domenica 26 febbraio 2017

Il castello di domenica 26 febbraio






MENFI (AG) – Torre in frazione Porto Palo

Il borgo è sormontato da una torre di avvistamento costiera, una delle numerose torri di guardia costiero costruite nel 1583 per difendere le città siciliane da eventuali attacchi dei corsari. Ha pianta quadrata a forma di piramide cubica e si sviluppa su due piani. Era sottoposta al controllo del duca di Terranova che aveva l'obbligo di pagare lo stipendio all'artigliere e nominare gli altri due soldati pagati dalla Deputazione. Oggi la torre sovrasta il borgo di Porto Polo che si affaccia sul mare africano. Il borgo è dotato di un piccolo porticciolo per imbarcazioni da diporto e da pescherecci. È in progetto la costruzione di un nuovo porto turistico. Fu realizzata su proposta e progetto dell’architetto fiorentino Camillo Camilliani probabilmente a cavallo del secolo XVII. Classica tipologia camillanea con base tronco piramidale di mt 10,90 e fusto a base quadrata di mt 11,50 x 11,75. A piano terra sono quattro ambienti, uno dei quali adibito a cisterna. Il muro di base esterno è largo 240 cm, quello interno 80 cm. Accesso al solito dal lato opposto al mare ed al primo piano. Recentemente restaurata in modo incompleto in quanto non si è più realizzato il parapetto della terrazza del quale residuavano evidenti brani, per come si evince dalle foto d'epoca. Bisognava comunque ricostituire il basamento, in conci isodomi, che proteggeva la muratura. Si ipotizza il loro asporto per riuso nelle vicine abitazioni balneari. Ne residuano alcuni utili al restauro, che andrebbe esteso al solaio della seconda elevazione per evitare l'azione nefasta dell'acqua. Anche il paramento murario esterno andrebbe ripreso e consolidato pur mantenendo le porzioni di intonaco antico esistenti. Occorrerebbe la chiusura dello squarcio a livello di terreno con una grata per impedire che i visitatori possano usare degli spazi in modo improprio e collocare un cartello esplicativo impermeabile.


