietra. Ciò non implica necessariamente due tempi diversi di edificazione. Come ipotizza lo studioso Carlo Perogalli infatti, la differenziazione del materiale potrebbe essere legata alla staticità dell'edificio o alla messa in opera dei materiali. Il castello presenta merlature oggi chiuse per sostenere il tetto. Di dimensioni modeste, ha pianta trapezoidale con una sola torre quadrangolare (probabilmente di edificazione precedente a quella del castello) addossata al lato corto, che ha base molto scarpata e porta le tracce dello scomparso ponte levatoio. Costituisce per l'area piacentina un singolare esempio di fabbricato monoblocco. L'edificio è caratterizzato dalla decorazione a dente di sega tipico elemento architettonico del trecento padano. All'interno alcune stanze sono state decorate da Luigi Arrigoni (1896-1964), uno degli artisti rappresentativi della pittura piacentina della prima metà del Novecento, e che vi ebbe lo studio fin dagli inizi della sua carriera. Oggi l’edificio è disponibile per eventi e cerimonie.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Corano, http://www.preboggion.it/Castello_di_Corano.htm (andate a vedere che belle foto ci sono…), http://www.emiliaromagna.beniculturali.it/index.php?it/108/ricerca-itinerari/11/105, http://www.valtidoneluretta.it/castello-e-rocca-di-agazzano-2-3/

Foto: la prima è presa da http://www.emiliaromagna.beniculturali.it/getImage.php?id=412&w=800&h=600&f=0&.jpg, la seconda da http://www.valtidoneluretta.it/wp-content/uploads/2014/03/800x800corano.jpg

