lunedì 24 aprile 2017

Il castello di martedì 25 aprile






PAGO VEIANO (BN) – Castello di Terraloggia (o Torre)

Terraloggia risulta abitata gia in età romana. All'inizio dell'età normanna era un feudo ricco, murato e forte, ben protetto da un castello di cui esistono ancora le tracce delle mura, mentre la Torre è una costruzione certamente più recente. Il nome di Terraloggia deriva Terra Rubea, cioè Terra Rossa, da cui per inflessioni successive di pronuncia, si ebbe Terra Roggia, Terra Loggia, Terraloggia. Fece parte prima della contea di Ariano poi di Buonalbergo. Nel 1113 questo feudo era posseduto dal normanno Roberto di Sicilia che mosse guerra ai beneventani i quali, in numero di circa quattromila, guidati da Landolfo della Greca, distrussero e saccheggiarono Terraloggia. Nell'incendio del castello morì tra le fiamme lo stesso Roberto. In seguito il feudo, di nuovo discretamente abitato, fu posseduto, con quello vicino di Mannaro, da Guarino di Terrarubea che nel 1170 partecipò alla crociata bandita da Guglielmo il Buono. Nel 1482, morta Maddalena Caracciolo, signore di Terraloggia divenne il figlio Tirello Mansella che tanta parte ebbe nelle lotte civili che si scatenarono a Benevento, divisa in due opposte fazioni capeggiate dalle famiglie dei Mansella e dei Capobianco. Dopo i Mansella, il feudo nel 1605 passò ai Caracciolo e da questi, nel 1681, ai Pignatelli. Nel 1703 fu venduto per 14 mila ducati a Vincenzo Mastrilli che poi lo cedette a Giacinto Muscettola, duca di Spezzano. Nel 1727 fu ricomprato dai Pignatelli. In seguito passò al Marchese de Girardi e al Marchese di Montesilvano. Il castello è stato ristrutturato nel XVI e nel XVIII secolo fino ad essere trasformato in una grande villa rustica ed essere abbandonato dopo il sisma del 1980. In origine il complesso era composto di cinque piani e 365 stanze. Sul portale compariva uno stemma nobiliare, poi trafugato. Altri link suggeiti: https://gangalephoto.wordpress.com/2012/05/24/castello-di-terraloggia/, http://www.comune.pagoveiano.bn.it/PagoVeiano/index.asp?sezione=monumenti, https://www.flickr.com/photos/90305006@N03/sets/72157667043746566/, articolo di Lucia Gangale su http://www.realtasannita.it/articoli/articolo.php?id_articolo=20699