venerdì 24 febbraio 2017

Il castello di sabato 25 febbraio







MENFI (AG) – Castello di Burgimilluso

Si presume che in questa zona sbarcarono i Saraceni alla conquista della Sicilia, dove cominciarono a fissare i loro insediamenti e che la costruzione del Casale di Burgiomilluso nel 1239 sia stata eseguita su un sito già occupato da un borgo saraceno. Dopo la scomparsa dei musulmani in Sicilia, la terra di Burgiomilluso era rimasta priva di abitanti. Nel 1528, sotto la dominazione spagnola, Giovanni Vincenzo Tagliavia ottenne da Carlo V il privilegio di costruire un casale sul territorio di Menfrici. Ma fu solo un secolo dopo, nel 1638, che Diego Tagliavia Aragona Cortes diede inizio alla costruzione del primo nucleo urbano di Menfi concedendo terreni a famiglie di contadini del circondario e costruendo le prime abitazioni. È dal 1638 in poi che il villaggio rurale viene chiamato Menfi, che sostituì il nome di Burgiomilluso, di Burgimelluso, di Burgio, di Borgetto, nomi che avevano caratterizzato il territorio ed il casale. Senza dubbio il monumento più antico è da identificarsi nel Castello Svevo fatto costruire nel 1238 da Federico II di Svevia, forse sui ruderi di un fortilizio arabo. Lo studioso G. Agnello, che visitò il castello intorno alla metà del XX secolo, attribuiva l’edificio all’iniziativa di Federico II attraverso l’analisi architettonica e i pochi dati documentari disponibili. Gli studi più recenti tendono a confermare l’attribuzione di Agnello. L’unico documento che lega Menfi / Burgimilluso ad epoca federiciana è un’epistola databile al novembre del 1239, nella quale Federico II ordina l’edificazione “…ut apud Burgimill ad opus nostrum tantum habitatio fieret supra fontem magnum…”. Non è chiaro a cosa voglia riferirsi il termine “habitatio”, tuttavia è probabile che l’imperatore volesse costruire una “domus solaciorum” con caratteristiche tali da apparire nel contempo una fortezza. Per tutto il XIII secolo si fatica a trovare menzione del castello nei dati documentari. Agnello ritiene che nel 1258 Manfredi proprio a Burgimillusso e, presumibilmente, nel castello, confermasse i privilegi dati alla città di Palermo dal fratello Corrado. Nel 1264 si ricorda la “terra Burgimillus”, ma il castello è assente dagli statuta castrorum del 1275 e 1281 d.C. Nel 1283/84 re Pietro concede a Stefano di Nicola e a Filippo Guarichi di Sciacca il “casale quod dicitur Burgimillusium positum prope dictam terram Sacce..” insieme al casale Turbali dietro pagamento di circa 72 onze. Nel 1287 l’intera località fu concessa alla famiglia Manuele o de Manuele, che tenne il feudo fino al 1392. Solo in un documento del 1316 si accenna al castello di Burgimillus e nello stesso anno la torre subì un assedio da parte di truppe angioine, impresa che non sortì alcun effetto, causando di lì a poco il ritiro del contingente francese, a testimonianza della bontà dell’architettura castrale. Nel 1335 si ricorda ancora il castello di Burgimillus. Alla fine  del XIV sec. feudo e castello passarono nelle mani di Guglielmo Peralta e, successivamente, Burgimilluso divenne possesso dei Ventimiglia e dei Tagliavia fino alla prima metà del XX sec. Nel 1519 e nel 1637 furono emanate due licentiae populandi, delle quali solo la seconda ebbe esito positivo e generò l’attuale comune di Menfi. Il castello, entro la metà del XX secolo, fu adibito a carcere. Oggi noi conosciamo solo una Torre Federiciana di forma irregolare a quattro piani con un'altezza di 18,58 metri formata da due edifici quadrangolari tra loro riuniti ed addossati per metà di lato. Il sisma del gennaio 1968 ha completamente distrutto la torre. Al suo posto si costruì un edificio dalle fattezze simili, che inglobò i ruderi superstiti (lavori condotti dall'architetto Vittorio Gregotti, riproducendo la volumetria dell’antica struttura). Il  castello si caratterizzava per la presenza di tue torri affiancate, delle quali la seconda arretrata rispetto alla prima. Nell’angolo creatosi dall’innesto dei due dongioni si edificò, in un secondo momento, una scala a chiocciola coperta per l’accesso dal primo piano in poi. Erano tre le elevazioni della torre mastra: il piano terra era diviso in due ambienti, ciascuno dei quali coperto da volte a crociera;  al primo piano si osservava la presenza di altrettanti ambienti, il primo era coperto da una splendida e integra volta a crociera che trovava similitudini con le coperture di Castel Maniace e Augusta, la seconda sala era impreziosita da una volta ad ombrello con otto vele, simile alle coperture delle torri angolari di Castel Ursino e alle volte presso la Torre di Enna. Le coperture del secondo piano risultavano interamente rifatte e le antiche ogive apparivano decapitate in favore del terrazzamento di entrambe le torri. La terrazza era, inoltre, rinforzata grazie alla presenza di beccatelli e caditoie non coevi all’impianto originario dell’edificio e introdotti, presumibilmente, nel corso del XIV sec. d.C.. Le due torri, entrambi quadrate, non avevano le medesime dimensioni, la più grande, in pianta, misurava 9,40 metri per lato; la più piccola ne misurava solo 6,50. Agnello, che fu il primo e l’unico a poter studiare minuziosamente l’edificio, ritenne che il corpo di fabbrica fosse quanto rimaneva di un organismo ben più complesso, sebbene notasse una relativa integrità della costruzione. Proprio questo particolare ha spinto la ricerca più recente a considerare il castello di Burgimilluso come un raro esempio di dongione gemello o “donjons jumeaux”, la cui tipologia è presente soprattutto in Francia, come nel caso del castello di Excideuil (XII/XIII sec. d.C.). L’ipotesi del “dongione gemello” o doppio dongione spiegherebbe anche l’assenza di un’entrata al pian terreno, particolare evidenziato da Agnello. E’ possibile, infatti, che l’accesso al dongione avvenisse partendo dal piano “nobile” per mezzo di una scala esterna, oggi scomparsa. Gli studi più recenti ritengono che, in linea di massima, Agnello abbia correttamente attribuito la torre di Menfi ad epoca sveva. Purtroppo delle decorazioni architettoniche attentamente osservate dallo studioso siracusano nulla più rimane, così come del resto della struttura si conservano pochi monconi quasi del tutto illegibili. Ciò che ne resta oggi è una possente torre difensiva a pianta ottagonale di cui rimangono oggi i muri d'ambito del piano terra e gli innesti della volta soprastante. Vi si accede tramite un grande portale che incorpora l’unico frammento superstite dell’edificio federiciano e conduce ai servizi comunali ospitati nella nuova costruzione. E’ stata inoltre realizzata una nuova scalinata a spirale che fa da cerniera spaziale tra la torre e l’adiacente Palazzo Pignatelli. Le murature esterne sono state costruite utilizzando una pietra locale, il tufo.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Menfi#Architetture_militari, http://www.medioevosicilia.eu/markIII/castello-di-menfi-o-di-burgimilluso/, https://www.distrettoturisticoselinuntino.it/a.cfm?id=351