venerdì 19 agosto 2016

Il castello di sabato 20 agosto






RIBERA (AG) – Castello di Poggiodiana

Detto anche castello di Poggio Diana o castello di Misilcassino, è ubicato a circa 4 km dal paese e situato su una collina a circa 200 metri d'altezza. Sviluppato su circa 3000 mq di superficie con una pianta trapezoidale e corte interna, dal lato nord svettava su uno strapiombo di oltre 300 metri, ai cui piedi scorre il fiume Verdura, ad est si scorge l'abitato di Ribera. La fortezza era chiusa saldamente da un allineamento di fabbricati interni alti circa 20 metri e rinforzata da un secondo muro di difesa. L'ingresso si apre sul lato ovest ed è protetto da due torri o piccoli bastioni a base scarpata certamente dovute al rifacimento cinquecentesco. Da un portone a sesto acuto (preceduto da una torre a pianta quadrata in apparente posizione di rivellino ma che in realta svolgeva più modeste funzioni di colombaro) si raggiungeva un secondo cortile, dove insisteva il posto di guardia con l'alloggio degli armigeri e l'armeria, e si aprivano i magazzini e la scuderia. Dal cortile, grazie a delle scale, si saliva ai piani superiori, dove i Signori alloggiavano nei vasti appartamenti. All'interno il castello presentava grandi ali edilizie (oggi totalmente in rovina) parallele ai muri di cinta e un cortile centrale a pianta quadrangolare. Sull'angolo sud-orientale del complesso cinquecentesco sorge, impiantata su un affioramento roccioso, una splendida torretta cilindrica (diametro alla base 7 mt), probabile nucleo originario del complesso fortificato. Il paramento e realizzato in opera isodoma di blocchetti di pietra arenaria locale. La torre (altezza complessiva circa 11 m, escludendo il banco di arenaria su cui la costruzione è impiantata) presenta due piani il primo dei quali, adibito originariamente a cisterna, e coperto da calotta a profilo ogivale e presenta spessori murari di due metri. II piano superiore era originariamente accessibile mediante una scaletta a caracol in muratura alloggiata in un corpo scala cilindrico esterno alla torre (diametro originario 2 m) oggi completamente scomparso di cui rimane pero 1'incavo d'alloggio nelle murature esterne della torre. Il piano elevato, caratterizzato da una modesta risega che restringe il diame­tro a m 6,60, presenta un unico locale ottagonale coperto da una bella volta ad ombrello con costoloni su mensole a piramide rovesciata. Mediante una scaletta inserita nello spessore murario si perviene alla terrazza, dalla quale aggetta ancora gran parte del coronamento a beccatelli lapidei. Il castello fu costruito nel XII secolo dai Normanni a difesa delle piccole comunità vicine e delle terre tra il Platani (Eraclea Minoa) e Triocala (Caltabellotta), e conosciuto fino al XIV secolo col nome saraceno di Misilcassino, ossia luogo di discesa a cavallo. In un primo tempo gli estesi possedimenti del contado di Sciacca, incluso il Castello, furono assegnati nel 1100 dal Conte Ruggiero Normanno alla figlia Giulietta, per poi passare ai figli di lei. Nel 1253 il Castello e le terre di Misilcassino, a cui era aggregata la baronia di Magazzolo, vennero concessi dal re Manfredi, ultimo degli Svevi, al suo parente Matteo Maletta. Federico II d'Aragona, nel 1392 concesse il Castello al Conte Guglielmo Peralta, Signore di Caltabellotta, figlio di Guglielmo I.  