Il castello di lunedì 24 aprile






GREVE IN CHIANTI (FI) – Castello di Sezzate

Sezzate presenta alcuni dei caratteri tipici di un castello medievale: in primo luogo, la sua posizione all’imbocco di una valle ne giustifica l’esistenza sul piano militare; inoltre è costituito da due nuclei: uno destinato alla residenza dei signori (“cassero”), l’altro alla popolazione concentrata nel villaggio circondato da mura che aveva una chiesa parrocchiale dedicata a San Martino. Il castello venne edificato sull'antico tracciato romano che percorreva la valle di Cintoia e se ne fa menzione per la prima volta nel 1176, in un documento dell'abbazia di San Cassiano a Montescalari (datum in castro de Sezate). In un altro documento del 1322 è citata una comunità rurale, platea communis a Sezzate in Val di Greve. Appartenente in origine alla famiglia Alamanni, Sezzate passò in seguito nelle mani dei conti Guidi, i maggiori rappresentanti dell’Impero in questa parte della Toscana e, proprio per questo aperto schieramento dei suoi signori, venne coinvolto, nel corso del XIII secolo, negli scontri tra il partito guelfo e quello ghibellino, subendo dei danni che non ne compromisero però le funzioni vitali se, ancora agli inizi del Trecento, in prossimità del castello aveva luogo  un mercato destinato ad una clientela di un’area relativamente ampia (da Strada in Chianti a Rubbiana). Dopo aver assicurato le funzioni di residenza di tipo “signorile” per la famiglia fiorentina dei Bardi, che possedeva anche il dirimpettaio fortilizio di Mugnana, come molte omologhe, anche questa struttura venne destinata ad abitazione di contadini e divisa in unità abitative subendo poi un progressivo abbandono, fino al restauro che negli ultimi decenni ha riportato alla luce le originarie murature medievali, togliendo l’intonaco dalla maggior parte della cinta ed eliminando alcune superfetazioni successive all’edificio di età medievale. Il castello, durante il XVII secolo e il XVIII secolo subì delle modificazioni. La cinta muraria ha andamento quasi circolare ed è formata da edifici che compongono l'abitato. La sua torre si trovava nel punto più elevato e di essa resta la parte basamentale. Nel castello si conserva una pala che raffigura la Madonna seduta in trono col Bambino Gesù, insieme a sant’Antonio abate e a santa Lucia; san Giovannino è inginocchiato sui gradino del trono e in primo piano si vedono le figure dei committenti in preghiera, due membri della famiglia Bardi. Il fondo mostra due scorci di paesaggio: il castello di Sezzate, prima delle modifiche del XVII e XVIII secolo, e forse il fiume Ema. L'attribuzione del dipinto è difficile perché esso è stato restaurato, comunque una attribuzione è stata fatta a Giuliano Castellani detto il Sollazzino. Degne di nota sono alcune arciere (feritoie lunghe e strette per permettere il tiro con l’arco) recentemente ripristinate insieme ad alcune buche pontaie (alloggiamenti nel paramento destinati a sostenere dei ponteggi in legno). La scarpata visibile alla base della struttura è probabilmente da considerare più tarda ed apposta sia per motivi di difesa dalle armi da fuoco, sia per rinforzare la solidità dell’edificio.