Foto: la prima, che mostra la torre originaria non più esistente, è una cartolina d’epoca, trovata su http://www.ebay.it/itm/29246-Cartolina-TP-Menfi-Piazza-e-castello-Burgio-Millusio-VG-1959/161870335148. La seconda, relativa a ciò che è visibile oggi, è presa da http://vineyardtour.it/luoghi/menfi/palazzo-pignatelli-e-torre-federiciana/#

Il castello di venerdì 24 febbraio






CRAVANZANA (CN) - Castello

Sorge sulla sommità della collina, al centro del paese, massiccio ed appartato; si presenta al visitatore circondato da mura che appaiono ancora oggi quasi inaccessibili. Fondato dalla famiglia Del Carretto (Enrico aveva ereditato il luogo), dominava il territorio tra le valli Belbo e Bormida, terre di passaggio tra i porti della Liguria e la pianura del Piemonte; prosperava sui proventi delle vie di comunicazione che percorrevano queste colline e sui commerci che le utilizzavano. Documentato a partire almeno dal 1190 fu ricostruito ed ampliato in numerose occasioni. Ceduto ad Asti, nel 1190, parecchi anni dopo e precisamente nel 1337, troviamo proprietari gli Scarampi, che lo ebbero in possesso per lungo tempo. Riguardo alla costruzione si hanno notizie di gravissimi danni che subì nel 1438 ad opera delle truppe mercenarie di Francesco Sforza e, un secolo dopo, nel 1535, fu la volta delle milizie spagnole, che lo saccheggiarono. In seguito a questi episodi il conte Verrua, che aveva sposato Margherita Scarampi, provvide, nel 1630 ad una prima ricostruzione, a cui seguì un rifacimento integrale nel 1731 ad opera del marchese Gian Giacomo Fontana, ministro di Carlo Emanuele III, che gli conferirono l’attuale aspetto. L’edificio, attuale rifacimento di strutture più antiche probabilmente dai caratteri difensivi più marcati, ha le caratteristiche del palazzo di abitazione, con la presenza anche di un giardino e di un raccolto parco. Secondo una tradizione, nel 1812, avrebbe sostato nel castello Pio VII, mentre, prigioniero di Napoleone I, era tradotto a Fontainebleau, nel corso di un viaggio che si svolse quasi sempre di notte ed in una carrozza dalle tende abbassate per nascondere l'identità dell'illustre personaggio. L'ipotesi pare però poco probabile e potrebbe essere nata dal fatto che nel castello di Cravanzana erano state portate ed erano gelosamente conservate le lenzuola, che servirono a Pio VII a Millesimo, durante una sosta del viaggio che il Pontefice compì a Savona il 15 agosto del 1809. Nel dopoguerra fu adibito a sede dell’Istituto Professionale per l’Agricoltura di Cuneo, che vi teneva corsi di specializzazione sulla coltivazione del nocciolo, e venne utilizzato come colonia estiva (apparteneva a Giovanni Ferrero che lo restaurò per le colonie estive dei dipendenti dell'azienda dolciaria albese). Negli ultimi anni, tornato di proprietà privata, è stato fatto oggetto di notevoli lavori di restauro che lo hanno riportato al passato splendore.