In seguito, passò ad un nobile di Sciacca, Artale Luna, che aveva sposato Margherita Peralta, erede della Contea di Caltabellotta. L'investitura del castello passò quindi al figlio di questi, Antonio de Luna in data 10 novembre 1453, in virtù del regio privilegio concessogli dal re Alfonso il Magnanimo. Il 7 novembre 1510 Giovan Vincenzo de Luna, sposato con Diana Moncada, signore delle terre comprese fra Caltabellotta ed i fiumi Verdura e Magazzolo (Isburo), ebbe la investitura del feudo Misilcassin. Il Conte Luna, attratto dal clima mite e dalla bellezza incomparabile dei luoghi, annualmente, nel periodo invernale, scendeva dal suo castello di Caltabellotta in quello di Misilcassino, che ribattezzò «castello di Poggio Diana» in onore della moglie. E Diana Moncada lo prediligeva a tal punto che era veramente felice di trascorrervi alcuni mesi dell'anno. Un luogo del Castello, tuttora conosciuto col nome di «piano della Signora», ricorda la signora Moncada, bella ed intelligente oltre che coraggiosa. La signora infatti, quando il marito s'allontanava per correre in aiuto dei suoi amici vicini o lontani, non tornava a Caltabellotta, ma rimaneva nel castello e di notte ispezionava le sentinelle poste sulle mura. "Dati i tempi, non c'era sicurezza personale contro le scorrerie dei Turchi e dei pirati africani e due passaggi segreti portavano direttamente dall'appartamento del signore del castello all'aperto: il primo al greto del fiume, l'altro a monte. [...] Una notte d'inverno il silenzio fu rotto dall’echeggiare dei rintocchi della campana: segnale d'allarme. Il castello veniva attaccato ma Diana Moncada non corse ad uno dei passaggi segreti, affrontò arditamente gli assalitori e li costrinse a ritirarsi con perdite" (da Nicolò Inglese, Storia di Ribera, Agrigento, Tipografia Vescovile Padri Vocazionisti, 1966). Si pensa che il castello possa essere stato abbandonato alla fine del Seicento, forse in seguito a danni eventualmente subiti a causa del sisma del 1693, che lo avrebbe danneggiato irrimediabilmente. Fin qui lo studio, ma tornando alle nostre considerazioni possiamo dire che negli anni scorsi si era sempre sentito parlare di questo castello, solamente e giustamente, in termini di abbandono e di degrado; varie petizioni sono state rivolte da diverse organizzazioni culturali sia verso le istituzioni che verso gli organismi di tutela, i quali peraltro non erano mai potuti intervenire in quanto la struttura è di proprietà privata. Per la verità neanche il Comune di Ribera, nel cui territorio sorge il castello e ne costituisce anche il suo emblema, si era mai occupato più di tanto per acquisirlo in qualche modo considerando che la struttura è stata oggetto di un passaggio di proprietà fra privati negli ultimi venti anni e pare a cifre non folli. Tale Riccardo Scrott con residenza nel padovano - oggi scomparso - assieme a gente della zona, l’hanno acquistato alcuni anni fa lasciandolo però nel colpevole abbandono. Tuttavia a seguito del recepimento da parte della Regione Siciliana del DPR 368/94 la Soprintendenza ai Beni Culturali di Agrigento aveva potuto iniziare le procedure per sostituirsi ai proprietari inadempienti, procedure che sono state avviate e che oggi hanno portato al restauro del castello. Esiste un forte legame tra gli abitanti di Ribera ed il Castello di Poggiodiana. La torre merlata è infatti raffigurata nello stemma del Comune che ha la seguente descrizione: « D'azzurro, al monte di tre cime di verde su cui sorge una torre d'oro, merlata alla ghibellina, mattonata, aperta e finestrata di nero sinistrata da un sole raggiante, pure d'oro. Motto: ALLAVAM-SIGNAT-ALBA». La radio cittadina porta il nome di Radio Torre Ribera (sempre in onore della torre del castello) ed in passato è anche esistita una emittente televisiva denominata Tele Torre Ribera. Altri link consigliati: http://www.cilibertoribera.it/indexPOGGIODIANA%20La%20Storia%20del%20Castello.htm, http://www.caltabellotta.net/feudi/feudi10.htm (ricco di fotografie), video di Turismo Favara e Ribera https://www.youtube.com/watch?v=XEaBw5UomM0, video di totocastelliribera https://www.youtube.com/watch?v=RhmM-b6rJxk