sabato 22 aprile 2017

Il castello di domenica 23 aprile






MONTE VIDON COMBATTE (FM) – Mura e palazzo Pelagallo

Monte Vidon Combatte è situato su di una collina, all'interno della media Val d’Aso, sul versante sinistro del fiume Aso. Per la sua posizione strategica è sempre stato oggetto di contese tra la giurisdizione di Fermo e quelle dell’abbazia di Farfa. La leggenda narra: "C'era una volta, sul colle della sponda sinistra del fiume Aso, un antico Castello munito e forte, e Guidone ne era il feudatario. Un brutto giorno però, come spesso accadeva in quei tempi litigiosi, egli entrò in guerra contro il signore della Rocca Monte Varmine, che voleva espandersi anche sull'altra sponda del fiume, e Guidone, ahimè, era proprio di fronte al suo Castello. La battaglia si faceva sempre più cruenta e venutosi a trovare in grande difficoltà Guidone incaricò un messaggero di consegnare una missiva a suo fratello Corrado che era Signore di un Castello nelle vicinanze. Il messaggero arrivò al galoppo al cospetto di Corrado. Questi lo accolse e lesse il messaggio che il fratello Guidone gli aveva fatto recapitare: “Corri Corrado che Guidon Combatte!”. Era una richiesta disperata di aiuto da parte di Guidone che stava con fierezza resistendo al nemico. Dell'esito di quella battaglia nessuno sa a tutt'oggi il responso, ma probabilmente la minaccia fu respinta e Guidone ebbe la meglio, grazie al soccorso fraterno, tanto che da quel giorno in poi i Castelli dei due fratelli Corrado e Guidone furono legati indissolubilmente da questo fatto d'armi medievale e chiamati: Monte Vidon (da Guidone) Combatte e Monte Vidon Corrado.". Il paese, successivamente, seguì le vicende della città di Fermo, di cui divenne un produttivo possedimento agricolo. Monte Vidon Combatte è un castello su un’altura il cui circuito murario ricalca le fattezze del sito, di pianta vagamente trapezioidale. Intorno al paese è conservato buona parte del tracciato delle cortine castellane caratterizzate (specie quelle del fronte meridionale) da una scarpatura in pietrame e da una torre rompitratta prossima ad un loggiato pensile innestato proprio sulla scarpatura che precede di pochi metri l’odierno ingresso. Le mura, recentemente restaurate, nel corso dei secoli XIV e XV furono dotate di torri rompitratta: alla porta principale venne associata un’antiporta con dispositivo a trappola (porta a doppio fornice), ponte levatoio e caditoie. L’elemento fortificato di spicco è la Ianua Castri, un corpo di fabbrica che ha subito almeno due momenti costruttivi. Prima di immetterci nella Porta a doppio fornice della metà del XIV sec., l’attenzione viene attirata dalla loggia a cinque archi, incorporata in un palazzo privato, il Palazzo Pelagallo di origine trecentesca, una volta di proprietà di signori feudali. L’odierno ingresso cui si accede per il tramite di una ripida rampa non è quello originario, essendo stato (quello più tardo) ricavato sventrando la parte est dell’edificio che costituisce la porta castellana. Il primogenio ingresso si trova infatti a meridione, forse anticamente appellato “Porta da Sole”. Il fornice della porta originaria con arco ogivale (quindi di matrice trecentesca) è ripetuto in quello di uscita, seppure di restauro. Trovandosi a dislivello la porta era servita da una rampa successivamente demolita, allorché si è deciso di spostare l’ingresso da meridione a oriente. La porta era attrezzata alla sua destra con una feritoia da spingardella, arma da fuoco leggera su cavalletto. La realizzazione del secondo fornice (caratterizzato da un arco a tutto sesto) ha determinato un innalzamento della quota del piano interno di calpestio della porta castellana, con parziale tamponamento del primigenio fornice ogivale ed in parte anche della feritoria da artiglieria leggiera testé menzionata. L’odierna copertura a capanna del corpo di fabbrica analizzato, ha sostituito un apprestamento in aggetto su sporto di beccatelli e caditoie che coronavano con il parapetto merlato la porzione terminale della torre portaia. Di questo apprestamento residuano due grossi beccatelli nel lato posteriore della torre, ove verosimilmente si trovava il probabile ingresso a dislivello per accedere negli alloggi delle scolte deputate alla difesa della porta (il vano soprastante all’androne della porta-torre era infatti verosimilmente destinato ad alloggio delle scolte). L’androne è caratterizzato dalla presenza nella parete ovest di tracce di un affresco cui oggi è stata aggiunta in posizione sottostante la riproduzione ceramica di una Madonna crivellesca. Attraverso il primo fornice, alquanto suggestivo si accede al vecchio incasato; superato il secondo, per un altro arco, si arriva al centro storico, interessante per la Chiesa Parrocchiale di San Biagio, progettata dall’architetto ticinese Pietro Maggi sul finire del secolo XVIII, dotata di un possente campanile recentemente restaurato. La torre campanaria della chiesa parrocchiale si fonda sui resti di una torre quadrata del perimetro castellano di chiara matrice militare: ne fanno fede diverse feritorie per bombardiere.

Maurizio Mauro, Castelli rocche torri cinte fortificate delle Marche (I castelli dello Stato di Fermo), castella 72, vol. IV, Tomo II, [Roma], Istituto Italiano dei Castelli / Adriapress Ravenna, 2002; pp. 395-399; l’opera complessiva è di 8 volumi