Fonti: http://www.comune.cravanzana.cn.it/Guidaalpaese/tabid/9272/Default.aspx?IDPagina=3075&IDCat=476, http://langhe.net/sight/il-castello-di-cravanzana/, http://www.centrostudibeppefenoglio.it/it/articolo/9-11-844/patrimonio-artistico/architettura/castello-di-cravanzana

Foto: la prima è di giancamonty 42 su http://mapio.net/a/66196308/, la seconda è di peteranna su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/160055/view

giovedì 23 febbraio 2017

Il castello di giovedì 23 febbraio








CANOSA DI PUGLIA (BT) - Castello

Verso la fine del III secolo Canosa divenne capoluogo della Regio II Apulia et Calabria, diventando nel secolo successivo anche sede di una tra le più importanti diocesi di Puglia, che raggiunse il culmine della sua importanza con il vescovo san Sabino (dal 514 al 566); la presenza della sede episcopale ha lasciato testimonianze artistiche di valore, tipiche dei luoghi di culto e l'architettura civile dimostra la centralità della città rispetto al territorio pugliese (da cui l'appellativo "città dei vescovi"). Diventata sede di gastaldato con l'invasione longobarda nel VI secolo, subì successivamente diverse devastazioni per mano dei Saraceni (scacciati intorno all'871). Canosa ritrovò un certo rilievo nel millennio successivo (XI - XII secolo) con i Normanni, grazie al particolare interesse mostrato dal principe Boemondo I d'Antiochia (che dal 1111 giace nel mausoleo ivi presente) e poi, sotto gli Svevi, da Federico II. Dall'età imperiale incominciò il declino, perdurato sino al XVIII secolo, accentuato dai molteplici terremoti (1361, 1456, 1627, 1659, 1731), dai numerosi saccheggi (in particolare, dei tarantini nel 1451 e dei soldati francesi di Napoleone nel 1803) e dalla perdita della sede vescovile: Canosa divenne un feudo, gestito però da casati di cui alcuni, in seguito, avrebbero segnato la Storia. Vi si annoverano gli Orsini Del Balzo, i Grimaldi di Monaco, i de Gemmis di Castel Foce, gli Affaitati di Barletta, i Capece Minutolo di Napoli. Il castello fu costruito sulla collina dei Santissimi Quaranta Martiri, a 142,5 mt sul livello del mare, in una posizione da cui si domina il territorio circostante fino all'Adriatico, al Gargano ed al Vulture. Nello stesso luogo, era già l'acropoli della città greco-romana: ne recano ancora memoria i grandi blocchi di forma parallelepipeda nella parte bassa delle strutture murarie. Il Castello oggi è in rovina: aveva forma di esagono irregolare, con sei torri quadrangolari sporgenti agli spigoli. La prima notizia su di esso è la resistenza opposta ai Longobardi di re Autari (584-590). Successivamente nell'XI secolo i Normanni ne fecero una delle sedi di potere più importanti del loro territorio: qui s'incontrarono i fratelli Boemondo e Ruggero Borsa nel 1089 per mettere fine alla rivalità scoppiata fra loro subito dopo la morte di Roberto il Guiscardo (1085). Probabilmente anche Federico II soggiornò qui durante i lavori di costruzione di Castel del Monte (avvenuti dopo il 1240). Incerta e discussa è la notizia della prigionia fino alla morte di Elena D'Epiro e dei suoi giovani figli dopo la sconfitta del marito Manfredi a Benevento (1266). Nel 1271 il Castello fu restaurato ad opera di Pietro D'Angicourt, l'architetto francese al servizio dei sovrani angioini che progettò anche il Maschio Angioino a Napoli. Durante il periodo aragonese fu dimora di modesti feudatari, fino a quando Agostino Grimaldi, signore di Monaco (1523-1532), ed il suo successore Onorato (1532-1581), come ricompensa per la fedeltà dimostrata alla corono spagnola, ottennero il titolo di conti su Canosa di Puglia e la signoria su Terlizzi, Monteverde, Ripacandida e Garagnone. Nel 1643 Canosa e il castello furono venduti all'asta: iniziò così il lento declino dell'edificio, che decadde, tanto da essere utilizzato come cava per la costruzione del vicino palazzo baronale. Nel 1704 il castello fu comprato infine dalla famiglia napoletana dei Capece Minutolo, cui è appartenuto fino al 1956, quando esso fu acquistato dal comune di Canosa di Puglia. Molte volte si parla di una leggenda, che narra che il principe di Canosa e la sua famiglia scapparono quando Canosa si trovava nei guai. Alcuni anziani odiano ancora oggi la famiglia reale e si dice che durante quel periodo i cittadini coprirono di rifiuti e terra il castello. Il castello è visibile da una strada conosciuta solo dalla gente che vive in quella zona. Si innalzano però soltanto delle mura. Per avere altre notizie storiche e architettoniche vi suggerisco di leggere la scheda di Luigi Bressan su https://www.mondimedievali.net/Castelli/Puglia/bat/canosa.htm. In questo video (di CATANYGNIGNI25) si può vedere qualche scorcio del castello: https://www.youtube.com/watch?v=vBYsUNRXZ9A