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Poggiodiana, scheda del Dott. Andrea Orlando su http://www.icastelli.it/castle-1234809061-castello_di_misilcassim_o_poggio_diana-it.php, http://www.comune.ribera.ag.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/256, testo di Giuseppe Rizzuti su http://www.caltabellotta.com/monumenti/poggiodiana.asp

Foto: la prima è presa da http://www.icastelli.it/castle-1234809061-castello_di_misilcassim_o_poggio_diana-it.php, la seconda è presa da https://s.iha.com/00127475766/Ribera-Castello-di-poggiodiana-a-ribera.jpeg

giovedì 18 agosto 2016

Il castello di venerdì 19 agosto






GROPPARELLO (PC) – Castello di Veggiola

Veggiola è una frazione della Val Riglio nel comune di Gropparello, dal quale dista circa 3,5 km. Il Castello nel ‘300, durante la lotta anti-viscontea condotta da Alberto Scoto, fu uno dei centri maggiormente ostile al duca Galeazzo Visconti. Il feudatario dell’epoca, Galluccino Fulgosio, ospitò nel suo castello parecchi fuoriusciti guelfi da Piacenza tra i quali le cronache ricordano il temerario Guglielmo Ripaltone, distintosi per le sue incursioni notturne alle mura della città di Piacenza e del castello di Montechiaro, durante le quali catturava numerosi soldati del “nemico” addetti alla vigilanza; catturato venne impiccato nel marzo del 1314 a Piacenza. Nel 1315, al fine di porre fine alle feroci contese in atto tra i Guelfi e i Ghibellini locali, Galluccino concluse un accordo parziale di pace con Galeazzo Visconti. La tregua era destinata a durare qualche anno ma le continue violazioni da ambo le parti provocò una nuova ripresa delle ostilità nel 1322. In questo contesto il Duca ordinò di “portare sterminio nei luoghi tenuti e posseduti dai ribelli (i Guelfi)”. Le operazioni di rappresaglia, comandate da Oberto del Cairo, Bernabò Landi e Bernardo Anguissola, si rivolsero contro il castello di Veggiola, tenuto da Bardello Fulgosio, che venne saccheggiarono ampiamente. Dopo un mese l’operazione venne ripetuta direttamente dalle milizie viscontee che infersero un altro durissimo colpo al castello. Nel 1385 morì Bianca Fulgosio, signore dei castelli di Veggiola, Gropparello, Fiorenzuola d’Arda e Groppo Ducale senza lasciare discendenti maschi; le subentrarono i nipoti. Nel Maggio 1515, quando i francesi s’impadronirono di Piacenza,  il castello di Veggiola e altre proprietà dei Fulgosi ospitava  “diversi soldati spagnoli…con molti altri fuoriusciti e banditi… essi soldati sono usciti  dal castello  e hanno arrecato danni grandissimi ai proprietari  delle campagne e abitanti delle ville vicine (i borghi rurali) commettendo omicidi, rapine, incendi  e altri nefandi eccessi e di più, fatti alcuni uomini prigionieri, li condussero al castello obligandoli a pagar e grosse somme per il riscatto. Tali nefandità furono commesse come risulta con intelligenza dei signori Fulgosi nemici acerrimi dello conte Giacomo Anguissola di Montesanto“. L'attuale fisionomia della costruzione (un bell’edificio affiancato da un solido mastio rettangolare) è il frutto di numerose trasformazioni che ne fecero una dimora signorile, ma è ancora riconoscibile, sul fronte anteriore, il portale antico sovrastato dagli incastri del ponte. All’interno sono presenti vari ambienti con soffitti lignei a cassettoni e una ampia sala con camino decorato dallo stemma dei Barattieri. La realizzazione del loggiato principale è collocabile nella seconda metà del XVII secolo. Fu Gian Francesco della Veggiola, che verso il 1550 commissionò il progetto del castello all'architetto e ingegnere imperiale Domenico Gianelli di Siena. La costruzione fortificata conserva memoria del fondatore nell'epigrafe in latino sulla facciata. Con rogito del 14 settembre 1563 Bernardo della Veggiola vendette, per 36.000 lire, la quasi totalità della proprietà a Francesco Visconti dei marchesi di Brignano che nel 1566 divenne proprietario di tutto il castello. La vedova del Visconti vendette tutto, l’8 agosto 1572, a Ludovico Casati. Nel 1633 il castello passò ai conti Paveri Fontana. Dopo un periodo controverso (cause legali) nel 1696 i Barattieri ottennero conferma dell’investitura su Veggiola nella persona del conte Carlo Francesco. I Barattieri della Veggiola si estinsero nella prima metà del ‘700 con il conte Paolo, il quale nominava erede universale il nipote Fabio Petrucci. Ai discendenti del Petrucci il castello restò fino al 1850 circa quando la contessa Bianca, moglie del marchese Emilio Malvezzi Campeggi, alienò il bene. In epoche più recenti ne furono proprietari i fratelli Ghirardelli, i signori Gasperini e, infine, l’avv. Vincenzo Cairo che ne promosse importanti restauri. L’edificio è stato recentemente oggetto di un accurato restauro alle strutture portanti ed a tutte le coperture. L’immobile, per il suo valore storico, è sotto la tutela della Soprintendenza per i beni ambientali ed architettonici dell’Emilia. Una curiosità: il castello fu negli anni '60 scenario per un film di guerra con Rock Hudson e la Koscina ," I lupi attaccano in branco".