La torre rompitratta, ovvero l’ingresso del castello, ha subito numerose modifiche dalla sua origine altomedievale (X-XII sec.) grazie alle alterne vicende del suo fossato e del ponte levatoio. Con il ponte levatoio aumentava la capacità di difesa della torre tenendo a maggior distanza dalle mura gli eventuali assalitori. Tutto l’edificio di ingresso risultava probabilmente più basso di oggi e vi era una merlatura (le cui tracce si possono intravedere nella muratura) presidiata da arcieri. Certamente dalla seconda metà del XV al XVII sec., la struttura del castello e della porta d’ingresso subì dei cambiamenti. In effetti in questo lasso di tempo vennero realizzate le evidenti scarpature, le feritorie per le armi da fuoco (per bombardiere, spingardella, ecc…) in molti punti della cinta delle mura, ed in particolar modo sulla torre a nord del castello, anch’essa cimata come richiesto dalle nuove esigenze militari (base della futura torre campanaria progettata da Pietro Maggi sul finire del XVIII sec); forse sempre nello stesso periodo fu realizzata la copertura a capanna della torre rompitratta. Ci fu quindi sicuramente un adeguamento alle nuove tecniche guerresche di tutto l’apparato difensivo del Castrum. Non è noto se nello stesso periodo o in epoca più tarda, ma di certo il ponte levatoio dovette rappresentare una scomodità. Bisogna considerare che il fossato richiedeva una certa manutenzione e se molti erano i suoi vantaggi, ben molti erano anche i suoi svantaggi, come le esalazioni maleodoranti, le malattie che può portare l’acqua stagnante e, nel caso in questione, l’eccessivo restringimento del tratto stradale, oltremodo scomodo: si preferì eliminare il ponte levatoio e il fossato. Così facendo si abbassò il profilo della torre rompitratta e venne forse deciso di elevarla di qualche metro coprendo i vecchi merli (ormai solo un ricordo dei vecchi metodi di guerra) e di predisporla di feritoie anche basse per fornire la difesa radente, tecnica utilizzata dalla comparsa delle armi da fuoco. In effetti abbiamo ancora oggi la testimonianza di una feritoia da spingardella, arma da fuoco leggera che si usava su un cavalletto, che è posta proprio in direzione d’entrata al castello. All’estremità alta della torre è visibile un semicerchio, presumibilmente di un vecchio orologio o di una meridiana: forse era realizzato dello stesso stile di quello più piccolo in basso oggi visibile.

Gianluca Monaldi, L’architettura militare nel fondo antico a stampa della biblioteca Oliveriana di Pesaro, tesi di laurea dattiloscritta in Conservazione dei Beni Culturali, Urbino, 2006.