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Canosa_di_Puglia, http://wikitravel.org/it/Canosa_di_Puglia

Foto: la prima è presa da https://www.mondimedievali.net/Castelli/Puglia/bat/canos31.jpg, la seconda è presa da https://www.mondimedievali.net/Glossario/01/canos01.jpg. Le altre due sono foto che appartengono alla mia collezione.

mercoledì 22 febbraio 2017

Il castello di mercoledì 22 febbraio




ALFEDENA (AQ) - Torre castello longobardo

Nel “Liber Coloniarum II” vi è per Aufidena un passo molto importante: “Aufidena, muro ducta iter populo debetur per x-milites eam lege Iulia sine colonis deduxerunt-aeger eius per centurias et scamna est assignatus termini tiburtini sunt appositi limitibus intercisivis” (G. DE PETRA, 1901; Napoli “Aufidena – Scavi e topografia”). Aufidena secondo le parole riferite, venne penalizzata o multata di una parte del suo territorio, che fu concessa ad uno stuolo di veterani romani. Questi non furono costituiti in colonia e non la città fu aggregata ad essi, bensì essi alla città. Il luogo in cui furono collocati quei veterani si può ritenere con assoluta certezza che sia stato il colle di Castel di Sangro, forte per natura e munito di un castello pelasgico. Con le parole Lege Iulia viene indicato il tempo della deduzione. Quei veterani romani non arrivarono a fondersi con i nativi. La separazione materiale faceva nascere interessi diversi, forse opposti e quei contrasti venivano rinfocolati dal rancore degli Aufidenati per la sofferta diminuzione del territorio. Nel secondo secolo, quando l’impero decise la costruzione della Via “Sulmone-Aeserniam”, gli abitanti di Castel di Sangro, di origine romana, fecero valere le loro ragioni, potendo vantare la sua origine romana in contrapposizione all’origine sannita degli Aufidenati. E’ certo che i primi abbiano domandato ed ottenuto che la strada toccasse il loro caseggiato e non la vecchia città sannitica. Il trasferimento della sede municipale a Castel di Sangro è certissimo sia per i monumenti che per le opere pubbliche ivi costruite; in ogni caso, gli antichi abitanti italici rimasero attaccati al vecchio nido, attraverso i secoli vi perpetuarono il nome di Aufidena, ad onta dei dcreti imperiali e municipali. Forse l’Aufidena ufficiale durò sino alle invasioni barbariche, di cui qualcuna le fu fatale. Probabilmente fu depredata dai barbari in quanto posta sopra una via pubblica ed in un punto assai notevole per lo sbocco nella Valle del Sangro. Quel colle tanto comodo per un castello medioevale non restò a lungo deserto e intorno al castello Longobardo si raggrupparono i vassalli che, non potendo rivendicare il nome di Aufidena, ci appaiono come gli abitanti di “Castrum Sangri o Sari” (Instrumento dell’anno 1026 in cui Oderisio, soprannominato Borrello, abitator in territorio de Sangro in ipsum Castellum comitale dona a Montecassino il Monastero di S. Pietro a fonte Avellana che egli aveva edificato. – Gattola, hist. Abbat. Cassin. 1733. Prt. 1, pag. 238). I vecchi aufidenati, invece, protetti dal luogo remoto e segregato, poterono conservare al sito dell’antica città il suo proprio nome sotto la firma di Alfedena. Testimonianza della storia medievale del paese è la torre ottagonale del castello di Alfedena (XII secolo), che domina l'intero centro storico. Dai lati della torre si dipartono tratti delle antiche cortine. Una scalinata recentemente restaurata e provvista di illuminazione, consente la visita ai turisti. La porta di Alfedena, sul limite della piazza Umberto I, consente l'accesso alla piazza Sannitica e al nucleo antico del paese, e reca in chiave lo stemma aufidenate. Della torre di Alfedena, a pianta poligonale, si conservano solo sei lati. L'edificio, collocato nella parte più alta del borgo, si presenta in stile normanno. Con sommità cimata costituisce probabilmente l'unico esempio di struttura fortificata così realizzata in Abruzzo, mentre è possibile trovare dei confronti nell'architettura fortificata delle Marche e del Lazio. Qui potete visitare virtualmente la torre e i dintorni: http://www.italiavirtualtour.it/dettaglio.php?id=97512. Ecco un video, sempre inerente la torre (di Flo Romanca): https://www.youtube.com/watch?v=mPdCyEl4FnQ