mercoledì 17 agosto 2016

Il castello di giovedì 18 agosto






CALTABELLOTTA (AG) – Castello

I due nomi del castello di Caltabellotta, che da alcuni è chiamato Conte Luna e da altri della Regina Sibilla (per distinguerlo dall’omologo di Sciacca) derivano: il primo dalla famiglia più importante che, nel corso dei secoli, ne ha detenuto per più tempo la castellania; il secondo da un fatto storico avvenuto all’interno di esso. Pochi segni rimangono di quella che doveva essere un’inespugnabile roccaforte; solamente un muro, un significativo portale e le fondamenta di alcuni vani resistono alle ingiurie del tempo. Anche se dal punto di vista architettonico poco è conservato, tuttavia è sempre entusiasmante salire lungo la ripida scalinata incastonata nella roccia, che permette di raggiungere la vetta a quota 949, comunemente detta il Pizzo, sulle cui pendici sorgevano le possenti mura dell’antico maniero. Carichi di leggenda e di storia, i pochi ruderi rimasti riescono ancor oggi ad infondere nel visitatore il fascino dell’antico Medioevo. Là, in alto, lo sguardo del visitatore può spaziare a 360 gradi ed è possibile ammirare uno splendido paesaggio, dall’entroterra siciliano fin dentro il mare africano, che non fa rimpiangere la limitatezza delle strutture castellane. Ci si rende così conto dell’importanza strategica che ebbe fino a quando, negli ultimi secoli del Medioevo, raggiunse il suo massimo splendore. Da lassù sono facilmente visibili: il castello di Giuliana, per qualche tempo pure dei Peralta; i resti del castello di Cristia, inerpicato su un promontorio sopra l’abitato di S. Carlo (Pa), che nel XIV secolo fu di notevole importanza strategico-militare nelle vicende che insanguinarono la Sicilia di allora; il castello saraceno di Burgio; il castello di Poggiodiana, posto al confine fra il territorio di Caltabellotta e di Ribera, di cui rimangono splendide vestigia e il Castello Luna di Sciacca, appartenuto alla stessa potentissima famiglia. Il castello, in quanto articolato a varie quote in aderenza simbiotica con la roccia della montagna, ha determinato l'importanza del sito come arroccamento nei periodi di crisi, dall'antichità all'età del vescovato bizantino di Triokala, al regno normanno, agli angioini. Le strutture del castello trovavano potenziamento da tutta la posizione dell'abitato e dal sistema di corridoi scavati nella roccia della struttura poi divenuta l'eremo di San Pellegrino. La posizione elevata e mimetica lo rendeva inespugnabile, ponendolo contemporaneamente in condizione di controllo del versante marino mediterraneo per un orizzonte molto vasto e in corrispondenza, attraverso collegamenti visivi con il sistema dei castelli dell'interno dell'isola, con il versante tirrenico. Il suo impianto planimetrico si presenta molto articolato, anche se quanto rimane di esso è estremamente ridotto. Si snodava a tornanti sul fianco della montagna, con più ambienti allineati quando i pianori lo consentivano. Lo scavo archeologico effettuato agli inizi degli anni '80 dall'architetto S. Braida, incaricato del restauro attuato poi nel 1984, ha messo in luce la base di un corpo aggettante a lato della torre con funzione di porta. Esso si presenta come un robusto contrafforte a scarpa, proteso verso il pendio. Oltrepassato il varco ogivale della porta, questa ci rivela un corpo a tre elevazioni. Dalla lettura effettuata per il restauro è emerso che sono stati connessi due diversi momenti costruttivi. Al portale ogivale esterno, per tutto lo spessore del muro, corrisponde all'interno una volta a botte a pieno centro che cela modifiche ad un manufatto di epoca precedente. Ciò si nota per le incongruenze non altrimenti spiegabili in un'opera costruita in unica soluzione. Il corpo della torre presenta un paramento murario a piccoli conci. La scansione dei tré piani è segnata dai fori dei solai, ora crollati, e distinta da nicchie e aperture. La più importante è una nicchia ogivale tanto vasta da costituire alloggiamento