Il castello di sabato 22 aprile







PANICALE (PG) – Castello di Montali

Antico castello di poggio a 18 chilometri da Perugia, si eleva maestoso in posizione dominante e strategica sulla piana di Tavernelle e del Nestore, vicino al lago Trasimeno, non lontano dalla boscosa e superba Rocca di Montalera. Nel 1136 il vescovo di Perugia Rodolfo acquistò “Castrum de Monte Agili [Montali] quod ab Othone et fratribus suis, fillis Mancini, cum corte sua“. Nel secolo XII uscì dall’influenza del Chiugi ed entrò a far parte del sistema difensivo perugino: dal secolo XIII appartenne al contado di porta Santa Susanna. Nel 1282 contava quasi 300 abitanti ed era notevolmente fortificato; come castrum si trova ancora nei documenti catastali del 1370. Nel 1356 “Bernardus Martini de castro Montalis comitatus Perusij“, in qualità di notaio, fu al seguito del podestà di Firenze Guido Della Corgna. Nel 1402, quando Perugia si sottomise a Gian Galeazzo Visconti (1347-1402), Montali subì l’occupazione delle truppe pontificie che vi sostarono un anno intero. A partire da quella data, il castello vide uno spopolamento che durò fino al 1450, dimezzando il numero originario degli abitanti; nella seconda metà del ‘400 riprese vigore l’attività agricola che comportò di conseguenza un aumento dei residenti. Nel 1483 i priori di Perugia confermarono i nuovi Statuti di Montali; nel 1489, con la salita al potere dei Baglioni e la conseguente cacciata dei Degli Oddi, Armanni Della Staffa e Arcipreti, furono riparate le mura con l’aggiunta di un torrione. Nel 1525 ottenne la cittadinanza perugina Menecus Baptiste Marchetti di Montali, esperto calzolaio. Durante la Guerra Barberina subì gravi danni tanto che venne progressivamente abbandonato. Nel castello nacque il celebre giureconsulto Onofrio Bartolini, allievo di Bartolo da Sassoferrato (1313-1357) e Baldo degli Ubaldi (1327-1400), che insegnò, a partire dalla fine del ‘300, Diritto Civile nell’Università di Perugia. Nel 1817, quando Panicale divenne vice-governatorato, Montali passò sotto la sua giurisdizione. Dell’antica struttura fortificata ci sono pervenute numerose testimonianze: la porta d’ingresso e due torrioni angolari sormontati da un camminamento di ronda, mentre il nucleo abitativo è di epoca settecentesca. Attualmente il castello, dopo aver subito sapienti restauri, è diventato residenza di una comunità di villeggianti tedeschi, come molte altre località poste nel Comune di Panicale. A tal riguardo segnalo l’esistenza del seguente sito web, in lingua inglese: http://www.castellodeimontali.it/. Il castello è costituito da un corpo principale, una antica torre del XII secolo ed una dépendance racchiusi da una cinta muraria che solo in parte, è ancora esistente. Un’ampia terrazza naturale offre una vista mozzafiato sul Lago Trasimeno. In questo video di Claudio Mortini si vedono anche scorci dell’edificio: https://www.youtube.com/watch?v=VSYJokbFrQw



venerdì 21 aprile 2017

Il castello di venerdì 21 aprile




MINERVINO DI LECCE (LE) - Palazzo Venturi