 Fonti: http://www.comune.alfedena.aq.it/informazioni/dove-siamo/notizie-storiche, https://it.wikipedia.org/wiki/Alfedena, http://www2.regione.abruzzo.it/xCultura/index.asp?modello=torreaq&servizio=xList&stileDiv=monoLeft&template=intIndex&b=menuTorr2749&tom=749

Foto: la prima è presa da http://www.italiavirtualtour.it/virtual_tours/abruzzo/alfedena/vt/torre_ottagonale/images/pano_veduta.jpg, la seconda è di Bruno S. su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/75580

martedì 21 febbraio 2017

Il castello di martedì 21 febbraio






DENICE (AL) - Torre Del Carretto

Su un breve rialzo che sovrasta il paese si erge una torre quadrata alta 36 metri, costruita in epoca medievale dai Marchesi del Carretto, di stirpe Aleramica. La cortina lapidea e la sua sommità è ornata da tre file di archetti a sesto acuto, alternati da cornici a dente di sega; l’ingresso originale è ad arco acuto con architrave. La grande torre domina la Valle Bormida ed è possibile accedere alla sommità mediante scala interna (dotata di cento gradini) per godere uno spettacolo incomparabile. Di notevole bellezza è tutta l’area del borgo medievale, di forma circolare è uno dei meglio conservati dell’Alto Monferrato con splendide case in pietra finemente restaurate, con un insieme di stradine suggestive, piazzette archivolti, loggiati e case con portali. Altre notizie si possono trovare qui: http://www.comunedenice.it/storiadenice_besio.pdf

Fonti: http://www.comunedenice.it/public/comune/index.php?mod=09_La_Citt, testo su pubblicazione "Castelli in Piemonte" di Rosella Seren Rosso (1999)

Foto: la prima è di Peteranna su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/120773, la seconda è di Naldina47 su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/151645