per un arciere; è visibile l'incasso per il posizionamento della balestra, denunciato all'esterno da una feritoia in asse con il portale. La porta-torre è stata restaurata in anni imprecisati, in quanto è visibile, come si ricava da alcune fotografìe di inizio secolo pubblicate da V. Giustolisi (1981), un crollo sullo stìpite sinistro. In proseguimento all'ingresso si sviluppano alcuni muri affioranti che occupano un pianoro, detto “Lugetta”. Lo scavo ha riportato alla luce un ambiente quasi quadrato, con le pareti rivestite di cocciopesto, probabile silos, e un altro ambiente di più ampie dimensioni, come si ricava dalla relazione di restauro dell'architetto Braida. Nell'intervento è stata ripristinata anche la via d'accesso al castello sul lato nord-est. La tecnica muraria della porta si presenta a sacco con rivestimenti in conci squadrati e riempimento di pietrame a pezzature regolari legato da malta grassa. Il castello di Caltabellotta pare sia stato riedificato nel 1090 all’arrivo dei Normanni. Tale riedificazione pertanto è avvenuta contemporaneamente a quella della chiesa della Madonna della Raccomandata, successivamente dedicata a S. Francesco di Paola, e alla chiesa del Salvatore, ubicata alle pendici del monte, la cui porta originaria era rivolta proprio in direzione del castello. Aldilà degli aneddoti popolari tramandati oralmente, è storicamente accertato che il castello di Caltabellotta, comunque lo si voglia chiamare, fu il luogo in cui venne ospitata la regina Sibilla e dove risiedeva, preferibilmente, la famiglia Luna al tempo del “Caso di Sciacca”. Nel 1194, infatti, morto re Tancredi cui successe il figlio Guglielmo III ancora fanciullo, la regina madre Sibilla cercò di organizzare la resistenza nell'isola contro lo svevo Arrigo VI, che avanzava alla conquista del regno di Sicilia e per prima cosa si preoccupò di mettere in salvo il giovane re e le altre tre figlie in questa sicura e inaccessibile rocca. Essendo il Pizzo un punto preminente rispetto ai territori circostanti e Caltabellotta luogo abitato fin dal tempo dei Sicani, certamente nei millenni è stato sempre adibito a posto di vedetta, considerando anche che, in giornate particolarmente favorevoli, è possibile potere osservare, a oriente, l’Etna quando è in attività, l’isola di Pantelleria e un notevolissimo numero di centri abitati. Vari avvenimenti sono sicuramente avvenuti all’interno di questo maniero. Secondo alcuni storici si vuole che nel novembre del 1270 sia stato tenuto al suo interno un famoso banchetto da Guido di Dampierre conte di Fiandra il quale, sbarcato a Trapani di ritorno dalla Crociata fatta con re Luigi IX di Francia, che in quell'impresa trovò morte e santità, volle festeggiare i suoi compagni d'arme assieme a re Carlo d'Angiò. Il nome di questo castello è ricordato anche, in una sua novella, dal Boccaccio (Decamerone giorn. 10.7). In essa si narra che attorno al 1282, la giovane Lisa Puccini invaghitasi perdutamente di re Pietro d'Aragona, quasi a morirne, pregò un valente trovatore di raccontare al re, in versi, la sua pena. Re Pietro commosso da tanto amore si recò da lei, che dalla gioia fu subito guarita, e le diede in sposo il nobile giovane Perdicone e in dote il castello e le terre di Caltabellotta. Verso la fine del XIII secolo divenne proprietà prima dell’Abate Barresi e poi di Federico di Antiochia; in seguito passò a Raimondo Peralta, che ottenne da Pietro II il titolo di Conte di Caltabellotta, e più tardi a suo figlio Nicolò la cui erede, Margherita, andò in sposa ad Artale Luna. Il maniero rimase alla famiglia Luna per più di due secoli fino al 1673 quando ne divenne castellano Ferdinando d’Aragona Moncada; per successive eredità passò ad Antonio Alvares Toledo duca di Bivona (1754) dopo di che il castello decadde. Altri link suggeriti: http://www.consorziodeitempli.ag.it/castello-di-caltabellotta.html, http://www.vivict.it/usi-e-costumi/misteri-di-sicilia-il-santo-graal-e-i-due-castelli-di-caltabellotta/