In epoca normanna, il casale fu concesso nel 1269 al signor Ruggero Sambiasi, di una famiglia forse originata dalla potente Casata dei Sanseverino. Dal re Filippo fu successivamente donato a Ugone Billotta, dopo averlo sottratto a Giordano de Paleano. Al tempo di Carlo d'Angiò parte del casale appartenne a Ruggero Maramonte. Quindi fu la volta dei Prato e di Nicolantonio de Frisis (1378), proveniente da una nobile famiglia leccese già testimoniata all'epoca di re Manfredi. Ritornato ai Maramonte, venne venduto ai Gargano nel 1584. Nei primi decenni del XVI secolo Minervino contava 95 famiglie corrispondenti a circa 475 abitanti. Fu feudo dei Filomarini, duchi di Cutrofiano, e dal 1619 dei Venturi, ai quali venne successivamente riconosciuto il titolo ducale. Nei tempi passati oltre ai Venturi vi furono moltissime famiglie gentilizie, le più note furono i Morì della Gatta, gli Scarciglia e gli Urso dei quali si conservano le rispettive dimore gentilizie. Fino al 1650 l'attuale Minervino era diviso in 16 "borghi": "Borgo Minervino", "Borgo Murtole", "Borgo Giudecca" ed altri. Ogni borgo contava dalle 50 alle 100 persone. D'altronde, questi borghi altro non erano che delle masserie. Il Borgo più importante dei sedici era quello detto "Borgo Minervino", una masseria che andava da piazza San Pietro alla Chiesa Madre e contava 150 abitanti. Palazzo Venturi è una severa struttura cinquecentesca che può essere considerata una vera e propria fortezza. Si distribuisce su due piani e in corrispondenza delle finestre e del portale d'ingresso sono posizionate alcune piombatoie che servivano a difendere l'edificio dagli attacchi stranieri. Oggi l'edificio è adibito a hotel di lusso (sito web www.palazzoducaleventuri.com). Di particolare valore artistico è il portale bugnato sul quale troneggia lo stemma dei Venturi. Alcune leggende raccontano che il Duca Venturi di Minervino avesse una relazione di grande amore e passione con la Badessa del Convento e fece costruire un cunicolo sotterraneo che collegava il palazzo al monastero. La loro relazione andò avanti per molti anni, ma il Duca si innamorò perdutamente di una Novizia appartenente ad una nobile famiglia napoletana. La Badessa presa da gelosia fino alla pazzia la drogò e la fece seppellire viva nel cunicolo che portava al convento, facendolo murare e chiudendolo con una porta di una cella delle prigioni di Otranto (porta della cella che è stata ritrovata a ben tre metri sotto terra in fase di restauro e scavi per la vasca della piscina interna). La Badessa obbligò inoltre il Duca Venturi a far murare la porta dell’alcova dove i due amanti si incontravano. La Badessa aveva perduto la fede ed arrivò persino a lanciare una maledizione sulla camera da letto del Duca “hic amor mori” (qui l’amore morì). Questa maledizione fu poi tolta e le forze del male furono cacciate da Sant’Eligio (vedere storia del Santo). Tradizioni, leggende, verità o falsità. La Proprietà ha deciso di ricreare la stanza della maledizione mettendo l’antica porta (ritrovata durante i restauri) al primo piano del palazzo dove si presume fosse collocata.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Minervino_di_Lecce, http://www.palazzoducaleventuri.com/la-storia/