lunedì 20 febbraio 2017

Il castello di lunedì 20 febbraio






MONTEMARANO (AV) - Palazzo Castello

La storia di Montemarano risale a molto prima dell’anno mille, alle sanguinose guerre tra Sanniti e Romani, e la città vanta, addirittura, di aver avuto sul proprio colle, dove oggi è la pregevole Cattedrale, un tempio dedicato a Giove. Orgoglio dei Montemaranesi è la tradizione, tramandatasi fino ad oggi, che a fondare la città sia stato un certo Mario Egnazio, ribelle e valoroso condottiero irpino, che si fermò su questi monti, dove riuscì perfino a sconfiggere le schiere romane. Sull’esempio di questo leggendario fondatore si spiega poi perchè la città in tempi remoti fu una fortezza inaccessibile, un osso duro per tutte le orde barbariche che cercarono di assediarla. Gli stessi Bizantini e Longobardi, sempre secondo la tradizione locale, dovettero arrestare le loro ambizioni di conquista di fronte all’ardua resistenza dei rustici abitanti, armati soltanto di roncole e scuri. Tuttavia il periodo più fiorente Montemarano lo visse intorno al Mille sotto l’episcopato di Giovanni, cittadino, vescovo e poi Santo protettore che, sullo sfondo di età tenebrose, seppe difendere il paese dagli avventurieri e dalle prime invasioni normanne. Giovanni con la forza della fede e della ragione fermò le spade, facendo di Montemarano un’oasi di pace e di benessere. Il nobile passato della città di Montemarano trova un’altra splendida espressione nel miracolo di S. Francesco. Difatti “la leggenda maggiore di S. Bonaventura di Bagnoreggio e il “ Trattato dei miracoli” di Tommaso Celano parlano di un evento miracoloso che ebbe luogo in questa città, dove una donna di nobile casato, che era già morta, ritornò in vita solo per il tempo di confessarsi e acquistare la pace dell'anima. La scena fu raffigurata da Giotto nell’affresco conosciuto come “Miracolo della morta di Montemarano”, nella Basilica Superiore di S. Francesco in Assisi. La sorte della città fu legata a quella dei vari feudatari succedutisi fino agli inizi del 1800. La città appartenne originariamente ai Saraceni, poi ai Della Marra e ai Caracciolo. Quindi, seguirono i Lagonessa e gli Strambone. Nel 1571 il feudo fu acquistato da Domenico Cattaneo, principe di S. Nicandro, e nel 1760 ne diventava padrone la famiglia genovese dei Beria, per la precisione, il marchese Giacomo Beria, che fu il librettista di Gioacchino Rossini. Poichè il musicista soggiornò a Napoli nel 1810, non è da escludere che egli si sia potuto ispirare in qualche sua opera ai suggestivi squarci paesaggistici del nostro territorio cittadino. Il Castello feudale nel 1835 fu acquistato da una nobildonna Inglese, Luisa Dylan Strakan. Il centro assurse a dignità di città al sorgere della diocesi. Essa comprendeva 18 casali, che portavano il nome di Santi. Dal punto di vista sociale, il periodo tra il 1400 e il 1500 fu il più importante, poichè nacque l’Università di Montemarano, che non era altro che il comune. L’Università si caratterizzò per il fiorire delle leggi che disciplinavano l’igiene, la macellazione, il seppellimento dei morti ed altri servizi essenziali. La decadenza investì la città di Montemarano tra il 1600 e il 1700 per le pestilenze che si susseguirono in tale periodo. Nel 1818 la diocesi fu soppressa e aggregata a quella di Nusco e nel 1820-21 anche Montemarano diede il suo contributo ai famosi moti rivoluzionari. Infatti, i cittadini si unirono ai fratelli delle vendite di Monteforte al grido di “ Costituzione o morte” e a Napoli combatterono i Borboni. Dal punto più alto di Montemarano, a circa 820 metri s.l.m., il Castello ha visto avvicendarsi secoli di storie e signorie feudali e ancora oggi domina il paese con la sua imponenza, anche se la sua struttura originaria è cambiata molto nel corso dei secoli e al momento risulta inagibile. Ancora si riconosce l'impianto medioevale sotto la veste tardo-rinascimentale con cui è stato trasfigurato nelle epoche successive alla sua nascita ma nulla più rimane delle torri che un tempo circondavano il maniero e della cinta muraria, visibile solo per un breve tratto in Via Sottocastello. L'accesso principale al castello doveva essere nell'antica via Vegliante, l'attuale via Roma, per mezzo di una maestosa scala, come raccontano le fonti storiche, mentre sul lato sud del castello c'era un vasto giardino. Ancora visibili le tracce dei signori che hanno abitato il castello, come lo stemma dei Della Lagonessa (o Leonessa) impresso su uno dei portali, raffigurante il leone rampante simbolo della famiglia in questione. Come tipico di molti castelli, nel cortile interno dovevano essere allocate numerose stanze di servizio, tra cui una farmacia. La storia del castello è legata, oltre ai suoi numerosi padroni, anche alla figura di Giovan Battista Basile, che vi dimorò in qualità di governatore di Montemarano tra il 1615 ed il 1616, periodo in cui terminò la prima stesura della sua più grande e conosciuta opera, "Lo Cunto de li Cunti". L'edificio, che si presenta oggi come un palazzo residenziale con linee architettoniche in stile rinascimentale, è in parte di proprietà privata. Solo il livello terraneo ha mantenuto la conformazione originaria. Notevole è il portale, tramite il quale si accede al cortile interno ed al giardino di corte. Le vaste stanze dei piani superiori si raggiungono percorrendo una vasta scala in pietra locale. Per approfondimenti è altamente consigliata la visita del sito ufficiale del monumento: http://www.palazzocastellomontemarano.eu/index.html, dove trovare altre notizie storiche e architettoniche.  

Fonti: http://www.comune.montemarano.av.it/page.aspx?id=storia, http://www.museodeicastelli.it/castelli/52-montemarano-castello-medievale.html, http://www.castellidirpinia.com/montemarano_it.html, http://www.irpinia.info/sito/towns/montemarano/castello.htm

Foto: la prima è presa da http://www.museodeicastelli.it/images/museo/castelli/Castello_di_Montemarano.jpg, la seconda è di Beniamino Palmieri su https://twitter.com/benpalmieri/status/655735675396968448