Foto: la prima è di Lupiae su https://it.wikipedia.org/wiki/Minervino_di_Lecce#/media/File:Minervino_di_Lecce_Palazzo_Venturi.jpg, la seconda è presa da http://www.hote-italia.com/en/puglia/luxury-small-hotel-minervino-di-lecce.html


giovedì 20 aprile 2017

Il castello di giovedì 20 aprile







DUINO AURISINA (TS) - Castello Inferiore

La storia del comune è legata a doppio filo con le vicende storiche seguite dal Castello di Duino. La signoria duinese risale, almeno, al 1211 (se ne fa menzione nei documenti relativi alla Pace del Timavo). Prima vassalli del patriarca di Aquileia poi del Margravio d'Istria infine capitani dei conti di Gorizia. Nel 1366 si dichiararono fedeli agli Asburgo. La famiglia dei Duinati si estinse nel 1395, sostituita nel comando dai Walsee. Nel 1587 la signoria passò ai milanesi Della Torre di Valsassina. Ciò che resta della rocca inferiore (o Castello Vecchio) va a fondersi direttamente nella pietra sottostante, in un tutt’uno quasi indistinguibile. Su tutto, domina la torre centrale. Alla rocca si poteva accedere per un unico sentiero impervio e fortificato lungo il muro di cinta. Un ponte levatoio si trovava dove oggi è posto l’ingresso alla rocca. Il Castello Vecchio era di piccole proporzioni, ben difeso dall’inaccessibilità delle rupi e, dalla parte di terra, da uno stretto corridoio limitato da mura e da passaggi obbligati, unica via di accesso. La parte principale, che fungeva pure da abitazione castellana, era costituita da una torre rettangolare attraversata da un sottopassaggio a volta. Una stretta scala, parte scavata nella roccia e parte costruita ad arte, saliva all’interno del castello passando sotto l’arco della torre; alte e grosse mura la proteggevano dal lato rivolto al mare. La torre era a due piani, dei quali ora il secondo è rovinato; anche il piano sopra l’arco non esiste più. E’ rimasta intatta solo la parte inferiore, probabilmente adibita a cappella: sono infatti visibili tracce degli antichi affreschi che decoravano le pareti e la volta del soffitto. Un leggio in pietra è incastrato nel muro all’altezza di una piccolissima finestrella gotica aperta nella parete per dare luce al leggio stesso. Non si trovano tracce di scale in muratura, né esterne né interne; si può supporre che l’accesso al piano superiore avvenisse per mezzo di scale esterne di legno. Infatti sulle mura della torre si notano incavi quadrati ove presumibilmente erano incastrati i supporti della scala, probabilmente mobile, per assicurare, in caso di assedio, una perfetta difesa agli abitanti della torre. Oltre a questa costruzione vi dovevano essere altri baraccamenti nello spazio antistante. Una traccia di un altro edificio si nota nel piccolo cortile, chiuso dalle mura che circondavano completamente tutto il perimetro irregolare dello scoglio, lungo le quali corrono alcuni camminamenti strettissimi scavati nella roccia e collegati tra loro. Il castello era veramente inespugnabile e, infatti, provarono a porvi assedio, ma inutilmente, i Veneziani nell’anno 1369, durante la guerra condotta in ostilità a Trieste. Duino allora parteggiava per la vicina città e procurava danni alla flotta veneziana utilizzando i “gabardelli duinati”, piccole imbarcazioni veloci usate dai corsari adriatici. E' probabile che una parte della torre sia servita a lungo come prigione. Sotto ai ruderi si intravede una roccia a picco sul mare che pare una donna pietrificata avvolta in un mantello, la famosa Dama Bianca. Secondo una leggenda una nobile dama, la castellana Esterina da Portole, venne gettata dalla rupe nella notte dei tempi dal suo signore, marito geloso. Ogni notte la dama si stacca dalla roccia e vaga per il castello cercando invano la culla della sua bambina: all’alba ridiventa pietra. Tra i due castelli si può notare una roccia che con l’alta marea rimane isolata e che viene chiamata Scoglio di Dante. Il Patriarca Cassano della Torre (1316/1318), nella sua precedente carica di Vescovo di Milano, incoronò Arrigo Re d’Italia nel 1311. La cerimonia si svolse nella Basilica di Aquileia e vi partecipò, oltre al successore del Patriarca Cassano della Torre, Pagano della Torre, anche Dante Alighieri come ambasciatore di Cangrande della Scala. Sembra che in quella occasione proprio Dante sia stato ospitato nel feudo di Duino da Pagano della Torre, non ancora nominato Patriarca (1319/1332). La storia del castello e dei signori di Duino si congiunge in questo periodo con quella di Aquileia e dei suoi patriarchi della Torre. Il casato raggiunse l’apice della potenza con Ugone VI (1344 – 1391), il quale si era sottomesso ai duchi d’Austria ottenendo la reggenza di Trieste. La famiglia dei Duinati intreccia la sua storia con quella dei Walsee grazie al matrimonio tra Ugone VI e Anna Walsee e nel 1389 iniziò l’edificazione del castello nuovo attorno alle rovine della preesistente torre romana, per volontà di Ugone, ultimo rappresentante della dinastia dei Duinati. Quest'ultimo, trovando il vecchio maniero troppo angusto per i nuovi tempi, chiese ed ottenne, dal duca d’Austria Alberto, la licenza di erigere un castello più grande. Ultimato questo, il vecchio nido venne affidato alla custodia di un gastaldo, ma non essendo più abitato, lentamente cadde in rovina. Già nel XVI sec. era ridotto ad un rudere: sono proprio questi ruderi che creano uno scorcio di grande suggestione, ammirabile da una terrazza sul mare del Castello nuovo. Sembra però che nel 1478, anno di una delle scorrerie mussulmane, l’antica rocca, difesa dai Cavalieri di Rosa e Croce, opponesse resistenza a quelle milizie. Ma dopo breve assedio i difensori furono costretti alla resa e il fortilizio venne gravemente danneggiato. Del castello nuovo il blog ha già trattato (http://castelliere.blogspot.it/2010/10/il-castello-del-giorno_08.html).

Fonti: http://www.imagazine.it/notizie-trieste-gorizia-udine-friuli/99-cultura-e-spettacolo-la-memoria-della-pietra, https://it.wikipedia.org/wiki/Duino-Aurisina, testo di Amalia Vitiello su http://www.italiadiscovery.it/storia/castello-vecchio-di-duino.html, http://storias.altervista.org/duino.html

Foto: la prima è di rasevic su https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Duino#/media/File:Peninsula_near_castle_Duino.JPG, la seconda è presa da http://castelliedintorni.blogspot.it/2009/05/il-castello-di-duino.html

mercoledì 19 aprile 2017

Il castello di mercoledì 19 aprile





PERLOZ (AO) - Castello dei Valleise

E' il più antico dei castelli presenti nel comune di Perloz. Sorge al centro del capoluogo a dominare la Valle del Lys. In patois perlois viene chiamato anche Ohtàl, nome che deriverebbe o dal latino hospitalis o dall'antico francese ostel. La presenza di una sala domini nel capoluogo di Perloz è già attestata in un documento del 1195. Il castello dei Vallaise, come il vicino castello Charles (http://castelliere.blogspot.it/2011/11/il-castello-di-mercoledi-9-novembre.html), appartenne all'antica famiglia valdostana dei Vallaise, che possedeva varie terre tra Perloz, Fontainemore e Lillianes, e anche il castello inferiore di Arnad. La famiglia, che aveva come centro di potere Perloz, prese il nome proprio dal torrente della zona: il Lys un tempo era chiamato Hellex in latino, e i signori delle terre del Lys erano i signori delle Vallis Hellesii, da cui Vallaise. Abbiamo poche informazioni sul castello e la vita quotidiana dei castellani nel medioevo. Probabilmente tra la fine del XIV e i primi del XV secolo si sono svolti alcuni interventi architettonici. Il 30 giugno 1944, durante un rastrellamento, il castello e un centinaio di case del paese vennero incendiate dai nazi-fascisti. Oggi ciò che restava del borgo, e il castello con esso, è stato ristrutturato. Il castello si presenta come un edificio massiccio di quattro piani di cui restano i soli muri perimetrali. Le sue imponenti dimensioni dovevano avere anche un significato politico: la casa-forte doveva infatti colpire lo sguardo di quanti risalivano la Valle del Lys, dando prova della potenza della Famiglia Vallaise. Il complesso è stato ripreso e rimaneggiato in momenti successivi, anche con campagne di restauro decise, come dimostrano varie tracce nel muro perimetrale. Ad esempio, una finestra a crociera decorata con le insegne dei Vallaise e degli Challant e risalente a poco prima del 1477, realizzata per la celebrazione del matrimonio tra Pietro Vallaise de la Côte e Antonia, figlia di Guglielmo di Challant - Villarsel, venne asportata nei secoli scorsi dal castello dei Vallaise e rimontata sulla facciata del castello Charles, dove si trova tuttora. La facciata a valle che sovrasta chi giunge in paese dalla strada principale è imponente: di 16 m di larghezza e alta 15 m, oggi si presenta come facciata principale, ma in origine essa era la facciata posteriore del castello, quella rivolta a valle. Su di essa fanno bella mostra varie finestre realizzate in pietra lavorata, di diverse forme: la bifora ad arco a tutto sesto si affianca a quella trilobata e alle finestre a crociera. Il tetto è stato ricostruito nel Novecento a seguito delle devastazioni della seconda guerra mondiale, durante le quali sono andati perduti sia gli arredi interni che i vari piani, costruiti in legno. Com'era consuetudine, all'interno delle mura si trovava un pozzo per l'approvvigionamento dell'acqua. Degli interni non resta nulla, devastati dall'incendio: si conservano solo i resti di due camini monumentali, uno dei quali è in discrete condizioni ed è adornato dallo stemma dei Vallaise, scolpito nella pietra grigia. Altri link sull'argomento: http://www.icastelli.it/it/valle-daosta/aosta/perloz/castello-dei-vallaise, http://www.4communes.it/web/monumenti-perloz/32-castello-vallaise-perloz  

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_dei_Vallaise, http://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/perloz/castello-dei-vallaise/1115

Foto: la prima è presa da http://www.comune.perloz.ao.it/ComSchedaTem.asp?Id=36838, la seconda è presa da http://mapio.net/o/3032418/